E adesso, pover’uomo?

Il titolo cubitale di un quotidiano recita così: “Bersani: no al governissimo. Casini: serve un nuovo partito”. Potrebbe essere di oggi, o di ieri, e invece è già dell’11 maggio scorso. Non c’è niente di meglio che raccogliere e giustapporre le notizie ordinandole nel tempo per pesarne la consistenza. Ebbene, confrontiamole con quelle più fresche, del “processo/espulsione” comminata dal Pdl al finiano Granata intervenuto sullo scandalo nello scandalo della P3, della richiesta di sfiducia al governo di Di Pietro passando per Fini, dei vari segnali da “25 luglio 1943” del ventennio mussoliniano variamente commentati. Per arrivare all’opposizione coagulata intorno al Vendola sì-Vendola no in funzione di prossime primarie per prossime elezioni.
Il titolo dell’inizio, uscito ben prima di tutto il caravanserraglio della legge sulle intercettazioni e poi del magma già noto ma ora scoperchiato di Cosentino e soci, è perfetto per ricordarci che già ai primi di maggio, un mese dopo le elezioni regionali, le fibrillazioni delle coalizioni erano altissime, sia pure con moduli differenti…

Sul piano inclinato lungo l’asse del quale sta rotolando da un pezzo l’intiero Paese, già precipitava la situazione. Solo che allora sembrava più un “ballon d’essay” scaramantico lanciato per aria contro il timore di un Berlusconi imperituro, che non un vero segnale di cambiamento. In sedici anni del resto il Cavaliere Inarrestabile è stato appunto inarrestabile (perché improcessabile e non frenabile) così da ingenerare l’idea che fosse inconcepibile un’Italia senza di lui e le falangi di suoi  votanti. Ma l’opposizione è sempre parsa averne bisogno, a mo’ di squash, come fosse un documento di identità al contrario che ne attestava l’esistenza: ci siamo perché non possiamo permettere a Berlusconi… e bla, bla, bla… Eppure le undici settimane trascorse da quel titolo ci dicono anche dell’accelerazione che ha preso lo stato delle cose, questa impervia realtà prima palla di disagio e poi slavina e valanga che sta arrivando a valle (della politica) mentre il Paese assiste stremato alla “battaglia per la libertà” afferrando solo in parte il nocciolo della questione. 
Che in soldoni è: che fare se Berlusconi non regge più? Che fare se resiste in qualche modo al governo giusto per far passare un altro paio di leggi di comodo? Che fare se si va alle elezioni anticipate e magari le rivince essendo esse per ora l’unica disciplina sportiva in cui eccelle? Che fare se perde le elezioni, e casomai da chi, a quali prezzi, per fare che di quel Paese stremato che non rifiorirà di botto solo perché Berlusconi sarà stato disarcionato da un cavallo che – magari si scoprirà immediatamente dopo – non era neppure suo e non era neppure del suo stalliere di fiducia (in arte detto “l’eroe”)?

Una serie di domande che compongono la questione del “dopo” e a cui un tentativo di risposta andrebbe fornito, giacché siamo già comunque a un dopo anche con “questo” Berlusconi. Da troppi anni considerato il primo dei pupari e adesso invece a rischio “pupo” con i fili tirati da altri: che cos’è infatti il cespuglio di rami e rametti del passato mafioso e/o massonico emergente se non il richiamo chiarissimo all’ordine e l’avvertenza di fine corsa? Certo, è necessario distinguere la tempistica di tutto ciò, e per questo partivo dai due mesi e mezzo intercorsi da quel titolo su Bersani e Casini: un conto è se frana a breve, un conto è se si trascina ancora per un inverno, anche solo perché né i pupari né gli elettori sanno davvero bene chi mettere o immaginare al suo posto.
C’è persino l’ipotesi fondata che il Cavaliere Inarrestabile, Caimano ormai più spesso sulla riva in compagnia di altre specie animali, riesca ancora a immergersi nella palude solo perché i suoi cacciatori possano da sinistra segnalarne la presenza e il pericolo, naturalmente guardandosi bene dal bonificare quello stesso pantano in cui sguazza sempre più a fatica. Insomma, una sorta di inconfessato e inconfessabile “meno male che Silvio c’è” ma pensato dalla sinistra, mischiato al “ghe pensi mi” autarchico e sbrindellato nella fanghiglia indistinta. Il tutto pone comunque il problema delle due velocità: questo Paese non si salverà senza una toppa di emergenza quando il buco si rivelerà assai più esteso e profondo, in senso economico, politico, sociale ma tutt’insieme culturale. Ma non si salverà neppure – e la storia degli ultimi vent’anni lo ha dimostrato a sufficienza – se si penserà solo al buco, e non a una ricostruzione dalle fondamenta, dal senso della legalità e dall’etica del singolo e della collettività, di sinistra, di destra e di centro.

Quindi dalla qualità delle persone. La correità e la corresponsabilità dell’intiera classe dirigente nazionale in questo sfacelo può essere misurata sulle due velocità, cioè sulla toppa e sulla ricostruzione, sull’emergenza terremoto e sui criteri antisismici per ritirare su le case, sulla difesa a spada tratta della costituzione ad horas, a partire da quella libertà intaccata dal “bavaglio”, ma non senza la rivitalizzazione dei vari capitoli della Costituzione stessa, violata da tutti e quotidianamente. Dico da tutti i partiti, ma anche da tutti i cittadini che la ignorano o la piegano all’interesse del momento. Una difesa immediata oggi senza un programma di difesa per domani certo è indispensabile e necessaria, ma non sufficiente. Il punto è che mentre per la “toppa”, cioè per il primo stadio, per la prima velocità, si affollano in tanti, da Tremonti a Bossi, da Vendola a Di Pietro passando per Casini, Montezemolo, Della Valle e la solita compagnia dei furbetti del salottino, per un’idea di Italia diversa il materiale umano scarseggia: chi ha la faccia per parlare agli italiani dell’Italia del domani? Chi non è compromesso, chi non è corrotto in senso letterale o figurato? In nome di che cosa può prefigurare un futuro per il Paese e non soltanto per i “suoi”?

La mia proposta nel “dopo” che è già qui, introdotto da quel “E adesso pover’uomo” in stile Hans Fallada, è dunque che non si permetta di porre la toppa a nessuno che non sia in grado anche di costruire un Paese differente, rifondato su valori inconciliabili con l’unico valore dominante, il denaro. Se non siete capaci di pensare il futuro, perché dovrei fidarmi e mettervi in mano il presente dopo quello che avete fatto (o non fatto) nel passato? Specie ora che l’alibi del Caimano sta irresistibilmente evaporando…

da Il Fatto Quotidiano, 29 luglio 2010 


Leggi l’articolo originale su: italiopoli

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