L’ENI coinvolta in un gigantesco caso di corruzione in Nigeria

Pubblicato il 13 Dicembre 2010 10:45 | Ultimo aggiornamento: 13 Dicembre 2010 10:45

Gli ingredienti per un tenebroso affare ci sono tutti: giacimenti petroliferi immensi, governanti corrotti, milioni di dollari in gioco, manager disposti a tutto, un complotto internazionale. Sullo sfondo della scena, il paesaggio solitario e selvaggio dell’Africa Nera, della Nigeria, gigante povero dalla popolazione affamata, ma con un suolo rigurgitante di ricchezze.

L’ENI è coinvolta in un gigantesco caso di corruzione internazionale. La compagnia di Paolo Scaroni ha fatto parte dal 1995 al 2000 di un consorzio guidato dalla Halliburton e composto da quattro multinazionali – oltre alla compagnia texana, dalla giapponese Jgc, dalla francese Technip e dall’italiana Snamprogetti (controllata dall’ENI) – il quale avrebbe versato la stratosferica somma di 180 milioni di dollari in tangenti per corrompere politici e alti funzionari nigeriani con lo scopo di aggiudicarsi l’autorizzazione a costruire impianti di liquefazione di gas. I benefici dell’operazione si sarebbero aggirati intorno ai 6/7 miliardi di dollari.

Le indagini, in corso da tempo, fanno le prime vittime eccellenti. La giustizia americana segue la pista della corruzione da ormai due anni e il processo negli Stati Uniti si è concluso mesi fa con un patteggiamento. La Halliburton si è dichiarata colpevole ed è stata costretta a versare la somma record di 579 milioni di dollari, divisi tra il Dipartimento di giustizia di Washington e la Sec, la commissione di controllo delle società quotate in borsa.

Nel contempo le indagini proseguono negli altri paesi coinvolti. La procura di Milano, dopo la segnalazione americana, ha aperto un fascicolo contro la compagnia petrolifera italiana. I PM Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro hanno ufficialmente iscritto nel registro degli indagati cinque persone fisiche (il presidente, l’amministratore delegato e tre manager di alto livello della Snamprogetti all’epoca dei fatti) per «corruzione internazionale». Secondo i procuratori, la Snamprogetti avrebbe deliberatamente eluso il codice etico dell’ENI «disponendo la creazione di fondi neri utilizzati allo scopo di pagare provvigioni a intermediari all´estero». Accuse plausibili, visto che per evitare che alla Snam sia comminata la misura interdittiva (che le impedirebbe di partecipare a gare d´appalto internazionali), la casa madre Eni, come la Halliburton, si è impegnata a versare la consistente cifra di 365 milioni di dollari alle autorità statunitensi.

In Nigeria è invece finito in carcere il direttore di operazioni di Saipem (la società ENI che controlla la Snamprogetti), l’italiano Giuseppe Surace. Durante la prima settimana di dicembre, l’EFCC, la Commissione per i crimini economici e finanziari della Nigeria, ha autorizzato la perquisizione degli edifici della Halliburton a Lagos. In questa occasione sono stati arrestati dieci impiegati e due direttori, così come il già citato amministratore delegato della Saipem, e il suo omologo francese della Tecnip. L’EFCC si sta sempre più interessando ai numerosi fenomeni di corruzione che segnano la vita politica ed economica del paese. Il 26 novembre, l’EFCC ha ugualmente fatto un blitz negli uffici della compagnia svizzera di logistica Panalpina, arrestando 11 dipendenti coinvolti in un caso di corruzione nel quale sarebbero stati versati 240 milioni di dollari a politici e funzionari nigeriani. Perfino l’ex vicepresidente Usa Dick Cheney – alla guida della Halliburton fino al 2000 – e’ finito nel mirino della magistratura nigeriana con l’accusa di cospirazione, corruzione di pubblici ufficiali e ostacolo alla giustizia.

Non è la prima volta che l’Eni si trova coinvolta in un processo per corruzione. Già al tempo di tangentopoli fu accusata nel celebre processo della tangente Enimont, giornalisticamente definita la “madre di tutte le tangenti”. In quell’occasione, i magistrati accertarono che 150 miliardi di lire furono spesi per comprarsi politici e funzionari italiani. Da allora, la compagnia petrolifera italiana si era dotata di un codice etico che avrebbe dovuto impedire la possibilità di nuovi casi di corruzione. Evidentemente, non è bastato.