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Julius Jia Zhiguo, “vescovo pendolare dal carcere” in Cina

ROMA – E’ finito in prigione innumerevoli volte solo per aver consacrato preti in Cina. Per questo Julius Jia Zhiguo, 81 anni, è chiamato “il vescovo pendolare dal carcere”. E’ un vescovo “clandestino”, non riconosciuto cioè dalle autorità cinesi, per questo ogni volta che svolge la sua funzione di capo della diocesi di Zhengding e ordina un sacerdote nella provincia di Hebei, la polizia va a prenderlo di forza.

Gianni Valente del quotidiano la Stampa lo è andato a cercare a pochi giorni dalla intervista/evento di Papa Francesco al quotidiano di Hong Kong Asia Times: un colloquio di circa un’ora in cui il pontefice ha teso direttamente la mano al colosso orientale e al governo di Xi Jinping nella speranza di ricomporre una frattura che dura da 65 anni.

L’ultima volta che Julius Jia Zhiguo è stato arrestato è stata a maggio dello scorso anno. Questo il suo racconto alla Stampa: 

«Avevo ordinato dei sacerdoti. Ho ripetuto che questa è la mia vita, il mio lavoro. I preti li ordina il vescovo, e il vescovo sono io, non posso farci niente. Se non li ordino io, non li ordina nessuno. Loro ripetevano: no, tu non sei vescovo, non hai l’approvazione del governo. E allora io rispondevo: ma si che sono vescovo. Il popolo di Dio mi riconosce come il suo vescovo legittimo. E anche il Papa. Abbiamo continuato a ripetere queste cose a lungo. Ma senza litigare, senza agitarsi, parlando con tranquillità. Alla fine mi hanno riportato a casa. Siamo rimasti in pace».

Anche le altre volte è andata così?  

«I motivi sono sempre gli stessi. Io non faccio niente contro nessuno. Non voglio sfidare il governo, non ho niente contro il governo e non parlo male di loro. Ma sono un vescovo della Chiesa cattolica. E loro mi vengono a prendere sempre perché faccio ciò che devono fare i vescovi».

Come ha vissuto gli anni delle persecuzioni, durante la Rivoluzione Culturale? 

«I problemi grossi cominciarono che io ero seminarista. Dal 1963 al 1978 sono stato ai lavori forzati in posti sperduti, freddi e inospitali».

Che cosa ha custodito la sua fede?  

«Ci bastava avere Dio nel cuore. Questo mi ha accompagnato e custodito per tutto quel tempo. Ci sono state tante difficoltà, ma Dio mi era accanto, e questo bastava».

La «Lettera ai cattolici cinesi» di Benedetto XVI è stata accolta e seguita da tutti?  

«Papa Benedetto ci ha esortato a unirci. Ma poi su quella lettera c’è stato chi ha alimentato confusione diffondendo interpretazioni contrastanti, soprattutto in certi ambienti delle comunità clandestine».

Riesce a seguire il magistero di Francesco?  

«Lo seguiamo ogni giorno, ogni cosa che fa o che dice. Tutti sono colpiti dalle sue parole e dai gesti con cui esprime la carità e la predilezione per i poveri, per i sofferenti e quelli feriti dalla vita. Sono cose che in Cina hanno un grande impatto, su tutti».

Francesco ha detto di voler dialogare, vorrebbe anche incontrare il presidente Xi Jinping. Sarebbe una cosa buona?  

«Certo, come inizio è una cosa ottima. Poi bisognerà guardare ai fatti, oltre alle parole. Ma vedersi e parlare è meglio che non vedersi, perché solo vedendosi e parlandosi si possono affrontare i problemi».

Se la Santa Sede va avanti in questo dialogo con il governo, come reagiranno i cattolici cinesi?  

«Ci fidiamo del Papa, è il successore di Pietro. Abbiamo fiducia nel Signore che sostiene e guida la Sua Chiesa, e ci affidiamo a Lui. Sono tanti anni che si parla di come risolvere questo problema. È una questione complessa, ma tutto è nelle mani di Dio e noi siamo tranquilli. Non ci preoccupiamo. Sappiamo che il Papa non rinuncerà alle cose essenziali che fanno parte della natura della Chiesa».

Che cosa rischia oggi di spegnere la fede in Cina?  

«Tanti si stanno intiepidendo per il materialismo e il consumismo crescenti. Tanti non vengono più in chiesa a pregare, anche perché sono sempre indaffarati e non trovano mai il tempo. Dobbiamo darci da fare. La Cina è un grande campo dove dobbiamo seminare il Vangelo di Gesù».