Putin a vita paradigma di stabilità politica? finirà come Mussolini, da noi continua la ricerca della via italiana

Putin zar a vita paradigma di stabilità politica? Per Giorgio Oldoini, finirà come Mussolini. In Italia continua la ricerca di una nostra via nel modello occidentale

di Giorgio Oldoini
Pubblicato il 1 Maggio 2022 - 09:25
Putin a vita paradigma di stabilità politica? Finirà come Mussolini

Putin a vita paradigma di stabilità politica? Finirà come Mussolini

Alla ricerca della stabilità politica di Giorgio Oldoini.

Putin, in occasione di un intervento alla Duma del 2020, aveva messo in luce la missione stabilizzatrice della figura del Presidente.

“Credo e sono profondamente convinto, che un forte potere presidenziale per il nostro Paese, per la Russia, sia assolutamente necessario per la sicurezza e la stabilità. Certo ci sono alternative, lo sappiamo tutti bene.

“Si tratta di una riforma di governo parlamentare che è ampiamente utilizzato nel mondo. Tuttavia, allo stato attuale del nostro sviluppo essa non può essere adottata da noi. Vedete cosa succede nei paesi della tradizionale democrazia parlamentare in Europa? Dico senza esagerazione, che alcuni Paesi oggi, ora, non possono formare un governo. Per la Russia, questo è davvero assolutamente impossibile, assolutamente inaccettabile”.

Il discorso riecheggia quello di Mussolini alle Camere, allorché decretò la fine della democrazia liberale.

E come Mussolini cadde a seguito della dichiarazione di guerra del 1940, Putin sta rischiando la stabilità economica della Russia a seguito dell’”operazione speciale” in Ucraina.

La differenza tra il sistema presidenziale russo e quello occidentale (USA), sta nell’alternanza a seguito di un confronto elettorale e nella limitazione del mandato (massimo due). Secondo Putin, la stabilità consiste nella conferma (a vita) della (Sua) carica presidenziale, ottenuta grazie a “riforme” costituzionali discutibili.

V’è a dire che anche i sistemi parlamentari occidentali vanno alla ricerca della stabilità e credibilità dell’esecutivo.

Il caso di scuola è stato quello della democrazia americana ai tempi di Reagan. Carter, il predecessore, non intendeva mettere in discussione il diritto di sciopero, con la conseguenza che i ritardi cronici di treni e aerei stavano mettendo in ginocchio il paese.

Reagan impiegò l’esercito e licenziò tutti gli addetti, con divieto di riassunzioni nel comparto pubblico per vent’anni.

Grazie a questo comportamento “antidemocratico”, il Presidente fu rinnovato nella carica con una maggioranza schiacciante. Anni dopo, il repubblicano Trump aveva prevalso sulla Clinton ottenendo i voti dei lavoratori “democratici”, grazie alla promessa di riportare a casa le imprese trasferite nell’Oriente del mondo.

Senza un atto di forza di questi Presidenti, il sistema democratico americano si sarebbe forse dissolto.

L’attuale Presidente Biden sta mostrando i suoi limiti perché è espressione di un partito democratico lontano dalla gente e perché non appare autorevole.

Al polo opposto di quanto avviene nella Russia di Putin e negli Usa, si collocano le tecniche di governo adottate in Italia, dove si è verificata la delegittimazione della classe dirigente per via giudiziaria.

Le formazioni politiche avvantaggiate dalle iniziative dei Pm, non avevano ben compreso che sarebbe toccato anche a loro. Ed oggi trovi i loro leader in prima fila per chiedere la riforma della Giustizia. Ne è venuto fuori un Referendum dopo che, per almeno vent’anni, i media e i “partiti” hanno cercato di delegittimare la magistratura. Avendo compreso che nessun governo poteva resistere in quelle condizioni. Condizioni di governabilità e autonomia dell’esecutivo che la Cartabia non è in grado di realizzare.

È questo l’unico caso a mondo di governi delegittimati dai giudici per la pochezza della classe politica.

Essa meritava per questo di essere a lungo “bastonata”.

E’ probabile che molti cittadini italiani, chiamati a scegliere tra il governo dei giudici e quello di un autocrate, sceglierebbero il secondo, certo meno destabilizzante per l’economia. Lo vedremo tra poco tempo. Quanta ricchezza è stata distrutta in Italia, quanti regali ha fatto lo Stato alle imprese private per via di “privatizzazione” delle PP.SS., durante il periodo di “prevalenza” della Magistratura rispetto all’esecutivo?

In Gran Bretagna, l’elettore si pronuncia per un programma.

Vale a dire sceglie il candidato in base al suo atteggiamento nei confronti di un problema concreto. La forza di un partito sta nella capacità di interpretare i bisogni reali della gente. Immaginiamo ora un gruppo politico che cerchi di contenere in sé i programmi di tutti i “sottogruppi” della coalizione.

Un’esperienza di questo genere l’hanno vissuta gli italiani con i “partiti artificiali”.

Gruppi gelosi della propria identità, pronti a differenziarsi alla prima occasione.

Questi “rivoluzionari” volevano arrivare a due grandi “alleanze”, promettendo che “il primo giorno dopo il voto sapremo chi ci governerà per cinque anni”. Il sistema dei due blocchi, agglomerati che raggruppano interessi territoriali, clan, apparati, è stato un fallimento. Infatti, il conflitto esterno tra i gruppi elettorali in competizione, si è trasferito all’interno dei partiti artificiali, con lo stesso risultato dell’ingovernabilità.

Il vulnus del nostro sistema politico è tuttora  l’esistenza dei blocchi artificiali. Con questo sistema, destinato a perpetuarsi, nessun governo potrà mai essere credibile e c’è voluto un atto di forza per imporre un tecnico come Draghi alla guida dell’esecutivo. Certamente Putin nel suo discorso alla Duma, si riferiva certo al caso Italia.

Siamo ancora a discutere sui principi ottocenteschi relativi alla rappresentanza “marginale”.

Ma se il sistema elettorale non realizza una selezione normale, un giusto rendimento delle istituzioni? Se esso dà il potere a dei mediocri, a delle nullità o a degli incapaci? Problemi del genere si pongono a tutte le democrazie moderne, che devono contrapporre metodi “spicci” alla degenerazione della politica. Per difendere la democrazia, è necessario garantire con ogni mezzo la governabilità durevole.

Non vi è stabilità politica senza un minimo di moralità nell’azione dei partiti. Questo minimo di moralità sta nel fatto che, pur avendo il diritto di combattere il governo, una opposizione non deve tuttavia respingere quei provvedimenti governativi che essa stessa proporrebbe se fosse al potere.

E’ evidente che le strutture costituzionali sorte dopo la Liberazione non hanno creato una tecnica adatta alla vita, ai bisogni, allo spirito dei nostri tempi. Il rinnovamento del sistema esige non soltanto innovazioni delle tecniche parlamentari, ma nuovi apporti al pensiero politico, ampiezza di respiro, slancio. Esige che, nelle materie affidate all’esecutivo, sia ripristinata la supremazia delle istituzioni elettive rispetto a quelle di carriera.

Minacciata dal globalismo economico al quale non ha saputo adattarsi, l’Italia democratica attende tuttora il suo rinnovamento costituzionale, alla ricerca della stabilità politica.