Picchi moglie una volta all’anno? Un giudice: non è maltrattamento

di redazione Blitz
Pubblicato il 4 gennaio 2018 10:32 | Ultimo aggiornamento: 4 gennaio 2018 12:40
Maltrattamenti-sentenza-torino

Picchi moglie una volta all’anno? Un giudice: non è maltrattamento

TORINO – Semel in anno licet insanire, recita l’antico proverbio. Una volta l’anno è lecito impazzire: così un giudice di Torino, Maria Iannibelli, ha deciso di assolvere un uomo di 42 anni imputato per maltrattamenti “sporadici” alla compagna.

Nove certificati medici rilasciati dal pronto soccorso in otto anni non contano: se succede una volta l’anno non è maltrattamento, ha sentenziato il giudice. Un po’ perché in alcuni casi le lesioni non c’entrano nulla con le botte o con il comportamento dell’uomo: una caduta, l’urto accidentale su una mensola, persino un incidente stradale. Ma soprattutto perché si tratta di episodi sporadici, nati da “situazioni contingenti e particolari”. Niente di riconducibile “all’imposizione di un sistema di vita tale da porre la vittima in uno stato di prostrazione sia fisica che morale“.

Così il giudice Iannibelli ha chiuso un processo sul tumultuoso rapporto fra il quarantunenne, senza occupazione dal 2008, e una donna, che svolge lavori occasionali di pulizia, residenti in provincia di Torino. Convivenza cominciata nel 2006 e interrotta nel 2014, quando lei scoprì che lui la tradiva con una sua amica. Nel frattempo erano nati una bimba e un bimbo.

L’imputato, comunque, di qualcosa è colpevole. Dopo aver lasciato casa, ha smesso di contribuire al mantenimento dei figli. “Non ho un impiego”, ha detto. Ma non ha dimostrato di essere senza un soldo. Il giudice lo ha quindi rimproverato: “Anche ammettendo che abbia difficoltà economiche, nulla lo esime dal trovarsi un’occupazione”. Risultato: sei mesi di carcere (con la condizionale) per violazione degli obblighi di assistenza familiare.

La procura aveva chiesto tre anni e nove mesi di carcere, per le spinte, i pugni, i calci, gli insulti: “Sei una madre di m…, ammazzi di botte i figli per non farmeli vedere, sei marcia”. Ma la giudice ha letto la vicenda in modo diverso: “Conflittualità reciproca. Era un litigio continuo, dovuto al fatto che l’imputato, da quando era stato licenziato, non si era adoperato per trovare un lavoro. Lui insultava, ma anche lei rispondeva agli insulti”.

Una parte lesa che la sentenza definisce “soggetto particolarmente esuberante”, la cui testimonianza in aula non “ha brillato per linearità e coerenza”. Le lesioni sono dovute ad “atti episodici”. Non solo. “Dall’esame della persona offesa e dei testi – scrive Iannibelli – non è emersa, riguardo al reato di maltrattamenti, una situazione di sottoposizione della donna a una serie di atti di vessazione continui, e tali da cagionare un disagio continuo e incompatibile con normali condizioni di vita”.

In una “revisione del giudizio in appello” spera la senatrice Pd Francesca Puglisi e presidente della Commissione parlamentare contro il Femminicidio. “La sentenza del Tribunale di Torino – ha detto la parlamentare – suscita sconcerto e preoccupazione. La minimizzazione della violenza all’interno di un rapporto affettivo non solo rischia di pregiudicare la richiesta di giustizia da parte delle vittime, ma costituisce fattore disincentivante rispetto alle istanze di tutela. Fermare la violenza si può e si deve. Spero in una revisione del giudizio in appello”.

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