Plastica, oltre il 90% delle sostanze chimiche valutate è ad alto rischio: cosa usiamo ogni giorno senza saperlo (blitzquotidiano.it)
La plastica è praticamente ovunque: negli imballaggi degli alimenti, nelle bottiglie, nei contenitori, nei giocattoli, nei vestiti, negli oggetti per la casa e persino in alcuni prodotti per l’igiene e dispositivi medici. Ma il problema non riguarda soltanto la quantità di plastica che produciamo e disperdiamo nell’ambiente. A destare attenzione sono anche le migliaia di sostanze chimiche utilizzate per produrla o presenti nei materiali plastici.
Un nuovo report dell’Environmental Justice Foundation (EJF), pubblicato il 30 settembre 2026, ha analizzato il possibile rischio per la salute associato alle sostanze chimiche presenti in cinque grandi categorie di prodotti di uso quotidiano. Il risultato più sorprendente riguarda le sostanze per cui erano disponibili sia informazioni sulla loro pericolosità sia dati sufficienti sull’esposizione: tra l’88,9% e il 92,8% è stato classificato ad alto rischio per la salute umana.
Il dato, però, va interpretato correttamente: non significa che nove oggetti di plastica su dieci siano pericolosi né che una persona che utilizza un contenitore di plastica sia automaticamente esposta a una malattia. Il report valuta infatti le sostanze chimiche e il loro potenziale rischio, non la probabilità che un singolo consumatore sviluppi una determinata patologia.
Il 92,8% riguarda soprattutto i tessili
L’analisi dell’EJF ha preso in considerazione cinque categorie di prodotti nei quali la plastica è ampiamente presente.
La percentuale più elevata è stata rilevata nei tessili: tra le 601 sostanze per le quali erano disponibili informazioni sufficienti su pericolosità ed esposizione, il 92,8% è stato classificato ad alto rischio.
Seguono gli articoli domestici, con il 92,4% delle 410 sostanze valutabili, e i prodotti per l’igiene e dispositivi medici, con il 92,6% delle 122 sostanze analizzate.
Per gli imballaggi alimentari, categoria particolarmente interessante perché riguarda direttamente ciò che mangiamo e beviamo, il dato è del 91,6%: la percentuale è stata calcolata sulle 498 sostanze per le quali erano disponibili entrambi i tipi di informazione.
Nei giocattoli per bambini, infine, la quota è dell’88,9%, sulla base di 243 sostanze valutabili.
Tra i prodotti presi in considerazione ci sono quindi oggetti apparentemente molto diversi: pellicole e contenitori per alimenti, bottiglie e sacchetti, giocattoli, vestiti e scarpe, mobili e cuscini, utensili da cucina, prodotti per la pulizia, spazzolini, cerotti e altri dispositivi.
Ma quali sono le sostanze che preoccupano di più?
Il problema è che la plastica non è una singola sostanza. È un materiale complesso al quale vengono aggiunti numerosi composti per modificarne caratteristiche come flessibilità, resistenza, colore, stabilità o comportamento al calore.
Il progetto scientifico PlastChem ha censito oltre 16mila sostanze chimiche potenzialmente utilizzate o presenti nella plastica. Di queste, più di 4.200 sono state considerate sostanze di preoccupazione sulla base di caratteristiche come tossicità, persistenza, mobilità o capacità di bioaccumularsi.
Tra i gruppi individuati figurano ftalati, bisfenoli, PFAS, parabeni, alcune ammine aromatiche e altre famiglie di composti.
Non tutte queste sostanze sono presenti in ogni oggetto di plastica e non tutte hanno lo stesso profilo di rischio. È proprio questa enorme varietà chimica a rendere complicato valutare l’esposizione complessiva della popolazione.
Il problema più grande? Per molte sostanze non sappiamo abbastanza
C’è un secondo dato del report forse ancora più significativo del famoso 92%.
Secondo l’analisi dell’EJF, il 79,2% delle sostanze associate alle cinque categorie di prodotti analizzate non disponeva di informazioni sufficienti per valutare la tossicità, l’esposizione o entrambe.
In altre parole, una parte consistente del problema non è costituita soltanto dalle sostanze per le quali sono già emersi potenziali rischi, ma anche da quelle per cui le informazioni sono ancora troppo scarse.
Questa lacuna era già emersa dal lavoro di PlastChem: per oltre 10mila delle oltre 16mila sostanze censite mancavano informazioni sulla pericolosità. Il risultato è una situazione paradossale: conosciamo l’esistenza di migliaia di sostanze associate alla produzione e all’uso della plastica, ma per una grande parte di esse non disponiamo ancora di dati sufficienti per stabilire con precisione quali siano i rischi.
Come possono queste sostanze entrare nel nostro organismo?
L’esposizione può avvenire attraverso diverse vie.
Una delle più importanti riguarda il contatto tra plastica e alimenti. Alcune sostanze possono migrare dal materiale agli alimenti, soprattutto in determinate condizioni di utilizzo. Altre possono essere presenti nell’aria e nella polvere domestica oppure essere assorbite attraverso la pelle.
Gli ftalati, per esempio, vengono utilizzati soprattutto come plastificanti e possono migrare negli alimenti; possono inoltre contribuire all’esposizione attraverso l’aria, la polvere e alcuni prodotti per la cura personale.
I bisfenoli, invece, possono essere presenti in alcuni materiali a contatto con gli alimenti e nei rivestimenti interni di determinate lattine e contenitori.
Questo non significa che ogni contatto provochi un danno: il rischio dipende dalla sostanza, dalla dose, dalla durata e dalla via di esposizione.
Un esperimento mostra che ridurre il contatto con la plastica può cambiare rapidamente l’esposizione
A rendere il quadro ancora più interessante è un altro studio pubblicato nel 2026 su Nature Medicine.
Il trial PERTH ha coinvolto 60 adulti in un piccolo esperimento randomizzato della durata di appena sette giorni. I partecipanti hanno seguito interventi che riducevano il contatto con la plastica attraverso alimenti, utensili da cucina e prodotti per la cura personale.
Dopo una settimana, in alcuni gruppi sono state osservate riduzioni significative nelle concentrazioni urinarie di alcuni ftalati e del bisfenolo A. Nel gruppo che combinava alimenti e utensili a basso contatto con la plastica, per esempio, il BPA urinario è diminuito di circa il 60% rispetto al gruppo di controllo.
È un risultato interessante perché dimostra che alcune forme di esposizione sono modificabili anche in tempi relativamente brevi.
Ma anche in questo caso bisogna evitare conclusioni eccessive: lo studio era piccolo, durava soltanto sette giorni e misurava principalmente biomarcatori di esposizione, non la comparsa o la riduzione di malattie.
Tumori, fertilità, ormoni: cosa sappiamo davvero?
Le sostanze chimiche associate alla plastica comprendono composti per i quali la letteratura scientifica ha documentato diversi tipi di effetti biologici.
Tra le aree maggiormente studiate ci sono il sistema endocrino e riproduttivo, lo sviluppo neurologico e la salute cardiovascolare. Alcuni ftalati e bisfenoli sono classificati come interferenti endocrini e diversi studi epidemiologici hanno trovato associazioni tra esposizione e alterazioni metaboliche, cardiovascolari o riproduttive.
Questo, tuttavia, non significa che sia corretto affermare che “la plastica provoca il cancro” in generale.
La plastica comprende migliaia di sostanze differenti e il livello di evidenza non è uguale per tutte. Inoltre, molti studi sugli effetti sulla salute sono osservazionali: possono individuare associazioni tra esposizione e malattia, ma non sempre dimostrare che una sostanza sia la causa diretta dell’effetto osservato.
È quindi più corretto parlare di sostanze chimiche della plastica associate a specifici rischi o potenziali effetti sulla salute, distinguendo caso per caso.
Cosa possiamo fare nella vita quotidiana?

Il problema evidenziato da questi dati non significa che sia realistico eliminare completamente la plastica dalla nostra vita. È presente negli ospedali, nell’elettronica, nei trasporti, negli imballaggi e in moltissimi altri settori.
Alcune strategie possono però ridurre determinate forme di esposizione.
Per esempio, quando possibile si può evitare di utilizzare contenitori di plastica per riscaldare gli alimenti, preferendo materiali come vetro o ceramica. Può inoltre essere utile ridurre il ricorso a cibi fortemente confezionati e scegliere, quando praticabile, prodotti con meno contatto con la plastica.
Non significa che ogni contenitore di plastica debba essere considerato pericoloso. Significa piuttosto ridurre le esposizioni evitabili, soprattutto quando esistono alternative semplici.
E c’è un aspetto importante: la responsabilità non può ricadere soltanto sul consumatore. Se le sostanze utilizzate nella plastica sono difficili da identificare e spesso non sono indicate chiaramente sull’etichetta, il singolo cittadino non può sapere quali composti siano presenti in un determinato prodotto.
