Lo scontro tra Pd e M5s su Russia e riarmo, che sta succedendo nel campo largo (foto Ansa) - Blitz Quotidiano
Sul palco di piazza del Gesù a Napoli, durante il comizio che i leader del campo largo hanno tenuto nei giorni scorsi, Giuseppe Conte in un passaggio anti-riarmo aveva detto: “Stanno costruendo una minaccia russa per convincerci ad armarci fino ai denti”. Queste parole sono apparse altamente indigeste per l’ala riformista del Pd e non solo, che hanno innescato un duro confronto all’interno del campo largo che ora rischia di trovarsi di fronte ad una grana non da poco: sulla Russia sarà a prevalere la posizione del Partito Democratico o quella del Movimento 5 Stelle? Dopo le parole di Conte, da giorni si rincorrono intanto ricostruzioni su tensioni tra Elly Schlein e Giuseppe Conte, con il Corriere della Sera che ieri ha scritto che la segretaria dem ne avrebbe “detto quattro” al leader pentastellato per le sue parole sul riarmo e sulla minaccia russa dal palco di piazza del Gesù.
Patuanelli (M5s): “Macché filorussi dà fastidio il no al riarmo”
Fonti M5s smentiscono questa ricostruzione liquidata come un goffo tentativo di “dividere il fronte”. A dirlo è il vicepresidente M5s Stefano Patuanelli in un’intervista a Repubblica: “Abbiamo condannato l’attacco della Russia all’Ucraina sin dal primo momento. Abbiamo votato, ai tempi del governo Draghi, i decreti per aiutare l’Ucraina a difendersi, perché era evidente che non si poteva consentire una guerra lampo da parte di Mosca. Dopodiché è una follia pensare che quella sia l’unica strategia per far terminare il conflitto. Ma il vero motivo per cui ci attaccano è un altro: ciò che dà fastidio è la nostra critica al riarmo, a questa folle corsa dell’Europa ad armarsi”.
Patuanelli ha proseguito: “La posizione del M5s è coerente da quattro anni e mezzo e coincide totalmente con la posizione anche dell’Alleanza verdi e sinistra, e quindi perché dovremmo silenziarci ed essere noi quelli divisivi?”. Per il partito dell’ex premier l’alternativa alla destra debba partire proprio dalla “revisione delle politiche di riarmo”. Una precisazione che serve a confermare come, ogni volta che il confronto si sposta su Ucraina, Russia e difesa, nel campo largo si riapre la faglia più profonda.
Provenzano: “M5s alza il tiro perché ha il problema Di Battista”
Sempre a Repubblica, Giuseppe Provenzano che fa parte della segreteria Pd e che quindi è’ vicino alle posizione di Elly Schlein, ha spiegato dal suo punto di vista le ragioni delle parole di Conte. Per Provenzano il leader M5s starebbe alzando il tiro dato che il Movimento “ha il problema Di Battista” (l’ex M5s è noto da tempo per le sue posizioni di forte critica nei confronti della guerra in Ucraina ndr). Al Nazareno si vogliono tuttavia evitare di commentare le polemiche che stanno portando avanti alcuni esponenti riformisti del partito, nonché Calenda e i renziani, e restare “testardamente unitari”. Per farlo si punta quindi su ciò che unisce più che su ciò che divide.
Lo scontro sulla Biennale di Venezia
Come se la guerra in Ucraina non bastasse, tra Schlein e Conte c’è una certa distanza anche sulla Biennale di Venezia. Il M5s ha puntato il dito contro Bruxelles per lo stop ai fondi difendendo Pietrangelo Buttafuoco dal presunto “ricatto” europeo. Il Pd, invece, ha rovesciato la prospettiva: per Irene Manzi la responsabilità è del governo, colpevole di avere aperto la strada alla “propaganda russa”. Due letture diverse dello stesso caso.

La Russa ricompatta il Pd
Se il Pd è alle prese con la “questione” M5s, alla vigilia di una settimana decisiva sulla riforma elettorale c’è un elemento che sta invece ricompattando il partito: si tratta delle parole di Ignazio La Russa. Il presidente del Senato, nelle scorse ore ha rilanciato sui social un video di un recente intervento di Elly Schlein al congresso del Pse sul caso Ranucci e lo ha accompagnato con una scritta lapidaria: “Che imbarazzo”. Nel passaggio contestato, la segretaria dem ricordava l’attentato subito dal giornalista di Report e metteva in guardia dai rischi per la democrazia e la libertà d’informazione “quando l’estrema destra è al governo”. Davanti all’affondo della seconda carica dello Stato, i dem – da Francesco Boccia a Walter Verini – la replica è corale: dal suo ruolo istituzionale, l’esponente di FdI “non può fare il capopartito”.
