Italia da record, si comprano più abiti e scarpe

Pubblicato il 27 Dicembre 2009 - 13:22 OLTRE 6 MESI FA

Poco meno di 2.000 euro in un anno: è quanto spendono i cittadini europei per la cura di sè, dagli abiti ai medicinali, dalla protezione sociale alle calzature. È il risultato dell’analisi contenuta nel rapporto Europa Consumi, elaborato dalla Confcommercio, che assegna all’Italia il primato della spesa per abbigliamento e scarpe (1.194 euro pro capite su un totale di 2.330), alla Grecia quello per medicinali, servizi ambulatoriali e ospedalieri (820 euro a testa su 2.449) e, a sorpresa, a Svezia e Danimarca quello della spesa in protezione sociale (362 e 349 euro, su una media che è per gli svedesi di 2.173 euro, e per i danesi di 2.440).

Il rapporto spiega che negli ultimi quindici anni la quota di spesa sostenuta dai consumatori europei per la cura del sè si è ridotta, passando dal 14,1% del 1995 al 13,2% del 2008, ma questa è maggiore in Paesi come Portogallo (17,2%), Lettonia e Lituania (16,3%), e inferiore in Francia (12,7%) e Spagna (13,4%). Ben maggiore è, invece, la differenza in valore assoluto tra i vari Paesi dell’Unione europea: in questo caso, infatti, si va dai 3.221 euro spesi nel 2008 da ogni cittadino del Lussemburgo ai 264 euro spesi da ciascun Bulgaro. In mezzo, i 790 euro pro-capite spesi dagli Slovacchi, i 1.024 degli Estoni, i 1.894 degli Spagnoli, i 2.243 euro dei Tedeschi e i 2.502 degli Austriaci.

Lo scorso anno, tra le voci di spesa destinate alla cura di sè, nella media Ue l’abbigliamento e le calzature rappresentano la spesa pro capite più significativa (776 euro), seguita dalla spesa per la salute (servizi ambulatoriali, ospedalieri e medicinali assieme assommano a 477 euro), dai beni e servizi per l’igiene personale (324 euro), e dalla spesa per la protezione sociale (160 euro).

Dai dati emerge poi quello che Confcommercio definisce «un orientamento delle preferenze sempre più marcato verso beni o, ancora meglio, servizi in gradi di assicurare forme di benessere ‘immaterialè, fortemente connesse a una visione del ciclo di vita in termini di salute e di efficienza fisica, oltre che di mantenimento delle prospettive di reddito (attraverso le forme di previdenza complementare) anche nella fase successiva al ritiro dall’attività lavorativa». La quota di queste tipologie di consumo risulta infatti crescente nel tempo, assumendo un valore sempre più vicino al 60% della spesa complessiva per la cura di sè.