(Foto Ansa)
Nel cuore dei Monti Dauni, dove i piccoli borghi scorrono lenti, Monteleone di Puglia diventa un caso nazionale. Alle amministrative del 24 e 25 maggio si presentano nove liste, nove candidati sindaci e 85 aspiranti consiglieri a fronte di appena 748 elettori effettivi. Un’anomalia evidente, resa ancora più singolare dal fatto che solo due candidati sono espressione del territorio: il sindaco uscente Giovanni Campese, con “La Primavera di Monteleone”, e Sebastiano Maraschiello, con “Il Tiglio”. Gli altri arrivano da tutta Italia, spesso senza alcun legame con il paese. Dietro questa moltiplicazione di liste, secondo molti residenti, si nasconde una logica diversa dalla competizione politica: quella dell’aspettativa retribuita. Le norme consentono infatti, soprattutto agli appartenenti alle forze dell’ordine, di usufruire di un congedo pagato durante la campagna elettorale. Nei comuni sotto i mille abitanti, inoltre, non è richiesta la raccolta firme, facilitando la presentazione delle liste. Il risultato è un vero “arrembaggio elettorale”, che ricorda quanto già accaduto a Celle di San Vito, ma in scala maggiore. Tra i cittadini cresce l’irritazione: molti candidati sono sconosciuti e il rischio è una frammentazione del voto in una comunità fragile. Monteleone diventa così il simbolo di un vuoto normativo che altera il senso stesso della partecipazione democratica.
