Platino, alluminio, litio: materie prime, i conflitti. Berlino e il tabù guerra

Pubblicato il 20 Febbraio 2013 - 07:30| Aggiornato il 14 Luglio 2022 OLTRE 6 MESI FA

ROMA – Dal platino all’alluminio al litio, dietro il software immateriale della fredda registrazione delle oscillazioni sui mercati mondiali del prezzo delle materie prime e il gioco degli investimenti globali, esiste l’hardware fisico, tangibile dei conflitti regionali, delle rivolte dei minatori, degli spostamenti di grandi masse di persone, il sangue e la carne dello sfruttamento dei giacimenti e della difesa degli interessi nazionali. A questo proposito, perfino la Germania ha rotto il tabù sulla necessità di impegni militari per tutelare l’industria del paese: terre rare, materie prime, gas e petrolio sono diventati un “tema strategico” per la politica estera tedesca.

Berlino rompe il tabù guerra. Gli imprenditori tedeschi, riuniti nell'”Alleanza per le materie prime” (dentro ci sono i big come ThyssenKrupp, Bosh, Bayer, Volkswagen), vedono inasprirsi la competizione su scala globale e chiedono aiuto all’Europa e alla Nato che garantisca la sicurezza e l’accesso ai giacimenti. Solo tre anni fa, un capo dello Stato tedesco, Horst Köhler, fu costretto a dimettersi dopo aver detto praticamente le stesse cose, cioè che operazioni militari all’estero avrebbero potuto rendersi necessarie per difendere gli interessi nazionali. In dieci anni, la Germania ha triplicato le importazioni di materie prime, agendo a livello statale con gli accordi di cooperazione per esempio con Mongolia, Kazhakistan e Cile, e a livello privato con la potente lobby dell’Alleanza, a difesa, per esempio, delle prerogative mdi accesso a materie prime come il litio che serve alle batterie delle auto elettriche.

Platino: rivolte sindacali in Sudafrica e il gioco della domanda e dell’offerta. Dopo i violenti scontri nella miniera di platino a Siphomelele in Sudafrica, le quotazioni del prezioso metallo sono schizzate sopra i 1700 dollari l’oncia, il titolo della Amplats (Anglo Platinum) ha perso il 5% a Johannesburg. Pochi chilometri vicino c’è Marikana, teatro sei mesi fa di altri scioperi e violenze culminate con una strage. L’attenzione dei proprietari era al livello di guardia: stavolta ci sono stati “solo” 12 feriti a causa delle lotte intestine tra i due maggiori sindacati: la posta in palio è la firma a giugno dei nuovi contratti biennali nei settori di oro e platino. Questo da un punto di vista sindacale.

C’è poi la questione della tenuta della multinazionale AngloAmerican (che controlla all’80% Ampalts) che ha annunciato un drastico piano di ristrutturazione solo un mese fa. Qual è l’obiettivo di AngloAmerican? Diminuire l’offerta  e quindi la capacità produttiva di un quinto, così da contribuire a riallineare l’offerta di platino con la domanda.

Alluminio: i fondi americani credono nel boom auto, i contadini cinesi tornano nelle città. Alla borsa del London Metal Exchange (Lme) gli scambi sono modesti, tranne che per l’alluminio. Se il rame è calato dell’1,1%, l’alluminio ha guadagnato la scorsa settimana il 2,3%. Succede che i fondi americani d’investimento credono alla ripresa Usa e in particolare alla vendita di auto nel paese. Non solo. Nonostante permangano dubbi sulla ripresa globale, si scommette comunque sulla capacità della Cina di tornare rapidamente alla normalità. Normalità fatta di una domanda elevata di metalli anche raffinati come l’alluminio. IN particolare, apprendiamo dal Sole 24 Ore del 19 febbraio, “milioni di cinesi stanno tornando alle città dai loro villaggi nativi, dove si erano recati per festeggiare il nuovo anno. E sono proprio queste persone , che hanno scelto di trovare una vita migliore nelle città, a rappresentare il motore dell’eccezionale crescita economica cinese”.