Parla Mancini l’Accattone: “La Banda della Magliana esiste ancora”

Pubblicato il 4 febbraio 2010 10:55 | Ultimo aggiornamento: 4 febbraio 2010 10:55

Il film di Michele Placido "Romanzo criminale" ambientato negli ambienti criminali della Roma anni '70

Il giornalista di Repubblica Carlo Bonini è l’autore di un’inchiesta sulla banda della Magliana che, secondo una serie di dichiarazioni e rivelazioni raccolte sarebbe ancora attiva oggi, anni dopo la sua fine ufficiale.

L’inchiesta è pubblicata sul quotidiano, nell’edizione di giovedì  4 febbraio ed è anche documentata in un filmato, a cura dello stesso Bonini, di Repubblica Tv. L’inchiesta è basata sulle rivelazioni di Antonio Mancini, noto come “Nino l’accattone” e come “infame”, uno dei componenti della banda, che si è fatto intervistare.

Bonini cita, a sostegno dell’inchiesta, cita un magistrato, Lucia Lotti e un generale dei carabinieri, Tommasone, che in passato furono protagonisti delle indagini.

Lucia Lotti, che per quindici anni ha lavorato come p.m. della Direzione Distrettuale antimafia di Roma, arrestando Nicoletti e i suoi figli. Bonini dice che “le migliaia di pagine di atti dei processi che ha istruito restano, insieme alle indagini dello storico pm della Banda, Andrea De Gasperis, lo sguardo più articolato e profondo sugli epigoni di quella stagione”.

Oggi, riferisce Bonini, la Lotti è procuratore della Repubblica a Gela e dice: “Tra la storia di vent’anni fa e quella di oggi esistono delle significative ricorrenze. Ritornano dei cognomi. Si rivede un metodo. Si apprezza una capacità criminale di tenere insieme attori diversi: malavita, camorra, ‘ndrangheta, mafia. Troppo poco per dire che esiste un solo padrone della città, ma abbastanza per pensare che le traiettorie di quel gruppo criminale non si siano esaurite”.

Il generale Tomasone, comandante del Nucleo provinciale dei carabinieri di Roma, ha indagato in passato sulla banda della Magliana e oggi  indaga su quel che ne resta: “Immaginare la Banda come vent’anni fa è un errore. Ma è altrettanto un errore dire che non esiste più. I vecchi elementi hanno potuto modificare abitudini, modo d’essere e mutuare i tratti di altre forme di crimine che sulla piazza di Roma sono da sempre: ‘ndrangheta, camorra, mafia”.

Personaggio chiave dell’inchiesta di Bonini è Antonio Mancini, “Nino l’Accattone”, uno degli uomini chiave della Banda della Magliana e ora ha raccontato a repubblica  la sua verità. È stato un bandito e un assassino («Ho ucciso quattro volte», elenca sulle dita di una mano). Secondo Bonini, nell’organizzazione criminale romana, tra gli anni ’70 e ’90, sedeva alla destra di Franco Giuseppucci “er Negro” e Maurizio Abbatino, “Crispino”. È diventato un “infame” per risparmiare alla figlia adolescente Nefertari quello che è toccato a lui. “Infame” nello svelare il ruolo della Banda nell’omicidio di Mino Pecorelli. “Infame” nell’indicare il responsabile (Enrico De Pedis) e il movente (“una pressione sul Vaticano e lo Ior di Marcinkus”) del sequestro di Emanuela Orlandi.

La tesi di Mancini è che «la Banda della Magliana esiste ancora. Ha usato e continua ad usare i soldi di chi è morto e di chi è finito in galera. E non ha più bisogno di sparare. O almeno, di sparare troppo spesso».

Secondo Mancini, ci sarebbero anche i suoi soldi, quelli di Mancini stesso, alle origini della fortuna di Danilo Coppola, finanziere romano implicato nelle vicende dei “furbetti del quartierino” che dominarono le cronache estive di alcuni anni fa. Dice Mancini: «Io non sono uno che farfuglia. Non do opinioni. Dico che quella storia non è finita perché lo so. Basta andare a cercare chi ne è uscito alla grande quindici anni fa. O magari chiedersi come mai i miei soldi di bandito, un miliardo e trecento milioni di lire, sono finiti, come ho saputo, nelle tasche di Danilo Coppola. Prima di andare dentro, avevo affidato quei soldi a Enrico Nicoletti, il cassiere della Banda. E non li ho mai rivisti. Che ci ha fatto Nicoletti con la montagna di miliardi della Banda?».

Bonini ha provato a girare la domanda allo stesso Coppola, il quale, secondo Repubblica, dopo il carcere e una prima condanna a sei anni per bancarotta,  è tornato nei suoi uffici di via Morgagni, a Roma. Secondo Bonini, nonostante i seicento milioni di euro di debito verso il fisco, i quaranta fallimenti pendenti per altrettante società del suo gruppo e l’ormai prossima conclusione dell’inchiesta sulle scalate Bnl e Antonveneta condotta dal pm di Roma Giuseppe Cascini, Coppola è tornato in piena forma. Si fa negare da “Repubblica”, facendo promettere alla segretaria che “il Presidente farà senz’altro sapere se e quando potrà rendersi disponibile per un’intervista”.

Secondo Repubblica, nelle carte dell’istruttoria della Procura di Roma, si documenterebbe che quelle di Mancini, Nino l’Accattone, sono affermazioni con un fondo di attendibilità. Riferisce Bonini che, alla fine degli anni ’80, Coppola, agli esordi, presentò come garanzie bancarie cambiali in possesso di uomini che facevano capo alla banda (come Aldo De Benedittis). Nel 2003, acquistò un appartamento che affaccia sulla villa di Nicoletti e in quello stesso anno concluse affari immobiliari con i fratelli Antonio e Nazzareno Ascenzi, legati a filo doppio a Enrico Terribile, cresciuto sotto l’ala della Banda e uomo di Nicoletti (e con lui condannati per associazione a delinquere nel 2008).

Inoltre, sostiene nella sua inchiesta la Repubblica,  nella storia di Coppola, non sarebbe un caso di omonimia quello di un altro personaggio, Umberto Morzilli, con il quale Coppola avrebbe chiuso nel 2003, attraverso la società “Toro 91″, due compravendite immobiliari: a Rocca di Papa (un terreno edificabile) e a Torgiano, in provincia di Perugia (un lotto residenziale di 14 ville).

Anche se, come sostiene Bonini, quel che resta della banda della Magliana non ricorre più abitualmente ai metodi violenti che la resero celebre, anche negli ultimi tempi la storia di questo grupopo criminale avrebbe lasciato la sua scia di  morti. Dice Mancini: «La banda è tornata a uccidere di recente”.  Le   vittime sarebbero Umberto Morzilli, quello del doppio affare immobiliare con Coppola, noto come il “meccanico” di Centocelle e Emidio Salomone di Acilia, altra località alla periferia di Roma.  Due killer uccisero Morzilli con cinque colpi, l’ultimo alla nuca, nel febbraio del 2008, in mezzo alla strada, in pieno giorno, mentre era al volante della sua Mercedes. Cresciuto all’ombra della Banda e titolare di un’officina, Morzilli, secondogli investigatori, “di mestiere faceva il narcotrafficante ed era legato a filo doppio con Enrico Nicoletti. Era garante e terminale di una delle rotte di approvvigionamento della coca verso la Spagna, Marbella, e lavora con la famiglia calabrese dei Parrello, entrata sulla piazza di Roma alla fine degli anni ’90”.