Il Libano brucia e Netanyahu mina la tregua. Intanto in Italia infuriano le polemiche (foto Ansa) - Blitz Quotidiano
È stata firmata una tregua. D’accordo, passeggera, delicata, difficile da portare avanti dopo una guerra breve, ma violenta. Dovremmo essere tutti più lieti, più fiduciosi, più ottimisti nella speranza che tutto possa volgere al meglio. Purtroppo non è così: nemmeno un risultato del genere inseguito, agognato, voluto ad ogni costo ha placato gli animi della polemica, della divisione, della ricerca dei colpevoli che non sempre si individuano facilmente.
Quindi, almeno nel nostro Paese, unico per primeggiare in questo campo, avviene che anche la fine temporanea di un conflitto viene vivisezionata per decidere chi sono i vinti e chi i vincitori. Verrebbe da gridare: chi se ne frega, non è importante sapere chi ne è uscito con le ossa rotte e chi, al contrario, deve applaudire e gioire.
Purtroppo, ogni rosa ha la sua spina e quella di oggi si chiama Netanyahu, il quale se ne infischia del Pakistan e dell’incontro di Islamabad per mettere a ferro e a fuoco il Libano in una giornata che non ha precedenti. Centinaia di morti, una infinità di persone ferite, interi quartieri distrutti. Una vera e propria tragedia in un momento in cui sembrava che tutto dovesse andare per il verso giusto.
Perchè il leader israeliano ha voluto tutto questo? Per quale ragione non ha rispettato la tregua e ha ripreso a bombardare Beirut più di prima? Si ha paura del terrorismo e di Hezbollah che non ha smesso mai di attaccare le truppe nemiche e di ignorare quel che diplomaticamentesi si stava cercando di ottenere. Tutto questo sterminio potrà inficiare la pace? Una tregua traballante e difficile resisterà alla violenza che non conosce limiti? È quel che ci si chiede oggi, alla vigilia di un incontro fra le delegazioni iraniane e statunitensi che dovrebbero scrivere la parola “fine del conflitto”.
Sono momenti concitati quelli che si stanno vivendo. Da una parte c’è ci vorrebbe trovare un accordo; dall’altra un Paese, Israele, che non vuol sentire ragioni e ignora quel che è accaduto la notte in cui Trump ha fatto l’ennesimo passo indietro. “Niente sterminio, leggiamo i punti del presunto accordo, poi si vedrà”, esclama il presidente. Ci sono, però, molte ombre che oscurano l’orizzonte. Lo Stretto di Hormuz è ancora chiuso tranne che per i raccomandati. Il solito Macron e qualche altro che si è dimostrato fedele agli ayatollah. I pasdaran hanno ripreso in mano la situazione e sparano su chiunque voglia passare senza essere autorizzati.

È logico che questo è un atteggiamento che non aiuta la pace. Sbarrare quel tratto di mare vuol dire che la crisi economica continuerà come e più di prima. Ecco perchè a Islamabad si dovranno prendere decisioni che non possono essere tradite da un sostantivo o da una semplice virgola che potrebbe mandare a monte tutto il piano.
Quelle che stiamo vivendo dovrebbero quindi essere giornate in cui prevalga la concordia insieme con la maturità e il buon senso. Bibi Netanyahu, detto il grillino facile, la smetta solo di pensare ai casi suoi (e ne ha tanti) e si adegui subito al nuovo corso. Il Pakistan mediatore ha sempre ripetuto che la tregua non doveva avere eccezioni, Libano compreso. Così non è stato ieri: vuol dire ricominciare da capo? Dio ce ne scampi e liberi.
Ecco il motivo per il quale tutti – parliamo dell’Italia – dovrebbero remare nella stessa direzione. Lasciar correre le beghe quotidiane, le liti da cortile, le frasi ad effetto che hanno il solo scopo di combattere l’avversario. Fra destra e sinistra continuano a darsele di santa ragione. Invece di correre incontro alla pace, si impiega il proprio tempo a studiare come mettere ko chi la pensa diversamente da te. Mentre in una parte del mondo si sta cercando a fatica di far cessare le ostilità qui da noi ci si occupa solo di trovare l’appiglio buono per portare acqua al proprio mulino.
Trump ha fatto un passo indietro, ma è sempre il solito autocrate, il governo Meloni ha dato torto al tycoon, ma non basta. La premier deve dire chiaro e tondo in Parlamento che gli Stati Uniti ci considerano un paese ostile. Chi? Quello che con il piano Marshall, dette all’Italia la possibilità di riprendersi dopo la mazzata della seconda guerra mondiale? Si parla del genocidio di Gaza, ma molti dimenticano quel che avvenne il sette ottobre a Tel Aviv e dintorni; si difende addirittura l’Iran contro cui è stata aperta una “guerra illegale”, ma i quarantamila morti giustiziati per aver parteciptato alle manifestazioni di piazza finiscono nell’oblio; si punta il dito contro il ministro Crosetto che ha fatto atterrare apparecchi americani nella base di Sigonella quando tutto ciò è previsto dagli accordi internzionali che sono stati sempre seguiti dai governi di ogni colore.
Il ritornello trito e ritrito è sempre lo stesso: “È un governo vigliacco servo degli Stati Uniti” (copyright di una ex che ama mettersi in prima fila anche ora che è uscita dal grande giro). Giuseppe Provenzano, esponente di spicco del Pd, ritiene che il regime in Iran non è morto e che quindi questa è stata una guerra inutile. Non solo: aggiunge pure che Palazzo Chigi prende ultimamente le distanze dal tycoon, ma lo fa con furbizia dando un colpo alla botte ed un altro al cerchio.
Pure in tv, dinanzi a migliaia di spettatori, questa profonda divisione non ha freni, anzi aumenta perchè si vuol dimostrare di essere prime donne o primi uomini. Si dice tutto e il contrario di tutto senza contare che il Paese che loro dovrebbero difendere spera molto nell’accordo di pace, vista la situazione economica in cui versa. L’inflazione galoppa, molta gente riesce a stento ad arrivare alla fine del mese. Per fortuna, i mercati la pensano in maniera diversa con il prezzo del petrolio che scende vistosamente e la borsa che ha ritrovato il suo equilibrio. Insomma, sarebbe ora che la frattura tra maggioranza e opposizione trovi qualche punto d’incontro se si vuole davvero ritrovare la serenità non solo in casa nostra, ma in tutto il mondo. Netanyahu permettendo.
