Garimberti si dimette? “No comment”. La Lei ha vinto con Maccari

Pubblicato il 30 Gennaio 2012 7:43 | Ultimo aggiornamento: 30 Gennaio 2012 8:13

ROMA – Gli ultimi giorni di gennaio e i successivi primi di febbraio saranno cruciali per la Rai, dove può succedere di tutto, a cominciare dalle dimissioni del presidente, Paolo Garimberti se, come tutto fa pensare, martedì 31 gennaio il direttore generale Lorenza Lei confermerà la sua proposta di trattenere alla direzione del Tg1 Alberto Maccari (appoggiato dal Pdl) e di nominare direttore del Tgr, l’attuale vice, Alessandro Casarin (quota Lega), affiancato da Pietro Pasquetti (Udc) e Paolo Corsini (ex An, Gasparri): un bel pattone di sottogoverno, non c’è che dire, ma in Rai è sempre andata così.

C’è anche da dire che con un nuovo Governo in carica che promette sfracelli sulla Rai, con un Consiglio di amministrazione che scade tra pochi mesi, col ricorso dell’ex direttore del Tg1 Augusto Minzolini pendente contro la sua estromissione, solo un migrante ignaro della realtà italiana e della Rai potrebbe accettare di andare a fare il direttore del Tg1. Altro che professionista di altro profilo: va benissimo un pensionato in prorogatio.

Tutti però ora si aspettano che Garimberti si comporti da uomo e in modo coerente con le notizie filtrate pochi giorni fa e non smentite, espresse in termini icastici dal suo ex giornale, la Repubblica.

Ha scritto la Repubblica il 27 gennaio: “Sul piatto Paolo Garimberti mette le sue dimissioni. Una bomba che farebbe esplodere la Rai, certificandone l’assoluta ingovernabilità. Il presidente di Viale Mazzini, ha confidato ai suoi interlocutori, si prepara a sbattere la porta martedì se non verrà cancellato l’accordo di Pdle Lega con un posticino anche per il Terzo polo”. Titolo “Patto Pdl-Lega per blindare il Tg1 Garimberti: piuttosto mi dimetto”, autore Goffredo De Marchis.

In realtà nelle ultime ore Garimberti ha già fatto una sensibile retromarcia: i giornali del 30, Repubblica inclusa, gli attribuivano un prudente “no comment”. Scrive Annalisa Cuzzocrea su Repubblica che Garimberti “promette che dirà tutto quello che pensa dopo il voto di martedì”. Secondo l’Ansa, Garimberti avrebbe “detto ai suoi”: ” ”Dopo il voto dirò liberamente e sinceramente
ciò che penso”, infastidendo non poco l’ex Udc e ora Pid Giuseppe Gianni: “”Come mai Garimberti dichiara che parlerà solo dopo il voto del Cda? Come mai il direttore generale della Rai Lorenza Lei, anziché trincerarsi dietro un silenzio assordante, non chiede a Garimberti ragione del suo improvviso mutismo? La Rai non puòessere gestita da un manipolo che procede al gioco dei quattro cantoni”.

A raffreddare i bollenti spiriti di Garimberti è stato probabilmente anche un colloquio con Gianni Letta, che, sempre secondo De Marchis è “amico personale di Maccari e architrave su cui si regge l’accordo tra berlusconiani e leghisti”. Sempre secondo Demarchis l’incontro Letta – Garimberti “ha avuto un esito negativo”.

Ma allora perché Garimberti si è spinto a tanto, al punto da fare una figura assai meschina se, come probabile, Maccari sarà confermato e lui le dimissioni non le darà? L’ipotesi più accreditata è che Garimberti abbia cercato di guadagnare punti con la sinistra, alla vigilia di un rimescolamento di carte i Rai che, se non prima, avverrà di sicuro a primavera quando il Consiglio attuale scadrà.

Garimberti è sempre stato poco di sinistra (è nota la sua teoria che le uova comuniste avevano gusci bianchi e fragili e questo era prova dell’inferiorità di quel sistema) e la sua nomina è frutto di un accordo dell’allora segretario del Pd Dario Franceschini con l’allora sottosegretario plenipotenziario Letta. Poi Franceschini è caduto, gli è subentrato l’ex comunista Pierluigi Bersani e in questi anni più volte gli appelli della parte della sinistra più attenta alla Rai (quante volte Giuseppe Giuliettisi è rivolto a lui come “presidente di garanzia”) sono stati accolti da un “fin de non recevoir”: l’ultima occasione è stata proprio quando Giulietti

parlando di ”un’occupazione militare assoluta” della Rai da parte di Berlusconi e alleati, ha invocato “un intervento del presidente Garimberti”.

Garimberti ha fatto da notaio alle decisioni del Palazzo, tranne alzare la testa contro l’ormai massacrato Augusto Minzolini.

Che Garimberti si dimetta o meno, il terreno attorno a viale Mazzini sembra i Campi Flegrei.

Corrado Passera, ministro dello Sviluppo, è in piena effervescenza e c’è chi dice che con la scusa della nuova governance voglia portare all’unica carica di vero potere (a parte quelle dei capi struttura, della fiction e del personale), quella di direttore generale, una persona di sua fiducia oltre che di provata competenza, l’ex direttore generale Claudio Cappon. Cappon era stato messo lì da Silvio Berlusconi e conservato da Prodi e tanto era bastato perché fosse poi emarginato dallo stesso Berlusconi, che gli aveva preferito la poi controversa scelta di Mauro Masi.

Passera si è trascinato dietro anche Paolo Peluffo e è andato al Quirinale per parlare col presidente Giorgio Napolitano di una riforma della Rai, che potrebbe essere accelerata da una anticipata crisi del vertice Rai.

Intanto l’attuale direttore Lei passerà un primo cerchio di fuoco nella giornata di lunedì 30, quando sarà in commissione di Vigilanza Rai per il seguito della sua audizione. Sono in molti, ha scritto l’Ansa,tra le fila dell’ex opposizione a chiedere la testa del direttore generale, accusata di trascinare l’azienda di servizio pubblico verso una crisi epocale. Il leader del pd Pierluigi Bersani ha chiamato in causa il governo, perché si metta mano ”urgentemente anche su iniziativa dell’esecutivo, ad una riforma della governance della Rai”. Lo ha ovviamente contestato il capogruppo in Senato del Pdl Maurizio Gasparri che parla di ”indegna aggressione al cda”.

Il giorno dopo, martedì, Lorenza Lei porterà in cda un pacchetto di nomine che prevede la riconferma fino a dicembre di Maccari al Tg1, di Casarin alla  guida del Tgr, con accanto  Pasquetti e Corsini. Anticipate dalle indiscrezioni dei giorni scorsi, le proposte della Lei sono da sabato sul tavolo dei consiglieri.

La polemica è divampata ancor più nel fine settimana, perché il pacchetto Lei è stato considerato frutto di un accordo fra Pdl e Lega, con una foglia di insalata anche per l’Udc. Da Pd, Idv, Prc hanno anche sollevato il problema del sul consigliere Antonio Verro accusato di conflitto di interessi per la sua recentissima nomina a deputato.

Vincenzo Vita, senatore del Pd e  componente della Vigilanza Rai, ha detto con insolita brutalità: ”Se il dg Rai Lorenza Lei intende davvero riconfermare Maccari come direttore del Tg1 e Casarin alla direzione della testata Tgr dovremmo semplicemente prendere atto del fatto che l’affidabilità del gruppo dirigente della Rai è vicina allo zero”.

Carlo Rognoni, ex senatore del Pd ed ex consigliere Rai da cui fu estromesso in modo indegno e un po’ sovietico, ha aggiunto:  ”Spero che i consiglieri capiscano la gravità e boccino le proposte del dg Lei”.

Rognoni, che in cuor suo ha considerato gli attuali rappresentanti della sinistra nel Consiglio Rai un po’ degli usurpatori, ha aggiunto che in caso contrario si augura le dimissioni di presidente e consiglieri di minoranza. Armiamoci e partite.

Il portavoce di Articolo 21 e deputato Giuseppe Giulietti ha chiesto l’intervento del governo con una ”norma straordinaria sulla Rai che spezzi radicalmente ogni interferenza indebita ed ogni cordone ombelicale , di qualsiasi natura”.

Più volte chiamato in causa da Pd e Idv, il consigliere Antonio Verro si limita a confermare la sua presenza in cda martedì. Parla invece Nino Rizzo Nervo, consigliere di area Pd, che lancia un appello al consiglio ”perché dia un forte segnale di indipendenza rimandando al mittente quelle proposte e chiedendo al direttore generale di dimettersi”. Dalla ex maggioranza le reazioni sono compatte: ”Basta con queste continue intromissioni, si lasci la Rai decidere secondo logiche di mercato e in piena autonomia aziendale”, si infuria il capogruppo Pdl in Vigilanza Alessio Butti. Per l’ex ministro delle comunicazioni Paolo Romani, dietro le polemiche, ”trapelano inaccettabili logiche politiche”.

Dal fronte dei giornalisti l’Usigrai osserva che la scelta ”che sarebbe stata fatta per il Tg1 può essere accettata in una logica di bimestre bianco degli attuali vertici aziendali, ricordando che l’intero Cda è ormai prossimo alla scadenza (il 28 marzo). E avverte: ”Non rilanciare subito il Tg1 è un errore”.