Altroché fannulloni! In Italia in migliaia si inventano il lavoro che non c’è, triplicato in 7 anni il numero delle imprese giovanili (foto Ansa) - Blitz Quotidiano
Si fa presto a dire che in Italia abbondano i fannulloni. Si fa presto a parlare dei Neet, cioè i giovani che non studiano e non lavorano . Si fa presto a sbertucciare l’esercito degli imberbi fancazzisti. Sono sulla bocca dei più, inutile negarlo. Oltretutto sono il 18-20% dei “bamboccioni” (copyright 2007, ministro bocconiano Tommaso Padoa-Schioppa, governo Prodi) e appartengono alla fascia d’età 15-29 anni. La percentuale più alta d’Europa.
Li chiamano anche elegantemente “inattivi”, per non dire che che i giovanotti non solo sono disoccupati ma nemmeno vogliono inserirsi in percorsi scolastici/formativi. I Neet (Not in Education, Employment or Training) si difendono come possono e danno la colpa ad una elevata “dispersione scolastica “,cioè l’abbandono precoce degli studi, le bocciature, la mancata acquisizione di adeguate competenze. E poi ad un mercato del lavoro che chiede quello che non c’è, alla sfiducia nel futuro. Risultato: isolamento sociale, bassa autostima. Come uscirne? Uno studio realizzato da Censis e Concooperative ha scoperto che il quadro non è poi così drammatico. Anzi. In Italia ci sono migliaia di “ragazzi d’oro “ che si inventano il lavoro che non c’è. Li chiamano gli Eet (employed educaten and trained). Insomma ragazzi che si danno d’affare.
Avanza l’esercito dei ragazzi d’oro
Lo studio ne ha scovati (per ora) 144 mila. E sono in aumento. Si tratta di giovani della fascia 15-29 anni che aprono una attività e “provano a stare sul mercato”, come scrive nel suo eccellente report Serena Coppetti che ha saputo coinvolgere Alessandro Rosina, docente di Demografia e Statistica sociale della Università Cattolica di Milano. Il quale taglia corto e sintetizza molto bene quello che sono ora i ragazzi: “Non applicano la teoria che imparano, ma continuano ad imparare e hanno bisogno di mettersi alla prova”.
Aumentano le imprese giovanili
Negli ultimi sette anni sono triplicate le imprese giovanili che si occupano di pubblicità (+228,7%) mentre le imprese che offrono servizi di direzione aziendale e consulenze gestionali sono in altrettanta netta ascesa (+206,4%). Incrementi ugualmente rilevanti – riferisce il report Coppetti – sono registrati nella produzione cinematografica, televisiva e musicale (+65,9%)”. Va forte pure la produzione di software e consulenza informatica (+52,4%) e cammina di buon passo persino l’impegno nei servizi di postali e di corriere (+44%). Concludendo: l’intraprendenza dei nostri ragazzi non è solo vocazione. È una risposta seria e di grande speranza – per la società, il Paese, le famiglie, il futuro stesso (ovviamente) dei giovani – alle difficoltà del lavoro che è parte integrante della vita.
