Recensione: Halloween (2018). Il ritorno di Michael Myers

Giuseppe Avico
Pubblicato il 31 ottobre 2018 9:00 | Ultimo aggiornamento: 31 ottobre 2018 9:52
Recensione: Halloween (2018). Il ritorno di Michael Myers

Recensione: Halloween (2018). Il ritorno di Michael Myers

ROMA – Michael Myers è tornato; l’uomo nero con il suo coltellaccio da cucina e la sua maschera bianca è di nuovo sul grande schermo. A distanza di 40 anni precisi dal primo Halloween del maestro John Carpenter, uno dei più famosi e amati personaggi della storia dell’horror ritorna ad Haddonfield per la sua notte, quella delle streghe, quella del 31 ottobre. Il regista David Gordon Green, capace di spaziare tra più generi, decide di dare un taglio netto al passato ricollegandosi direttamente al capofila della serie, ignorando completamente i successivi capitoli e i due film di Rob Zombie. Il suo Halloween, infatti, si presenta come un sequel diretto del capolavoro carpenteriano. Carpenter stesso è coinvolto nel film, quasi come a dare la sua benedizione al progetto, occupandosi della produzione e delle musiche. Anche Jamie Lee Curtis, l’eroina Laurie Strode del primo film, è partecipe della rimpatriata di fine ottobre, così come Nick Castle, lo storico Michael Myers di Carpenter. Tanta bella nostalgia, basterà? Scopriamolo insieme in questa breve recensione. CLICCA QUI PER ALTRE VIDEO RECENSIONI

Haddonfield, 2018. A distanza di 40 anni dagli orribili omicidi di quella notte di Halloween, un’anziana Laurie Strode, l’unica sopravvissuta, non sembra neanche lontanamente dimenticare l’uomo nero dei suoi incubi, l’omicida Michael Myers. In tutti questi anni, barricata sempre in casa, Laurie sembra covare dentro di sé la sua personale vendetta, rendendo partecipe della sua ossessione anche la sua famiglia. Myers, internato in un ospedale psichiatrico, deve essere trasferito in una nuova struttura. Lo spietato serial killer, però, riesce a scappare con facilità per poi recarsi naturalmente nel luogo dove tutto ha avuto inizio, Haddonfield, per far visita a vecchi e nuovi “amici” nella notte di Halloween.

Questo è un progetto ambizioso, incredibilmente coraggioso non solo perché va a toccare uno dei capisaldi della cinematografia e i suoi rispettivi fan, ma anche e soprattutto perché si impone al grande pubblico con l’ambizione, e forse anche con la sfrontatezza, di esserne il sequel diretto. Negli ultimi anni ormai si è abituati a remake o sequel che rasentano il ridicolo, quei film che attirano il grande pubblico per il nome o più semplicemente per un personaggio, ma che poi deludono amaramente. Questo sequel se da una parte ha qualche piccolo pregio e qualche buona intuizione, dall’altra delude per i molti difetti, in particolare per ciò che riguarda la sceneggiatura. Si sa, la narrazione è parte fondamentale di ogni film, specie se si vuole realizzare un film horror che non scada nel banale. Qui la sceneggiatura, curata dallo stesso Green in collaborazione con Danny McBride e Jeff Fradley, non si discosta troppo dall’originale, ma solo perché spesso lo segue pedissequamente e a tratti nella maniera più piatta possibile, e quando non fa questo la sceneggiatura sbanda con diverse sequenze troppo telefonate e mediocri. Se si prende in considerazione i due film di Halloween di Rob Zombie, da una parte si ha il richiamo all’originale con sequenze che non copiano ma rendono omaggio con la tecnica del suo regista, dall’altra si ha la più genuina personalizzazione di storia e fatti. Qui di personale e significativo si ha davvero poco, seppur la regia di David Gordon Green risulta comunque abbastanza buona.

In questo nuovo capitolo il personaggio di Michael Myers non è stato completamente modificato, anche se per esigenze di narrazione risulta un po’ differente da quello visto 40 anni fa. Quello era un Myers incredibilmente spietato e irriducibile, colui che incarnava il male puro sotto la sua maschera volutamente fredda e poco dettagliata. Qui tali caratteristiche restano, ma il suo agire viene ritoccato secondo gli standard generalizzati dell’horror di oggi; a mancare è la suspense, il brivido che anticipa un omicidio o più semplicemente la sua presenza nella scena. Tutto accade con troppa sollecitudine, con la velocità di un film d’azione, lasciando al pubblico solo ed esclusivamente la fugace sensazione di uno spavento piuttosto che la paura. Certo, 40 anni fa il cinema era diverso, aveva tempi differenti, un pubblico differente. Oggi, invece, soprattutto in campo horror, lo spettatore è abituato a saltellare sulla sua poltrona per una piccola dose di terrore, lo jumpscare, che nient’altro non è che un secondo. Paura e spavento non sono la stessa cosa, chiedetelo a John Carpenter. CLICCA QUI PER LA RECENSIONE DEL FILM VENOM. 

Degno di nota è il comparto musicale curato da Carpenter, così come l’interpretazione di Jamie Lee Curtis, suo malgrado nei panni di una Laurie Strode monocorde. Assolutamente da dimenticare, invece, i personaggi secondari, poco abbozzati e alcuni perfino inutili e fastidiosi. In fin dei conti questo è un film che è destinato a dividere il pubblico. Se lo si guarda con spirito di leggerezza e puro intrattenimento senza troppe pretese, allora il film potrebbe perfino piacere, ma di certo non sono queste le pellicole che fanno storia. Lo si dimentica presto.