Aiuti alle imprese: 36 mld nel pozzo. Monti silenzia Giavazzi e Passera?

Pubblicato il 8 Maggio 2012 11:26 | Ultimo aggiornamento: 8 Maggio 2012 13:41

ROMA – Dentro il generico imbuto degli “aiuti” alle imprese viene versato un fiume di denaro pubblico, più di 36 miliardi di euro solo nel 2010, il quale si divide poi in mille affluenti, canali e rivoli. Quasi il 5% della spesa pubblica, poco più del 2% del Pil, più di 800 mila aziende interessate. Servono per la crescita questi soldi o spariscono in un pozzo senza fondo? A occhio no: la crescita è al palo, quei trasferimenti alle imprese e contributi alla produzione non fruttano un euro in più. Il Governo ha deciso di esplorare quel pozzo affidando torcia e maschera da sub all’economista/editorialista Francesco Giavazzi, già eminente collega bocconiano del professor Monti e suo fustigatore recente dalle colonne del Corriere della Sera.

Una scelta, quella di Giavazzi, che sembra avere ragioni di economia del potere interno all’esecutivo, di rapporti di forza intestini, oltre che per trovare un modo elegante di silenziare le critiche del professore appena nominato consigliere. In funzione anti-Passera, sostiene Il Fatto Quotidiano di venerdì 4 maggio, all’indomani di un editoriale “al fulmicotone” del duo Giavazzi-Alesina che dal Corriere della Sera sparava a zero sulla pochezza dell’operazione tagli alla spesa pubblica. “Non ci siamo proprio” concludeva l’affondo, anche se in sede di post scriptum lo stesso Giavazzi accoglieva la sfida di un suo ingresso al Governo confidando nel fatto che Mario Monti “è una persona pronta ad ascoltare anche chi lo critica”.

Giavazzi, quindi, se viene chiamato in servizio al Governo, è per mettere in pratica ciò che scrive da tempo. Mentre criticava pesantemente il decreto salva-Italia, liquidò come insensato un aumento delle aliquote Irpef per i redditi oltre 75 mila euro come annunciato, proponendo un recupero alternativo del gettito proprio tagliando sui trasferimenti alle imprese. Monti rispose piccato, quell’aumento sparì dal decreto, lui non era tipo da soluzioni facili come aumentare le tasse. Il Fatto non crede alle dispute accademiche per interposto governo, né a gelosie intellettuali: ma la reputazione, specie in ambito economico, è tutto. Saper parare i fendenti delle critiche pubbliche e disinnescare la minaccia di “downgrade” a mezzo stampa è una prerogativa ineludibile per chi voglia gestire e conservare il potere assegnatogli e salvaguardare il capitale di consenso  e fiducia accumulati.

Giusto a proposito, qualcuno nel Governo troppo timido nel tagliare la spesa pubblica pur di non scontentare nessuno c’è e l’identikit corrisponde alla figura del Ministro dello Sviluppo. Che poi, di mestiere, dovrebbe sovraintendere alla questione del rapporto con le imprese e quindi dei trasferimenti: quando Corrado Passera ha annunciato in un’intervista alla Stampa la sua bozza per un piano di riordino della materia ipotizzava “di aumentare la spesa complessiva per non più di 800 milioni l’anno”. No, non è questo che si aspettavano i due colleghi della Bocconi, intellettualmente rivali ma del tutto concordi che altri aumenti di spesa vadano nella direzione opposta a quella immaginata. Più soldi all’industria non è davvero il caso di concederli, Giavazzi è stato scelto per scegliere i tagli e per chiudere il portafogli al “munifico” Passera.

D’altra parte, quegli aiuti, se ben orientati, se frutto di un’analisi dettagliata costi/benefici, se razionalizzati insomma, servono eccome. In Europa la leva dello Stato per consentire alle imprese di produrre di più e meglio, per favorire crescita e occupazione,  è utilizzata eccome, a prescindere dal colore politico degli esecutivi che si succedono. In termini di aiuti diretti dello Stato alle imprese, i soldi italiani sono meno la metà di quelli spesi in Germania in percentuale, un terzo di quelli spesi in Francia. Ma vanno messi in conto, poi, i trasferimenti effettuati a nome di Regioni, Province, Comuni, l’enorme varietà di incentivi, detrazioni fiscali. I canali di finanziamento sono comunitari, nazionali e regionali, le agevolazioni dirette come quelle contributive e previdenziali o indirette come gli incentivi settoriali. Un fiume di soldi appunto che spesso serve a tenere in vita artificialmente aziende “decedute” da anni

Una jungla amministrativa con norme diverse per ogni capitolo di spesa. E’ lì che deve intervenire Giavazzi. Gli aiuti che non producono siano considerati improprie forme assistenziali e vengano tagliate. Quelli che generano utili e posti di lavoro vengano incrementati. Va detto che è proprio in quella cascata di soldi che si annida il germe della corruzione denunciata anche dalla Corte dei Conti.  Ad approfittare della generosità dello Stato sono naturalmente anche le imprese pubbliche cui spettano 14 dei 36 miliardi erogati alle imprese. Il resto va all’85% al Sud e il restante 15% al Nord.

La parte del leone, era facile intuirlo, la fanno le grandi imprese, quelle che da sole invece dovrebbero reggersi sulle proprie gambe. Fiat in testa. Qualche cifra fornita dai giornalisti Bonafede e Pace (citano un libro di Marco Cobianchi – “Mani bucate”, Chiarelettere) del supplemento economico di Repubblica aiuta a capire il fenomeno. Nel ’97 la Fiat chiese e ottenne 69 miliardi di lire per Mirafiori Carrozzeria, 30,3 per Mirafiori Meccanica, 54 per Termoli, nel 1999 39,6 miliardi di loire per Pomigliano, l’ultimo aiuto è stato di 300 milioni di euro nel 2009 per non chiudere Pomigliano e Termini Imerese. La società petrolifera della famiglia Moratti, Saras, quando sbarcò in Sardegna all’inizio degli ’60, ottenne un contributo di 40 miliardi di lire: all’inizio degli anni ’90 “gli investimenti previsti dalla Saras sono stati 577 milioni di euro, di cui il 46% a carico dello Stato”.

Comunque dei soldi a pioggia hanno beneficiato praticamente tutti i settori produttivi: meccanica, turismo, aeronautica, impiantistica, chimica, farmaceutica, trasporto, servizi locali, centri di ricerca. Attraverso le forme più diverse: crediti di imposta, contributi in conto capitale e a fondo perduto, in conto interessi, o direttamente con servizi gratuiti o semi gratuiti come i corsi di formazione dei dipendenti delle imprese a carico delle Regioni, o l’allestimento gratuito di Fiere e Mostre.