Adozioni: i gay canadesi, gli imbucati italiani. Anche i congolesi s’incazzano

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 19 Dicembre 2013 - 15:44 OLTRE 6 MESI FA

kyengeKINSHASA – La storia è nota, è quella delle famiglie italiane bloccate in Congo insieme ai bambini che hanno adottato. Costrette a restare lì in condizioni ormai ingestibili, oppure costrette a tornare in Italia spezzando il legame d’amore ormai stabilito con i piccoli congolesi in via di adozione. E’ una storia straziante nella sua scena finale, una storia che spinge tutti ad essere solidali con quelle italiane famiglie, anzi coppe in attesa di diventare famiglie e spinge tutti ad essere contrariati, irritati dai funzionari congolesi e dal loro irritante e crudele blocco di bimbi e genitori adottivi.  Meno noto è, però, quello che c’è dietro. Una realtà fatta di piccole furbizie che, in parte, racconta il Corriere della Sera. Piccole furbizie, non solo italiane, che hanno generato il blocco e che ora rischiano di far saltare del tutto le procedure di adozione.

La storia, vista in tutte le sue scene e non solo nell’ultima sequenza può anche avere un titolo, eccolo: “Nel loro piccolo, anche i congolesi s’incazzano”. Soprattutto se li provochi e se li tratti come avessero davvero l’anello al naso.

Per fare chiarezza è allora il caso di fare un passo indietro. E’ il 25 settembre di quest’anno quando il Congo decide di bloccare le procedure di adozione per un anno. Non per gli italiani, ma per tutti. Questo perché, dal Canada, nei mesi precedenti diverse erano le richieste arrivate da single che volevano adottare un bambino. Tutto regolare e adozioni concluse felicemente. Almeno sino a quando, le autorità congolesi, non hanno scoperto che dietro almeno un paio di single c’erano in realtà delle coppie omosessuali.

Si può discutere sulla bontà o meno di affidare dei bambini a delle famiglie fatte da due papà o due mamme. Ma è un fatto che gli adottanti in questione avevano mentito alle autorità del Congo e, dichiarando il falso, avevano tecnicamente preso in giro e truffato il paese con cui avevano a che fare. Scoperto tutto ciò, il governo congolese, magari un po’ per ripicca ma anche per fare chiarezza, ha quindi deciso lo stop a tutte le adozioni.

A questo punto, e solo a questo punto, entrano in gioco l’Italia e le famiglie italiane che dei bambini in quel paese volevano e stavano adottando. Visto il blocco, il ministro Cecile Kyenge, vola a Kinshasa dove riesce ad ottenere che, almeno per le pratiche già perfezionate alla data del blocco, lo stop non valga. In altre parole con l’intervento del ministro italiano viene dato il via libera a quelle famiglie italiane che hanno già concluso l’iter burocratico, tutt’altro che semplice, per le adozioni internazionali. Queste famiglie, si stabilisce, potranno andare in Congo, prendere i bambini che hanno adottato e con loro tornare in Italia in tempo per festeggiare il Natale. Viene stilata una lista di 55 bambini per i quali il dossier è completo. Gli enti interessati allertano le famiglie e 26 coppie (non tutte quelle per cui i documenti sono pronti) partono. Ma non da sole.

Qui infatti, dopo l’Italia, entra in gioco la furbizia italiana. Insieme alle famiglie che hanno i requisiti partono infatti anche 8 famiglie che i requisiti non hanno. Vuoi per confusione o, peggio, nella speranza di confondersi nel “mucchio”, si presentano quindi a Kinshasa, spacciandosi per autorizzati, anche genitori che autorizzati non sono. Ed è a questo punto, e per questo, che anche “i congolesi nel loro piccolo s’incazzano”. Sentendosi presi in giro, decidono di bloccare tutto e tutti. Autorizzati e non. Dando il via a quel piccolo grande dramma che coinvolge ora bambini e genitori che si trovano da settimane in un limbo di incertezza e disperazione. Una situazione che non fa bene ai genitori italiani ma, soprattutto, non fa gli interessi dei piccoli orfani che devono essere adottati e che rischiano invece di tornare in orfanotrofio.

La burocrazia non aiuta. L’ultimo aggiornamento suona come un allarme: ormai i visti dei genitori italiani sono scaduti e potrebbero quindi essere a breve tutti rimpatriati. Senza i figli adottivi.

“Stiamo veramente tentando tutto”, assicura il ministro degli Esteri Emma Bonino. Ma le critiche arrivano bipartisan. “È tempo che intervenga il presidente del Consiglio”, dice la deputata Michela Vittoria Brambilla (Forza Italia). E la collega Lia Quartapelle (Pd): “Qualcuno nel governo a livello alto deve farsi carico di questa storia”.