Neda, icona mondiale della libertà. A Teheran con lei il carcere fa meno paura

di Gennaro Malgieri
Pubblicato il 29 Giugno 2009 14:35 | Ultimo aggiornamento: 13 Ottobre 2010 16:47

Le rivoluzioni a volte generano eroi o eroine inconsapevoli, uomini e donne che mai avrebbero immaginato di diventare simboli di storie più grandi di loro. Nei giorni della tormenta che infuria a Teheran ne abbiamo “incontrata” una. L’abbiamo vista a terra, morente e innocente. Colpita dai proiettili dei basiji. Il suo volto martoriato ha fatto il giro del mondo grazie a  Youtube, che, con Twitter, è stato l’unico collegamento tra l’Iran ed il resto del Pianeta. In poche ore è diventata l’icona di una libertà che tarda a fiorire e chissà se fiorirà. La battaglia degli iraniani è stata la sua battaglia e così quel sorriso spento continua ad essere quello di milioni di ragazzi e ragazze che in testa hanno gli stessi sogni che aveva la ventiseienne la cui morte avvolge come un sudario sporco il regime dei mullah.

Il volto bellissimo di Neda Agha Soltan, incorniciato dal velo che ne esalta i lineamenti e ne sottolinea l’intensità dello sguardo, si staglia, infatti, come la rappresentazione della vitalità contro le facce corrucciate e sinistre dei barbuti ayatollah. La sua morte è il paradigma di una giovane rivoluzione che non vuole morire. I suoi assassini non sono consapevoli, accecati dall’odio sanguinario che li anima, che gli eroi, soprattutto quando lo diventano per caso, sono le armi più micidiali contro i regimi totalitari che servono con la ferocia che li contraddistingue. L’immagine seducente di Neda ha commosso tutti, in Occidente ed in Oriente, è diventato in fretta un mito planetario, perché Khamenei, pur avvalendosi di tutto il suo spietato apparato non ce l’ha fatta a cancellare il crimine più inutile e stupido di una repressione che oltre ai tratti della brutalità, mostra quelli della volgarità di uomini che hanno disconosciuto Dio invocandolo per legittimare i loro misfatti.

Ma la morte di Neda è anche il più efficace atto d’accusa al regime che ha tradito se stesso, la rivoluzione che l’ha partorito, le speranze che ha spento. Quando Khomeini spodestò lo Shah, trent’anni fa, i genitori dei ragazzi come Neda, percepirono il cambiamento come la possibilità di riconquistare un’identità che lo stile imposto dai Pahlevi agli iraniani aveva vanificato. Per loro l’ identità coincideva con la liberazione dai vincoli innaturali che li costringevano ad accettare culture che non erano persiane e neppure islamiche. Volevano essere se stessi quei giovani come i loro figli di oggi. Quanti si scagliano contro Khamenei e la sua cricca clericale, disorientata ed impaurita e perciò maggiormente aggressiva e impietosa, non vogliono liberarsi della Repubblica islamica.

La generazione di Neda non mette in discussione la religione, ma l’uso politico che se ne fa; crede che democrazia ed Islam possano convivere; sanno che la sharia non è il presupposto indispensabile per vivere civilmente secondo i precetti coranici, ma è la legge tratta da chi incarna il potere dal Libro del Profeta per imporre regole che limitano i diritti di espressione ed autorizzano la repressione dei comportamenti privati. C’è anche, nel vasto universo musulmano, un islamismo laico praticabile, accettabile, rispettabile.

I ragazzi come Neda spaventano il regime esibendo i loro sfrontati sorrisi, la loro musica tradizionale e rock, le loro letture, i film che scaricano da internet, i messaggi d’amore che si scambiano nei parchi pubblici, l’abbigliamento apertamente provocatorio soprattutto da parte delle ragazze che indossano il velo come un foulard, spesso di marca europea, che lascia intravedere buona parte della testa ed emana un innegabile fascino combinato con jeans attillati e tacchi alti. Tutti, comunque, ritengono l’islamismo intoccabile.

Mi ha detto un amico iraniano al telefono che il carcere-fortezza di Evin fa meno paura ai giovani che in questi giorni vi vengono condotti da quando si portano Neda nel cuore. Lei la sua rivoluzione l’ha già vinta. Per la sua generazione e per tutti gli iraniani come lei, figli magari di pasdaran e di basiji che vorrebbero assomigliarle nella vita e nel martirio. La morte, dicono a Teheran, rende più bella chi già è bella. E Neda lo era…