Traffico d’organi in Kosovo, Del Ponte: “Troppa omertà, io lo dissi già 11 anni fa”

Pubblicato il 17 Dicembre 2010 14:12 | Ultimo aggiornamento: 17 Dicembre 2010 14:13

Carla Del Ponte, magistrato e ambasciatrice svizzera in Argentina, intervistata da La Stampa, non vuole parlare di rivincita personale, ma è indubbio che la relazione del Consiglio d’Europa sul traffico di organi nel Kosovo le dia una certa soddisfazione. Due anni e mezzo fa aveva raccontato questa e altre vicende nel suo libro “La Caccia” , che ripercorreva la sua esperienza come procuratore del Tribunale Penale Internazionale per i crimini nella ex Jugoslavia. I principali accusati erano appunto gli attuali leader del Kosovo, a cominciare dal premier Hashim Thaci, indicato come uno dei responsabili del sistema architettato durante la guerra, la presunta mattanza di centinaia di civili serbi cui venivano espiantati organi da vendere nel mercato nero all’estero.

“All’inizio – spiega la Del Ponte – stentavamo a crederci. Poi il livello delle testimonianze cha raccoglievamo ci convinse che era tutto vero. Sono convinta che il rapporto Martin è corretto e che questo è uno dei crimini più aberranti di quel tremendo conflitto. Un crimine sul quale oggi la comunità internazionale è chiamata a fare chiarezza”. Da parte kosovara si dice che non ci sono delle prove fondanti, che tutta la relazione del Consiglio d’Europa si basa su testimonianze discutibili.

“Io non ho seguito l’attività delle commissioni, però posso dire che durante il nostro lavoro arrivammo alla piena convinzione che quei crimini sono stati commessi. Le associazioni delle vittime serbe parlavano di molte persone, più di 500, che erano sparite nel nulla. Poi vennero i racconti della gente che lavorava in Kosovo. Ricordo bene la testimonianza di una persona che faceva l’autista e ci disse di aver trasportato gli organi appena espiantati dalla famosa casa gialla all’aeroporto. Altre persone ci hanno detto che avevano partecipato ai rastrellamenti, individuando le persone da sequestrare. Molte di queste testimonianze, però, non sono diventate ufficiali perché le gente aveva molta paura”.

Che ruolo hanno avuto gli attuali leader del Kosovo nel delicato scacchiere balcanico di quegli anni? “Mi ricordo che incontrai Thaci alla conferenza di Dayton nel 1999. Gli dissi chiaramente che doveva stare attento perché avevamo capito che anche loro avevano commesso gravi crimini e lui mi rispose che quei crimini c’erano stati, ma che a commetterli in realtà erano stati dei serbi travestiti da kosovari. Fu una situazione molto imbarazzante: incontravo in una conferenza di pace persone con le mani macchiate di sangue”.

Il Kosovo è stato un caso a parte? “Posso dire che il Kosovo, per noi, è sempre stato un posto più difficile degli altri. Dalla stessa Nato difficilmente ci veniva fornita tutta la documentazione necessaria, non era facile lavorare. Durante il processo Milosevic abbiamo capito che gli albanesi del Kosovo avevano il sostengo pieno della comunità internazionale. L’Uck (l’esercito di liberazione del Kosovo) ha ricevuto pieno appoggio dalla Nato in Kosovo. Quando noi abbiamo aperto le nostre inchieste, abbiamo trovato più resistenze. Quelle reticenze erano frutto di una sorte di debito di riconoscenza della comunità internazionale verso gli albanesi del Kosovo. Ma oggi si può fare un altro lavoro”.

Che cammino deve prendere ora la comunità internazionale? “Thaci è sempre stato politicamente molto attivo ed è giusto avere anche per lui la presunzione d’innocenza, ma è doveroso indagare. Ci vuole una vera inchiesta, dove sia possibile avere accesso a documentazione riservata, dove si possa dare la giusta protezione ai testimoni, dove si possano fare delle ricostruzioni sui posti dove si presume siano avvenuti i fatti». Fra tre mesi scade il suo mandato da ambasciatrice e lei va in pensione. Sarebbe disposta a rimettersi in gioco nelle inchieste sui crimini della ex Jugoslavia? «Non penso a questo adesso, anche perché sono ancora una diplomatica in servizio della Confederazione Elvetica. Ma spero che il lavoro fatto non si fermi qui. Sarebbe gravissimo”.