La tragedia greca

di Paolo Forcellini
Pubblicato il 20 Maggio 2011 12:45 | Ultimo aggiornamento: 20 Maggio 2011 12:45

foto Ap - Lapresse

A circa un anno di distanza dal “pacchetto” di 110 miliardi di euro stanziato da Ue e Fmi per salvare la Grecia dal default, ci risiamo daccapo. Il paese mediterraneo ha fallito l’obiettivo di risanamento dei conti fissato per l’anno scorso mentre appare evidente già da oggi che anche quello per il 2011 resterà in buona parte nel libro dei sogni. La scommessa che il Tesoro di Atene potesse tornare a finanziarsi sui mercati senza pagare tassi iperbolici è persa. Per sopravvivere s’impone quantomeno una nuova ciambella di salvataggio europea di una cinquantina di miliardi. Ma se sulle modalità degli aiuti nel 2010 c’erano resistenze e incertezze, l’odierno secondo atto della tragedia greca si sta svolgendo nella babele più totale. Grande è la confusione sotto il cielo.

Da un lato vi sono alcuni paesi dell’eurogruppo, tra cui la “pesante” Germania, che vedrebbero di buon occhio una “ristrutturazione” del debito greco (oggi circa 350 miliardi di euro) che potrebbe in prima battuta assumere la forma “soft” di un “riscadenzamento” (o “reprofiling”). In sostanza verrebbero allungate le scadenze dei titoli pubblici lasciando inalterato il loro valore nominale (nel gergo della finanza, non vi sarebbe “haircut”). Meno chiara è la dimensione dell’allungamento e anche cosa dovrebbe succedere ai tassi di interesse pagati su quei titoli: c’è chi non li vorrebbe toccare e chi invece propende per un taglio d’autorità. In ogni caso, dietro l’aspetto soft della terapia si tratta di fatto di un default appena mascherato: la Grecia non onorerebbe appieno il suo debito e ne farebbero le spese i detentori, tra cui altri Stati, i fondi europei di salvataggio, molte banche (in primis quelle greche, francesi e tedesche) e investitori privati. Addebitare almeno in parte il costo della crisi agli investitori, che si sono assunti l’“azzardo morale” di acquistare titoli assai poco sicuri perché ingordamente attratti dagli alti interessi: questo è un chiodo fisso di paesi come la Germania, l’Austria o l’Olanda. Possiamo dargli torto? Ci sono altre strade?

I massimi esponenti della Banca centrale europea, tra cui l’italiano Lorenzo Bini Smaghi, sono decisamente contrari alla ristrutturazione del debito, sia essa soft o hard: in ogni caso si tratta di una dichiarazione di fallimento (o quantomeno di “concordato preventivo”) di un paese dell’eurozona. E potrebbe risultare contagiosa. La speculazione diverrebbe più agguerrita, spostandosi dalla Grecia ad altri paesi “deboli”, e in fondo al tunnel, secondo i più pessimisti, si potrebbe incontrare addirittura la fine dell’euro. Poco male, sostiene qualcuno molto sprovveduto. In quest’ultimo scenario catastrofico ma non del tutto irrealistico, è stato stimato che ciascun paese dell’eurogruppo potrebbe subire, nel solo primo anno, riduzioni del Pil fra il 5 e il 10 per cento (più alte per i più deboli, tra cui l’Italia, e accoppiate a un aumento dei tassi sulle future emissioni di titoli pubblici). Insomma i paesi europei si ritroverebbero tutti ben dentro la recessione che per molti di essi non è ancora del tutto alle spalle.