Tasse, Nord tiene 75%, anche del debito? Chi ci marcia nel carrello della spesa?

Pubblicato il 16 gennaio 2013 15:00 | Ultimo aggiornamento: 16 gennaio 2013 15:00

ROMA – Due fatti : la promessa e l’impegno dell’alleanza targata Berlusconi-Maroni di lasciare il 75% delle tasse raccolte nella Regione che le ha drenate, e il singolare aumento del costo del “carrello della spesa”, cioè dei beni di prima necessità in Italia nonostante la lunga e perdurante recessione, cioè del calo dei consumi degli stessi beni. Due fatti che, a chi non conosce la qualità e l’eccellenza e la straordinarietà costante e la fantasia inesauribili della nostre campagne elettorali nostrane e della geografia della nostra società, pongono due interrogativi, due domande che possiamo definire impertinenti. Come mai in Italia, al calare dei consumi, non calano anche i prezzi come le regole base dell’economia di mercato prevedono? E  le Regioni che si prenderanno “tratterranno” come dicono i leghisti, il 75% delle tasse, si prenderanno, tratterranno anche il 75% del debito pubblico e pagheranno quindi il 75% degli interessi annuali sul debito?

Solo di interessi sul debito noi italiani tutti paghiamo ogni anno circa 80 miliardi di euro. Per una stima esatta dovremmo tener conto del famigerato spread e di altri fattori, ma per comodità è lecito arrotondare la cifra agli 80 miliardi testé citati. Miliardi che sono nulla o quasi se paragonati al debito totale del nostro Paese che ha da poco sfondato quota 2.000 miliardi di euro, circa 2020 al momento. Al ogni Regione il 75% dello zucchero delle tasse trattenuto e dell’amaro del debito da pagare? In proposito i leghisti non dicono.

L’alleanza di centro destra capitanata da Pdl e Lega e che vanta tra i suoi membri Grande Sud di Gianfranco Miccichè e l’Mpa-Pds di Raffaele Lombardo, Fratelli d’Italia – Centrodestra nazionale del tridente La Russa-Meloni-Crosetto, il Mir dell’imprenditore Samorì, La Destra di Francesco Storace, Intesa popolare di Giampiero Catone e i Pensionati di Fatuzzo, alleanza che a palazzo Madama comprenderà anche altri quattro piccoli partiti: Rinascimento Italia-Lista del merito di Arturo Artom, Basta tasse, Liberi da Equitalia e Lista del Popolo, ha inserito nel programma la volontà di lasciare alle regioni il 75% delle tasse raccolte. Un punto del programma targato evidentemente Lega ma un punto cui, volenti o nolenti, Berlusconi e tutti gli altri si sono dovuti piegare.

Riforma giusta o sbagliata poco conta, può aver o meno ragione la Lega ma, se si prende per buona la linea del partito di Roberto Maroni per cui è giusto che si lasci sul territorio gran parte del denaro raccolto premiando le parti più popolose e ricche del Paese, non sarebbe altrettanto giusto e persino consequenziale redistribuire con gli stessi criteri anche i debiti? Sul debito pregresso si potrebbe obiettare che chi l’ha creato è lo Stato, è una cosa vecchia figlia del passato che i lombardi non intendono accollarsi – sto immaginando una reazione leghista. Ma gli interessi che maturano ogni anno non possono che essere divisi secondo lo stesso schema con cui vengono distribuite le entrate. Per la cronaca il 75% degli 80 miliardi che ogni anno paghiamo, corrisponde a 60 miliardi di euro. Chi vuole che il 75% delle tasse resti nella regione in cui vengono raccolte, è disposto ad accollarsi anche il 75% dei debiti? La domanda è retorica e la risposta è facile da immaginare, almeno per chi questo Paese conosce. Anzi, diciamola tutta: la domanda è un paradosso proprio come la proposta elettorale e di governo della destra italiana: se separi le tasse, il fisco e il bilancio statale separi di fatto un paese. Ripartire per quote il debito non si può senza secedere l’uno dall’altro, lo stesso per le tasse.

Seconda domanda impertinente: chi ci marcia nel carrello della spesa? Le ultime rilevazioni dicono che i consumi nel nostro Paese sono calati del 3,2% e l’inflazione, seppur rimanendo al di sopra della media europea, è in calo dal 2,5 al 2,3%. Eppure c’è un comparto prezzi che non smette di aumentare, quello dei generi di prima necessità, il carrello della spesa costa il 4,3% in più. C’è la crisi, lo sappiamo. E sarebbe normale che in tempi di recessione i prezzi dei beni di consumo calassero o almeno restassero fermi. Lo dice una delle regole fondamentali dell’economia di mercato: al calare della domanda calano conseguentemente i prezzi. Eppure l’Italia fa eccezione a questa regola perché, se l’inflazione cala, i prezzi dei beni di prima necessità invece aumentano, e non di poco, ben il 4,3%. Come si spiega questo aumento apparentemente ingiustificato? Perché il nostro Paese sfugge alle regole dell’economia di mercato e perché da noi, nonostante la crisi, i prezzi aumentano?

E’ l’Italia, tra tutti i paesi europei, uno di quelli che maggiormente sta accusando la crisi. Pesante è nel nostro Paese il calo della produzione, dei consumi, dei salari delle famiglie. Particolarmente forti e marcate quindi in Italia le condizioni per cui una contrazione dell’economia generi un calo dei prezzi, eppure rimaniamo con un inflazione che, seppur bassa, è comunque al di sopra della media europea e registriamo addirittura un aumento del costo dei beni di prima necessità quasi doppio a questa. Colpa del costo dei carburanti, del trasporto in genere o del costo della manodopera potrà sostenere qualcuno. Ma questi costi sono gli stessi che affrontano altri beni che non aumentano però il loro prezzo finale. L’insalata si trasporta, ma anche i televisori.

La risposta, spiacevole, va cercata allora altrove: in quelle fasce della nostra società che non accettano di guadagnare di meno. La struttura corporativa della società italiana fa sì che ci siano fasce che, ovviamente obtorto collo, accettano l’idea di veder ridotto il proprio potere d’acquisto. Lo accettano o lo subiscono loro malgrado i lavoratori salariati e i pensionati che non possono far nulla per evitarlo come lo accettano gli imprenditori e alcuni comparti del lavoro autonomo. Ma ci sono fasce e categorie di lavoratori, pezzi della “filiera” della distribuzione e commercio che non mollano e scaricano tutto il peso su spalle altrui. In una società fortemente corporativa come è di fatto quella italiana, una categoria, una corporazione decide di alzare o tenere un po’ più alti della media i prezzi dei beni da loro distribuiti, non c’è legge di mercato che tenga perché non c’è, in verità, nessun libero mercato.