Birmania/ Il Mondo si indigna per la condanna a San Suu Kyi. L’Onu e la Ue chiedono la “liberazione immediata e senza condizioni”

Pubblicato il 11 Agosto 2009 17:24 | Ultimo aggiornamento: 11 Agosto 2009 17:24

La giunta militare birmana torna a condannare Augn San Suu Kyi, leader dell’opposizione non violenta e premio Nobel per la pace nel 1991, e dalla comunità internazionale arrivano reazioni di durissima condanna.

Dall’Unione Europea e dall’Onu arriva, unanime, la richiesta della liberazione «immediata e senza condizioni» della leader dell’opposizione. La presidenza di turno svedese dell’Ue annuncia che sono allo studio diverse misure restrittive nei confronti degli interessi economici del governo di Rangoon e il segretario generale delle nazioni Unite, Ban Ki Moon, «deplora con forza» la sentenza di condanna rivelando che la Ue «intensificherà il lavoro con la comunità internazionale, e specialmente con i suoi partner in Asia, per ottenere il rilascio di San Suu Kyi e degli altri prigionieri politici in Birmani».

Di “nuove sanzioni contro il regime birmano” parla pure Nicolas Sarkozy. In particolare, secondo il presidente francese, le restrizioni dovrebbero riguardare il campo del legname e delle pietre preziose. Il primo ministro britannico Gordon Brown si dice «costernato e in collera».

Dure parole di condanna arrivano anche da oltre manica. Hillary Clinton, segretario di Stato americano, afferma che Suu Kyi «non avrebbe mai dovuto essere nè processata nè condannata» e l’ex first lady chiede anche la liberazione dei prigionieri politici, incluso lo statunitense John Yettaw.

In Australia il ministro degli Esteri Stephen Smith chiede l’immediato rilascio di Aung San Suu Kyi e convoca l’ambasciatore birmano. Il governo della Malesia invece indice una riunione straordinaria dell’Asean, l’associazione dei Paesi del Sud-est asiatico. Quattordici premi Nobel per la pace chiedono un’inchiesta sui «crimini contro l’umanità» in Birmania. Per Amnesty International la sentenza contro Aung San Suu Kyi «è vergognosa».

L’Italia si associa alla ferma condanna per un processo definito “ingiusto” e si associa al coro di voci che chiede un rafforzamento delle sanzioni contro il governo birmano. Il  ministro degli Esteri Franco Frattini parla di «una gravissima lesione ai principi della democrazia», Piero Fassino, inviato speciale dell’Ue per la Birmania, rivela che perfino la giunta militare «è imbarazzata dalla sentenza» e sottolinea che sia necessario «agire a tutto campo per arrivare alla liberazione degli oltre duemila prigionieri politici e per ottenere un dialogo tra il regime e l’opposizione».