Vajont, “frana pilotata, un piano per farla cadere”. La denuncia di Francesca Chiarelli

di Gianluca Pace
Pubblicato il 30 settembre 2013 15:30 | Ultimo aggiornamento: 30 settembre 2013 15:34
Francesca, la figlia del notaio Isidoro Chiarelli

Francesca, la figlia del notaio Isidoro Chiarelli

LONGARONE (BELLUNO) –  8 ottobre 1963, studio del notaio Isidoro Chiarelli di Longarone, Belluno. In quell’ufficio il notaio Isidoro Chiarelli avrebbe assistito a una conversazione tra due dirigenti dell’azienda idroelettrica Sade  in cui veniva rivelato un piano per far crollare in modo controllato una frana che minacciava di staccarsi da un fianco del monte Toc.

Il giorno dopo, il 9 ottobre 1963, il disastro del Vajont. Morti stimati: 1918. A mezzo secolo dall’onda maledetta, che non fu alta trenta metri bensì 300, Francesca, figlia minore del notaio, scomparso nel 2004, intervistata dal Gazzettino, riporta i contenuti della conversazione:

“Facciamolo il 9 ottobre, verso le 9-10 di sera, saranno tutti davanti alla tivù e non ci disturberanno, non se ne accorgeranno nemmeno. Avvisare la popolazione? Per carità. Non creiamo allarmismi. Abbiamo fatto le prove a Nove, le onde saranno alte al massimo 30 metri, non accadrà niente e comunque per quei quattro montanari in giro per i boschi non è il caso di preoccuparsi troppo”.

Stando alla ricostruzione del notaio, scomparso nel 2004, la Sade voleva affrettare i tempi per consegnare alla neonata Enel un’opera senza alcuna ombra che potesse sminuirne il valore. Solo che le onde scatenate dalla frana raggiunsero un’altezza dieci volte superiore alle previsioni, spazzando via un’intera vallata e le sue duemila vite.

“La sera del disastro programmato – racconta Francesca al Gazzettino – mio padre ci fece stare pronti. Eravamo vestiti di tutto punto, pronti a scappare”. Ma perché raccontare tutto questo solo ora? “Mio padre ci provò in tutti i modi – prosegue Francesca -, ma non ebbe ascolto. Parlarne oggi, in cui l’attenzione mediatica è forte, per l’imminente cinquantesimo, non può che rendere onore al coraggio di nostro padre. E poi basta parlare di disgrazia: nostro padre lo chiamava eccidio”.

E ancora: “Non so se mio padre davvero, dopo la sua denuncia, non abbia lavorato per due anni. Ma è facile verificare se la sua attività abbia subito una riduzione: basta andare all’Archivio notarile e consultare i repertori. Ma ricordo che mi disse: “Sono stato ostacolato da gente legata alla Sade e a quell’ambiente“. Che la frana sia stata provocata è certo. Tutto sta a vedere, ed è qui la differenza con quello che diceva mio padre, se fu per colpa o per dolo. Sicuro è che mio padre non era soddisfatto dell’esito del processo. Ma ricordo che i giornali la riferirono. Basterebbe avere la pazienza di cercare.”