Siria, la rivolta parte da Daraa, città senza cibo né acqua

Pubblicato il 23 Marzo 2011 18:27 | Ultimo aggiornamento: 23 Marzo 2011 18:56

Bashar al Assad

BEIRUT – Dal 15 marzo la Siria è percorsa da timide manifestazioni anti-regime senza precedenti, che però solo a Daraa, nel sud del Paese, sono sfociate da venerdì 18 marzo in proteste di massa, represse con la forza dai militari che avrebbero ucciso fino ad oggi più di 20 residenti.

Daraa, che conta una popolazione di circa 80.000 persone, è il capoluogo della regione agricola e tribale dell’Hawran, nota sin dall’antichità come ”il granaio del Levante” ma ora tra le più povere della Siria e tra le più colpite da sei anni di siccità.

L’assenza di precipitazioni idriche ha colpito duramente anche i raccolti della Jazira, regione orientale siriana, anch’essa dominata dal tribalismo, la cui popolazione è emigrata in massa proprio nell’area di Daraa, aumentando la tensione sociale interna.

A questo si aggiungono tensioni più recenti, una per tutte quella dovuta alla controversia tra la SyriaTel, compagnia di telefonia cellulari di proprietà di Rami Makhluf, cugino del presidente Bashar al-Assad, e la cittadinanza di Daraa, che rifiutava l’installazione di una serie di ripetitori in vicinanza di abitazioni e cisterne d’acqua potabile.

I residenti denunciano inoltre da tempo numerosi episodi di corruzione, tanto che il sindaco, membro di uno dei clan locali, si sarebbe schierato a fianco degli abitanti contro il governatore, Faysal Kulthum, rappresentante di Damasco oggi dimesso dal presidente siriano.

L’esasperazione degli abitanti di Daraa avrebbe poi raggiunto limiti ”insopportabili” dopo l’arresto a fine febbraio di 15 bambini, di età compresa tra gli otto e i dieci anni, appartenenti tutti al clan degli Abizayd, sorpresi a scuola a cantare slogan delle rivolte in corso nella regione.

I bambini sono stati rilasciati solo lunedì 21 marzo. Ma dietro le sbarre rimangono a Damasco altri membri dei clan di Daraa: Dana Jawabra, arrestata mercoledì 16 a un sit-in di Damasco, e Aisha Abizayd, in carcere da febbraio perché ”colpevole di aver espresso un’opinione politica su Internet”.

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