Recensione: Il Corriere – The Mule. Clint Eastwood, un maestro senza tempo

Giuseppe Avico
Pubblicato il 11 febbraio 2019 12:45 | Ultimo aggiornamento: 11 febbraio 2019 12:52
Recensione: Il Corriere - The Mule. Clint Eastwood, un maestro senza tempo

Recensione: Il Corriere – The Mule. Clint Eastwood, un maestro senza tempo

ROMA – Clint Estwood sta al cinema come Miles Davis sta alla musica. Mai paragone fu più azzardato ma allo stesso tempo azzeccato. Per Davis non credo ci siano troppe discussioni da fare, per Clint anche, ma forse occorre capirne il perché. Alla soglia degli 89 anni, e scusate se sono pochi, Eastwood non sembra volersi ritirare dal suo ambiente naturale. L’ultima volta che lo abbiamo visto recitare da assoluto protagonista in un suo film era in Gran Torino, ben dieci anni fa. Intanto Eastwood ha continuato a sfornare grandissimi film, da Invictus a J. Edgar, da American Sniper al capolavoro Sully. La vecchiaia? Non ditelo a Clint… Ora ripiomba nelle sale con Il Corriere – The Mule, sia in veste di primo attore che di regista, accompagnato nel cast da Bradley Cooper, Andy Garcia, Dianne Wiest e dalla figlia Alison. CLICCA QUI PER ALTRE VIDEO RECENSIONI

Eastwood decide di portare sul grande schermo la storia vera di Leo Sharp, qui chiamato Earl Stone e interpretato dallo stesso Eastwood. Stone è un anziano floricoltore e veterano di guerra in crisi. Costretto a vendere casa, e con la sua attività commerciale che non decolla più, Stone è ormai al verde. Tutto ciò che gli resta è il suo pick-up, con il quale ha percorso tanta strada senza mai prendere una multa. Stone ha sempre messo il lavoro al primo posto, trascurando i rapporti con la propria famiglia. Quando tutto sembra perduto, gli viene offerto un lavoro particolare per il quale è richiesta solo la sua abilità alla guida. Il lavoro sembra subito redditizio, ed è quello di corriere della droga per conto dei narcotrafficanti messicani. Stone fa poche domande, porta a termine il suo lavoro e sembra insospettabile, ma la strada questa volta è molto più lunga…

Chi se non Clint Eastwood. La vera storia di Leo Sharp sembra adattarsi perfettamente a quello che è lo stile cinematografico del regista di San Francisco. E’ una storia che non ha certo bisogno né di accomodamenti sensazionalistici né di tempi serrati. Se cercate un film on the road con inseguimenti e sparatorie cambiate sala. Questo film, infatti, si nutre di una tensione tanto misurata nella messa in scena quanto crescente nel ritmo. I più scettici parleranno di “film lento”, qualsiasi cosa voglia dire. Un film come questo, che non cerca assolutamente di ingolosire un pubblico più affamato di schegge e sangue, si poggia sulla storia, sul suo protagonista e su quello che più classicamente potremmo definire come il viaggio dell’eroe, o sarebbe meglio dire antieroe. Classico è la parola chiave. Già, perché ormai abbiamo imparato a conoscere bene Eastwood attraverso il suo fare cinema che si compone di pochi dettagli, ma quelli che poi alla fine rimangono più impressi. E’ sempre la storia che rimane al centro dei suoi film, così come i protagonisti che la compongono. In The Mule più che mai.

Eastwood racconta una storia che appare tanto inverosimile da essere incredibilmente vera. Sullo sfondo, ma neanche tanto lontane, ci sono critiche e riflessioni sulla “sua” America, quella della strada, quella più vera e spietata, quella che un qualsiasi messicano percorre con la paura di quei 5 minuti nei quali viene fermato dalla polizia (scena del film). Il personaggio interpretato magnificamente da Eastwood, quasi fosse cucito sulla sua pelle invecchiata, è davvero travolgente e autoironico. Dimenticate Walter Kowalski di Gran Torino e il suo fucile M-1, quello di The Mule è un protagonista diverso e quasi consecutivo rispetto a quello interpretato in precedenza da Eastwood. Dimenticate il viso arcigno e severo di Kowalski, perché qui, attraverso il personaggio di Earl Stone, vediamo un Clint Eastwood più attempato e trasparente, più consapevole e sicuramente più ironico e sincero, laddove non sembra troppo strano vederlo ballare nella maniera più ridicola e iconica possibile.

Perché vedere questo film? Perché è la vera summa del cinema di Eastwood, o meglio, il punto di arrivo più naturale ma forse più inatteso possibile. E’ la catarsi più bella e genuina di tutto il suo cinema, è l’espiazione filmica più autentica, un viaggio sulle quattro ruote che ha il sapore di una retromarcia emozionale lungo le strade non ancora percorse da Stone/Eastwood. Voto: 8