Dove la libertà di stampa c’è. Scandalo alla Reuters su notizie ritrattate e eliminate

Pubblicato il 5 Febbraio 2010 10:37 | Ultimo aggiornamento: 5 Febbraio 2010 10:43

David Schlesinger, editor in chief di Reuters

Questa è una notizia riservata ai giornalisti ed editori italiani, in particolare a quelli inclini a martirizzarsi, di solito a senso unico, sulla poca libertà di stampa che c’è da noi. La notizia viene dagli Usa, culla e patria della libertà di stampa, e riguarda il presidente Barack Obama, che la mitologia gratifica dell’equazione: di sinistra = democratico. Riguarda anche la più importante agenzia di stampa del mondo, nominalmente inglese ma in realtà ormai planetaria, la Reuters e i suoi rapporti con il mondo della finanza di cui scrive 24 ore al giorno, sette giorni alla settimana.

Secondo il sito Gawker.com la Reuters si è macchiata di servilismo verso il presidente Obama,  arrivando al punto di ritrattare una delle notizie che aveva diffuso, dopo aver ricevuto lamentele da parte della Casa Bianca.

La Reuters aveva affermato che il taglio al deficit previsto per i prossimi dieci anni sarebbe stato frutto di tasse volute da Obama che avrebbero colpito la classe media. Di lì a poco una clamorosa ritrattazione: la notizia semplicemente non era vera, veniva obliterata e sarebbe stata sostituita. Non male.

Secondo Gawker sarebbe il secondo caso negli ultimi mesi di clamoroso “passo indietro” dell’agenzia. Il precedente, che risale a dicembre 2009, è ancora più clamoroso perché riguarda una notizia soppressa perché accusava di insider trading un noto finanziere di edge funds, Steven Cohen, detentore di una piccolissima quota di Reuters (o.01%, valore 2 milioni di dollari). La storia era così vera, sostengono i giornalisti della Reuters, che anche l’Fbi sta indagando e la ex moglie di Cohen lo ha denunciato.

La notizia, frutto dell’attività investigativa di un gruppo di reporter assunto proprio per questo, è stata soppressa per ordine del capo supremo di Thomson Reuters, di cui Reuters ora è parte, Devin Wenig, e del direttore editoriale in capo dell’agenzia, David Schlesinger, dopo una furibonda telefonata di Cohen a Wenig.

In una successiva teleconferenza con i redattori della Reuters di New York, Sxchlesinger ha ammesso che la storia era buona e documentata, ma alla domanda su perché la notizia fosse stata soppressa ha risposto: “Perché non scriviamo su tutte le notizie su cui abbiamo documenti”.

L’episodio Cohen non sembra isolato. Secondo Gawker, “Reuters, che fa i soldi sia scrivendo sul mondo della finanza sia vendendo i suoi servizi alle società finanziarie, tra cui forse quella dello stesso Cohen, è stata esposta a lungo alla percezione che le sue priorità di business siano in conflitto con la sua missione editoriale” in quanto “molte delle persone di cui scrive sono, dopo tutto, clienti”. Proprio per questo la Reuters ha di recente montato una squadra di giornalisti specializzati in reporting investigativo e assumendo alcune star dal New York Times con lo scopo di “diventare più aggressiva” nell’informazione economica, secondo le stesse parole di un grande capo, Martin Howell.

La Reuters fu fondata a fine ‘700 dall’omonimo inglese, inventore dell’uso dei piccioni viaggiatori per anticipare internet. Procurava notizie agli investitori alla Borsa di Londra e fa storia del giornalismo (per quei pochi cui interessa) per avere fatto arrivare a Londra, con largo anticipo sui canali ufficiali, la notizia della sconfitta di Napoleone a Waterloo.

La sua copertura mondiale delle notizie era speculare alla dimensione globale dell’impero britannico, ai cui interessi, sempre negata con la pomposa prosopopea degli inglesi, è stata sempre funzionale. Durante la guerra, per dirne una, la Reuters omise di dare notizie, su richiesta esplicita dei Secret Service (proprio quello di Jamers Bond), che avrebbero potuto far capire ai tedeschi che gli inglesi erano capaci di decifrare i loro messaggi più segreti.

Negli anni ’60 la Reuters scoprì prima di tutti l’importanza degli elaboratori, come allora si chiamavano i computer, e accanto alle notizie giornalistiche sviluppò la copertura dell’informazione economica in tempo reale, fornendo agli operatori di borsa di tutto il mondo ogni genere di notizia, partendo dal prezzo delle azioni per arrivare a quello delle materie prime, avvolgendo il mondo intero in una rete invisibile di cavi telegrafici.

A guidare la Reuters in questa trasformazione fu un baffuto ex corrispondente di guerra, Gerald Long, che avviò anche un processo di ringiovanimento della tradizionale e un po’ burocratica istituzione british, puntando sull’aggressività dei trentenni. Long capì anche l’importanza del mercato americano sul quale puntò subito. Oggi la Reuters deve la maggior parte del suo fatturato all’America.

Quotata in Borsa, la Reuters è diventata una blue chip del mercato mondiale, permettendo a più di un editore, a cominciare da News International di Rupert Murdoch, di rimettere a posto i suoi conti vendendone le azioni. La Borsa però è un territorio che può anche rivelarsi molto insidioso e ai pericoli della jungla finanziaria non è sfuggita nemmeno la ormai mega azienda globale di informazione planetaria, diventando preda, alcunui anni fa, delle ambizioni del gruppo Thomson, finendo per diventare una componente dell’acor più mega gruppo globale Thomson-Reuters.

Anche la storia di Thomson è degna di un romanzo. L’azienda nasce in Canada, dall’intraprendenza del ventenne Roy Thomson, figlio di un barbiere nato nelle grandi foreste del nord. Roy Thomson mise assieme un po’ di radio locali e di piccoli settimanali e quotidiani della frontiera e da lì costruì una lunga e luminosa carriera che lo portò a diventare Lord a Londra e proprietario del Times e del Sunday Times, giornali tanto prestigiosi quanto in crisi.

Morto il vecchio Thomson, il figlio si precipitò a vendere i giornali e a investire nel turismo, non trascurando l’informazione economica. Uscita anche dalle agenzie di viaggi, la Thomson sviluppò l’informazione economica fino a superare Reuters e poi inglobarsela.

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