Con LinkedIn il Web corre in Borsa

Pubblicato il 25 Maggio 2011 8:05 | Ultimo aggiornamento: 24 Maggio 2011 18:41

MILANO – Per qualcuno è la nuova bolla speculativa che ridurrà sul lastrico i consumatori di mezzo mondo, secondo altri è solo il segno dei tempi. Dopo anni di valutazioni a porte chiuse e acquisizioni tra fondi di venture capital, l’universo tecnologico torna in borsa e fa subito il botto. A riaprire la corsa alla quotazione è stato il social network LinkedIn, dedicato al mondo del lavoro, e capace in un solo giorno di raddoppiare il proprio valore in borsa. Ma i segnali di una supervalutazione dei servizi online erano già nell’aria da tempo.

Le azioni di LinkedIn, “cugino” di Facebook, sono state messe in vendita a 45 dollari l’una e in poche ore hanno raggiunto la quotazione di 90 dollari. Troppo entusiasmo finanziario perché non tornassero in mente le scene di inizio millennio, quando sul Nasdaq le “dotcom” iniziarono ad essere scambiate a prezzi senza paragoni, salvo crollare nel giro di pochi mesi portandosi dietro un gran bel pezzo dell’economia digitale mondiale. La caldissima accoglienza riservata a LinkedIn ha inoltre convinto tante altre società web ad aprirsi al mercato, e nei prossimi mesi si aspettano i pezzi da novanta del calibro di Facebook, Zynga (creatori di Farmville) e forse Twitter.

Questi colossi della rete non riescono però a convincere proprio tutti, e il motivo è sempre lo stesso: ma come fanno soldi? A differenza dei modelli tradizionali, queste società offrono gratis tutti i loro servizi, riservandosi di vendere pubblicità o funzioni aggiuntive solo a chi li richiede. Proprio per questo, anche se hanno milioni di iscritti, alla fine i loro profitti sono piuttosto scarsi e le valutazioni del tutto scollegate dalla reale capacità che hanno di generare utili. L’esempio migliore è Twitter, il social network dell’uccellino blu che vanta centinaia di milioni di iscritti e prime pagine dei giornali, ma non macina alcun tipo di utile. Nonostante questo, Twitter ha rifiutato acquisizioni da decine di miliardi da parte di colossi come Google, convinta di valere ancora di più.

Ma non ci sono soltanto i social network in questa bolla dalle valutazioni stellari. Poche settimane fa è stata Microsoft a far storcere il naso per la sua mega offerta di acquisto di Skype: il servizio di chiamate p2p è stato pagato circa 8 miliardi e mezzo di dollari e non ha un bilancio in attivo. Passando dalle chiamate all’editoria, si è da pochi mesi registrata l’acquisizione del sito di informazione Huffington Post da parte di Aol per 315 milioni: altro caso di società che genera utili ridicoli rispetto a quanto è stata pagata. Un acquisto ancora più azzardato se si considera che persino il New York Times ha deciso di iniziare a chiedere soldi ai propri lettori online, segno che la fruizione gratuita delle news nel mercato americano non è un business facilmente sostenibile.

Tutti gli occhi sono adesso puntati su Facebook, il social network da 600 milioni di iscritti, che si vocifera arriverà in borsa il prossimo anno. La valutazione ufficiosa è schizzata ad oltre 75 miliardi di dollari, nonostante utili inferiori al miliardo annui. Tanto per dare un’idea, che conferma i sospetti di chi prevede l’esplosione della bolla, Facebook varrebbe oggi più di Volkwagen, Ford o Enel. Non male per una società che fino a cinque anni fa neppure esisteva.