Hantavirus: cos'è, come si trasmette e perché il focolaio sulla nave da crociera ha messo in allerta il mondo (blitzquotidiano.it)
Tre morti, otto casi tra confermati e sospetti, una nave da crociera che sta navigando verso Tenerife con passeggeri isolati nelle cabine, un contagiato in Svizzera uscito dalla nave senza screening, e le autorità sanitarie di mezza Europa impegnate a rintracciare chiunque abbia viaggiato a bordo della MV Hondius.
Il nome del virus che ha trasformato la MV Hondius, nave olandese partita dall’Argentina per una crociera verso l’Antartide e le Isole Falkland, in un caso di salute pubblica internazionale, è hantavirus. E più precisamente, come hanno confermato il ministero della Salute sudafricano e l’OMS nelle ultime ore, si tratta del ceppo Andes, la variante più pericolosa della famiglia, l’unica dei ventiquattro ceppi rilevati nell’uomo che in certi casi riesce a trasmettersi da persona a persona.
Per chi non ne aveva mai sentito parlare prima di questa settimana, l’hantavirus è una famiglia di virus che esiste da decenni, che circolava già nelle Americhe, in Europa e in Asia prima che i social media esistessero, e che nella stragrande maggioranza dei casi non si trasmette tra esseri umani ma attraverso il contatto con i roditori.
Ma il caso della MV Hondius ha cambiato la prospettiva, perché ha mostrato in modo molto concreto cosa succede quando il ceppo più aggressivo incontra le condizioni giuste per diffondersi in uno spazio chiuso e affollato.
Cos’è l’hantavirus e perché esistono decine di varianti
L’hantavirus non è un singolo virus ma una famiglia numerosa, con oltre quaranta specie identificate di cui ventiquattro documentate come capaci di infettare l’essere umano. È un virus a RNA appartenente alla famiglia dei Bunyaviridae, e la caratteristica che lo definisce biologicamente è il suo rapporto con i roditori: ogni ceppo è associato a una specie specifica di piccolo mammifero, topo, ratto, arvicola o criceto selvatico, che funge da serbatoio naturale del virus senza ammalarsi, eliminandolo nelle urine, nelle feci e nella saliva per tutta la vita.
Questa specificità geografica spiega perché esistano ceppi così diversi tra loro. Il virus Puumala, associato all’arvicola rossastra, è il più diffuso in Europa settentrionale e centrale, incluse alcune aree della Germania, della Finlandia e della Scandinavia. Il virus Dobrava circola nei Balcani. Il virus Seoul è distribuito a livello globale attraverso il ratto nero. E il virus Andes, quello che ha causato il focolaio sulla MV Hondius, è endemico in Argentina e in Cile, dove circola tra i roditori selvatici della Patagonia e delle Ande.
Ogni ceppo ha una pericolosità diversa e, fatto cruciale che capiremo meglio più avanti, una modalità di trasmissione leggermente diversa. Il ceppo Andes è l’unico dei ventiquattro che abbia dimostrato in più di un’occasione la capacità di trasmettersi, sia pure raramente, da persona a persona.
Come si trasmette: la via principale e quella che preoccupa adesso
La trasmissione classica dell’hantavirus avviene quasi esclusivamente per via inalatoria. Quando i roditori infetti lasciano escrementi in un ambiente chiuso, questi si seccano e si polverizzano nel tempo. Chiunque respiri quell’aria porta involontariamente nel sistema respiratorio particelle virali che possono infettare le cellule dell’epitelio polmonare. Non serve toccare il roditore, non serve essere morsi. Basta respirare in un ambiente contaminato, il che spiega perché le situazioni a rischio siano tipicamente cantine, fienili, capanne di montagna rimaste chiuse a lungo, abitazioni rurali abbandonate o aree boschive dove i topi hanno nidificato.
Il contatto diretto con il roditore o con le sue deiezioni rappresenta un’altra via di infezione, così come il morso, anche se quest’ultimo è molto raro. Il virus Puumala, il più comune in Europa, può sopravvivere nell’ambiente fino a due settimane a temperatura ambiente, il che significa che pulire una cantina dove c’erano segni di roditori senza mascherina protettiva può essere sufficiente per esporsi al contagio.
Fin qui il quadro è chiaro e abbastanza tranquillizzante per chi vive in città: senza contatto con roditori selvatici e i loro ambienti, il rischio è praticamente nullo.
Quello che rende diverso il caso della MV Hondius, e che ha fatto scattare i livelli di attenzione internazionale, è la possibilità di trasmissione interumana. Il ceppo Andes, in episodi documentati in passato in Argentina e in Cile, ha mostrato la capacità di passare da una persona all’altra attraverso contatto molto stretto e prolungato. Non come un virus respiratorio comune, non nell’aria di una sala affollata, ma in contesti di vicinanza intensa come quella tra conviventi, partner, o persone che assistono direttamente un malato senza protezioni adeguate.
La ricostruzione del focolaio: come è cominciato tutto

Le autorità argentine hanno ricostruito il percorso della coppia olandese che è stata la prima a sviluppare i sintomi. I due coniugi, 70 e 69 anni, erano arrivati in Argentina già il 27 novembre 2025 e avevano trascorso quaranta giorni a viaggiare in auto attraverso Argentina, Cile e Uruguay prima di tornare in Argentina il 27 marzo 2026 e imbarcarsi sulla MV Hondius il primo aprile. Un itinerario lungo, attraverso aree rurali e naturali della Patagonia e delle Ande, in piena zona endemica per il virus Andes, con il tipo di esposizione ambientale classicamente associata al contagio da hantavirus.
L’uomo è morto a bordo l’11 aprile. Il corpo è stato sbarcato due settimane dopo quando la nave ha fatto tappa a Sant’Elena. La moglie è scesa anch’essa a Sant’Elena, ha preso un aereo per il Sudafrica, dove è morta in ospedale il 26 aprile. A questo punto l’OMS ha avviato le procedure per rintracciare i passeggeri dello stesso volo, una delle misure standard quando si identifica una possibile trasmissione interumana in corso.
Dopo Sant’Elena, la nave ha fatto tappa ad Ascensione Island, dove un passeggero britannico di 69 anni è stato evacuato e trasportato in Sudafrica per cure intensive. Il 2 maggio è morta a bordo una passeggera tedesca. Il bilancio totale al 7 maggio 2026 è di otto casi tra confermati e sospetti, con tre decessi e diversi pazienti ancora in condizioni serie.
Il caso svizzero e la falla nei controlli
La notizia più recente, confermata nella mattina del 7 maggio, è il primo caso di hantavirus identificato in Svizzera in un passeggero della MV Hondius. L’uomo si è presentato spontaneamente a un ospedale di Zurigo dopo aver ricevuto una comunicazione della compagnia di navigazione che lo avvertiva del focolaio a bordo. Sta ricevendo le cure necessarie e la sua condizione è monitorata.
Il caso svizzero apre una questione importante che diversi esperti stanno sollevando con forza: decine di passeggeri sono scesi dalla MV Hondius durante le varie tappe del viaggio e sono rientrati nei loro paesi d’origine senza alcuno screening preventivo, prima che il focolaio venisse identificato come tale. Questo significa che persone potenzialmente esposte si trovano ora disperse in vari paesi europei e nel resto del mondo, alcune delle quali potrebbero essere in periodo di incubazione senza saperlo.
L’incubazione dell’hantavirus è particolarmente insidiosa proprio per questo motivo: dura in media due o tre settimane dall’esposizione, ma può arrivare fino a sei settimane. Una persona che si è infettata durante una tappa sudamericana della crociera potrebbe sviluppare i sintomi settimane dopo essere tornata a casa, in un contesto medico che non ha motivo di sospettare l’hantavirus. L’OMS ha attivato le procedure di contact tracing sui voli di evacuazione e sta lavorando con le autorità nazionali per identificare tutti i passeggeri a rischio.
I sintomi: come riconoscere l’infezione
I sintomi iniziali dell’hantavirus sono aspecifici e facilmente confondibili con un’influenza comune: febbre alta, cefalea intensa, dolori muscolari diffusi, spossatezza, nausea. In questa fase iniziale, che dura qualche giorno, non c’è nulla che suggerisca immediatamente l’hantavirus a un medico che non sappia dell’esposizione del paziente.
Nei ceppi europei, come il Puumala, la malattia evolve verso un coinvolgimento renale con la sindrome chiamata febbre emorragica con sindrome renale, che nei casi più comuni è relativamente lieve e si risolve senza conseguenze gravi, anche se può richiedere ospedalizzazione e nei casi più severi dialisi temporanea.
Nel ceppo Andes, come in quello Sin Nombre che circola nel Nordamerica, la malattia può evolvere verso la sindrome polmonare da hantavirus, un quadro molto più pericoloso in cui i polmoni si riempiono di liquido con una progressione rapida che richiede ventilazione assistita e terapia intensiva. Il tasso di mortalità associato a questa forma può arrivare vicino al 40%, e il professore Baker ha dichiarato con una franchezza significativa che una nave da crociera è il peggior posto possibile in cui ammalarsi gravemente di questa patologia, semplicemente perché è lontana dalle strutture di terapia intensiva necessarie per gestire i casi più gravi.
Non esistono farmaci antivirali specifici approvati, non esiste un vaccino disponibile a livello globale, e la gestione è esclusivamente di supporto: monitoraggio intensivo, ventilazione meccanica quando necessario, gestione dei fluidi. La rapidità di trasporto in un centro specializzato è l’unica variabile che può fare davvero la differenza nei casi gravi.
Dove è diretta la nave e cosa succederà ora
La MV Hondius sta navigando verso Tenerife, nelle Isole Canarie spagnole, dopo che Capo Verde aveva rifiutato di autorizzare l’attracco. Lo sbarco di tutti i passeggeri è previsto per l’11 maggio. Le autorità spagnole stanno coordinando con l’OMS e con le autorità olandesi le procedure di sbarco, che includeranno screening sanitari e misure di sorveglianza per i passeggeri che non hanno ancora manifestato sintomi.
La nave trasporta circa 150 persone, tra passeggeri ed equipaggio. Tutti i passeggeri sono stati isolati nelle proprie cabine nelle settimane successive all’identificazione del focolaio. Tre dei casi più gravi sono già stati evacuati con ambulanza aerea verso i Paesi Bassi e la Germania nella serata del 5 maggio. Le autorità sudafricane, dove due pazienti erano stati trasportati in precedenza, hanno avviato le procedure di contact tracing come misura precauzionale.
Il rischio pandemia: il confronto con il Covid che non regge
La domanda che circola più insistentemente sui social e nei media in queste ore è inevitabile: potrebbe l’hantavirus diventare una nuova pandemia come il Covid? La risposta degli esperti è sostanzialmente no, almeno nelle condizioni attuali, e le ragioni sono biologiche prima ancora che statistiche.
Il SARS-CoV-2 era un virus nuovo per la specie umana, con una trasmissione per via aerea estremamente efficiente che permetteva a una persona infetta di contagiarne in media due o tre anche in assenza di contatto fisico diretto. Il ceppo Andes, nella sua modalità di trasmissione interumana documentata, richiede un contatto molto più stretto e prolungato. I casi storici di trasmissione interumana hanno riguardato quasi esclusivamente partner, conviventi e operatori sanitari non protetti.
Il professor Andrea Gori, direttore del Dipartimento di Malattie Infettive dell’ASST Fatebenefratelli Sacco di Milano, ha tuttavia sollevato un punto che rende la situazione ancora aperta: non sappiamo se l’hantavirus si trasmetta anche nella fase asintomatica, il che renderebbe il tracciamento molto più complesso. È una delle domande a cui le analisi genetiche e gli studi epidemiologici in corso dovranno dare risposta nelle prossime settimane.
L’OMS ha mantenuto la valutazione del rischio per la popolazione mondiale come basso, e il professor Pregliasco ha ribadito che in Italia non esiste un rischio oggettivo in questo momento. In Europa i ceppi circolanti sono diversi dal virus Andes e non si trasmettono tra esseri umani. Ma la situazione richiede sorveglianza attiva, tracciamento preciso dei contatti della nave, e la massima cautela da parte di chiunque presenti sintomi compatibili dopo aver visitato aree endemiche del Sudamerica.
Chi deve preoccuparsi davvero
Il rischio per chi vive in Italia, in Europa e non ha avuto contatti con la MV Hondius o con aree endemiche del Sudamerica è praticamente nullo. L’hantavirus non si trasmette per via aerea come l’influenza, non si prende salendo su un autobus, non si contrae toccando una superficie.
Chi invece merita attenzione e sorveglianza medica attiva è chiunque sia stato a bordo della MV Hondius nelle ultime settimane, chiunque abbia avuto contatti stretti con persone che erano sulla nave, e chiunque abbia soggiornato in ambienti rurali o naturali delle zone endemiche argentine e cilene nelle ultime sei settimane e presenti febbre e sintomi influenzali. Per queste persone, e solo per queste, la raccomandazione degli esperti è di contattare immediatamente il proprio medico specificando l’esposizione potenziale, in modo che possa essere valutata la necessità di test diagnostici e sorveglianza clinica.
Per tutti gli altri, quello che serve è informazione corretta, non allarme. L’hantavirus esiste da decenni, circola nei roditori di molte parti del mondo, causa alcuni centinaia di casi all’anno in Europa nella sua forma più diffusa, ed è sempre rimasto fuori dai radar della grande preoccupazione pubblica. Il focolaio della MV Hondius è un evento serio, tragico per chi lo ha vissuto direttamente, e meritevole di tutta l’attenzione scientifica e sanitaria che sta ricevendo. Ma non è, allo stato attuale delle conoscenze, il segnale di una minaccia pandemica imminente.
