Libia, Piano e Failla traditi da autista. Liberati gli altri

Libia, Fausto Piano e Salvatore Failla "traditi da autista"
Da sinistra, Salvatore Failla e Fausto Piano (Foto Ansa)

TRIPOLI – Fausto Piano e Salvatore Failla, i due dipendenti della Bonatti rapiti in Libia il 19 luglio del 2015 e uccisi il 3 marzo in una fattoria dell’Isis vicino a Sabrathas, erano stati traditi dal loro autista che 8 mesi fa li aveva consegnati ai rapitori. La notizia arriva nelle ore in cui sul quotidiano La Stampa Domenico Quirico riferisce che gli altri due dipendenti della Bonatti rapiti con Failla e Piano, Gino Pollicardo e Filippo Calcagno, sono stati liberati. La notizia, nel caso di Pollicardo, è stata confermata dal figlio Gino e dalla moglie Ema Orellana, che hanno detto di averlo sentito al telefono. 

L’AUTISTA TRADITORE – Per quanto riguarda i due lavoratori uccisi, Lorenzo Cremonesi, inviato del Corriere della Sera, scrive che già fonti accreditate tra il personale Eni sostenevano che quell’autista, il giovane Mohammed Yahia, fosse “fortemente sospetto”. E adesso Hassan Eldewadi, capo del consiglio municipale di Sabratha, ha detto a Cremonesi che probabilmente Yahia ha organizzato il rapimento a scopo di riscatto e consegnato i quattro dipendenti della Bonatti (Piano, Failla, Pollicardo e Calcagno) allo zio, residente nella regione di Sabratha e noto simpatizzante dei movimenti islamici radicali e persino di Isis.

Scrive Cremonesi:

“La sua versione non è nuova. Due giorni dopo il rapimento, ci aveva detto che a suo parere Yahia aveva creato una messa in scena facendo credere di essere stato picchiato dai criminali, quando si era fatto ricoverare per un paio di giorni in ospedale, rifiutando peraltro di incontrare i giornalisti. Poi si era dileguato. In quella fase i quattro si trovavano in una sorta di limbo. Elementi criminali connessi anche al traffico dei migranti tra le bande di scafisti locali stavano iniziando a cooperare con i primi attivisti dell’Isis”.

A questa situazione si aggiunge la mancata collaborazione tra Roma e Tripoli, o meglio, il risentimento dei politici di Tripoli verso l’Italia, rea di sostenere il governo di Tobruk, quello riconosciuto dalla comunità internazionale. Non solo: un altro elemento che potrebbe aver fatto saltare qualunque possibilità di collaborazione è stata la decisione degli Stati Uniti, e quindi indirettamente anche dell’Italia che segue a ruota Washington, di intervenire in Libia.

Cremonesi parla, ovviamente, di riscatto: secondo quanto scrive, i rapitori avevano chiesto 12 milioni di euro. Gli italiani ne avevano pagata una parte. Ma l’intermediario si è dileguato con i soldi. E forse l’intermediario era proprio l’autista.

 

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