Vaticano-Washington, gelo dopo il vertice: Hormuz divide ancora Papa Leone XIV e Rubio (foto ANSA) - Blitz quotidiano
“Lavoriamo per la pace” e poi? I quarantacinque minuti di colloquio tra Leone XIV e Marco Rubio non hanno dato nulla di più. Rimane la freddezza con cui si sono lasciati, il nulla che hanno raggiunto, perchè lo strappo è stato tale che non si può ricucire in un momento. La buona volontà non basta, il dialogo resta aperto, ma a tutti pare evidente che Santa Sede e Casa Bianca non hanno trovato un denominatore comune su nessuno dei problemi per cui si erano divisi. Belle parole, frasi di circostanza, quelle stesse che si usano quando i risultati sono assai vicino allo zero.
Inutile girarci intorno: è sullo Stretto di Hormuz che si è acceso il dibattito ancora aperto, perché è su quel braccio di mare che si innesta e non si chiude la polemica. È l’economia di tutto il mondo che si affanna a discutere senza trovare il bandolo della matassa. Gli Stati Uniti vogliono tornare allo status quo ante, quando tutto si svolgeva pacificamente, Teheran ha compreso di avere il coltello dalla parte del manico e non molla la presa L’errore sta tutto nella inutilità di una guerra che oggi appare incomprensibile. Se solo si potesse tornare indietro di qualche mese, Trump lo farebbe volentieri, ma ormai il dado è tratto e non si può innestare la retromarcia. Ecco così che il mondo non è più come prima anche se a parole si vorrebbe fare intendere il contrario. Il Papa e Rubio sono apparsi “cortesemente distanti”: il che significa più semplicemente che ognuno è rimasto sulle proprie posizioni senza arretrare nemmeno di un metro. D’altronde, quali potevano essere le speranze dopo le parole dure, al limite dell’ingiuria, che il tycoon aveva rivolto al Pontefice?
La crisi di Hormuz e il rischio economico globale
Ora, è necessario ed urgente ricominciare da capo come se non fosse successo niente. Non sarà facile trovare il bandolo della matassa, spetterà alla diplomazia il compito più difficile perché se neanche un “faccia faccia” è riuscito a placare le acque significa che ci vorrà la santa pazienza di tutto il mondo per raggiungere una pace che non sembra più tanto vicina. Certo Washington ha lanciato l’idea di una tregua che dovrebbe durare un mese intero durante il quale i negoziati potrebbero proseguire senza il crepitio delle armi e la paura dei bombardamenti. Uno stop che plachi gli animi e dia la possibilità al buon senso e alla razionalità di intervenire a gamba tesa sulla “vexata quaestio” per risolvere un problema che decine di milioni di persone potrebbero pagare ad un costo per il momento imprevedibile.
Allora, se è vero che il dialogo è rimasto aperto dopo il flop dell’appuntamento in Vaticano, dobbiamo ricominciare da subito a riallacciare quei rapporti di solidarietà che non possono essere dimenticati. L’occasione è dietro l’angolo, anzi ad un metro di distanza perché già da oggi poco prima di mezzogiorno Marco Rubio incontrerà a Palazzo Chigi Giorgia Meloni per ritrovare quella unità che nemmeno decine di anni di storia hanno potuto scalfire. È fuor di dubbio che tra Stati Uniti e Italia ci sia stata una brusca interruzione di intenti. Trump ha chiesto un aiuto impossibile alla nostra premier. Se, venendo incontro al presidente degli Stati Uniti, fosse intervenuta nelle ostilità (come chiedeva il tycoon) saremmo difatti entrati in guerra pur rimanendone lontani mille miglia.
Italia divisa mentre cresce la tensione internazionale
Come si fa a chiudere uno Stretto così importante e decisivo come quello di Hormuz senza pensare alle ritorsioni di uno o più avversari? Come è altresì impossibile vietare quel tratto di mare che vuol dire dare un calcio all’economia di tutto il mondo? Il petrolio che raggiunge e oltrepassa i cento dollari al barile, il prezzo del gas alle stelle, l’inflazione che galoppa e non dà tregua a quei milioni di uomini e donne che non sanno più come mettere insieme il pranzo con la cena.
Il nostro governo come si comporta? Cerca in tutte le maniere di risolvere la crisi, di poter alleviare quei problemi che ci attanagliano. Si dovrebbe combattere questa battaglia nel segno dell’unità senza il minimo errore. Al contrario le nostre forze politiche continuano a dilaniarsi invece che andare alla ricerca di un minimo comune multiplo che possa lenire le ferite che dovrebbero essere curate con la massima urgenza. Invece, c’è chi soffia sul fuoco senza rendersi conto del pericolo che stiamo correndo. È un esecutivo che dura da anni, il secondo tra i più longevi dopo quello di Silvio Berlusconi. Ma se passa la metà degli anni in cui ha governato su una sedia a rotelle, che cosa ce ne facciamo? “Meglio toglierlo di mezzo”, si scrive con una certa protervia. Si arriva a tanto pur di mandare al tappeto l’avversario, ma in questo modo ci andremo tutti: dal Piemonte alla Sicilia, passando per il Lazio e la Campania. A buon intenditor poche parole.
