Tre mesi sopra 400 e il banco salta, lo spread rimosso rimorde le caviglie

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 18 Maggio 2012 14:37 | Ultimo aggiornamento: 18 Maggio 2012 17:43

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ROMA – L’altro giorno ad un nutrito e assortito gruppo di politici, di destra, sinistra e centro che gli chiedevano quando comincia la “fase due”, insomma quella delle vacche se non grasse almeno riportate al pascolo, Mario Monti ha risposto con uno sguardo che le braccia allargava, le sue, e le braccia degli altri faceva cadere. “Ma lo vedete che sta succedendo, anzi chi lo sa che succede”: così il premier. Che sta succedendo e che succede: certo la Grecia e tutta Europa e tutti i governi e tutta la finanza mondiale e Obama e il Fmi che cercano di disporsi a testuggine se Atene molla l’euro ma non sanno se sarà testuggine di acciaio o di cartone. Ma oltre la Grecia, succede, sta succedendo che se continua così, con lo spread più o meno stabilmente sopra quota quattrocento, i conti, tutti i conti italiani sballano. E si rimbalza verso la “fase uno”, altro che “fase due”.

Se lo spread, la differenza di rendimento tra un titolo di Stato italiano e l’equivalente tedesco resta a questi livelli, superiore ad un rapporto di uno a quattro, tutte le previsioni di bilancio, pareggio compreso a fine 2013, non potranno essere rispettate. Il differenziale tra i nostri titoli di stato e quelli tedeschi è ancora sopra quota 400, e non di poco (intorno ad ora di pranzo di oggi 18 maggio era a 430). Il governo Monti, seppur prudentemente, aveva stimato quando si era insediato una curva discendente che avrebbe portato lo spread italiano dai 500 e passa di novembre intorno ai 300 punti scarsi verso giugno. Tutta la sua politica economica è legata a questa previsione. Previsione che rischia semplicemente di saltare.

Quando il governo Berlusconi gettò la spugna, schiacciato dalla realtà economica, disastrosa, che lo circondava, lo spread era intorno ai 550 punti che, tradotto, significava per lo Stato dover pagare interessi sul debito tra il 6 e il 7%, laddove il 7% è considerato la soglia limite oltre la quale un paese non è più in grado di finanziarsi sui mercati. Oggi non siamo a quei livelli ma la realtà è ancora troppo pesante, troppo onerosa per essere sostenibile, ci possiamo sì finanziare, ma a costi troppo elevati per noi. Monti, uomo pratico, quando arrivò non pensava, come qualcuno eccessivamente ottimista, che sarebbe bastato il suo avvento per riportare il differenziale tra i titoli italiani e quelli tedeschi a quote vicine al “pre crisi”. Stimò, insieme al suo governo, una lenta curva discendente, un lungo e difficile percorso di ridimensionamento che in sei mesi circa avrebbe riportato lo spread ad una quota intorno ai 250/300 punti. Lontano sì dallo status quo ante, ma in una zona di sostenibilità. E su questa base si sono formate tutte le previsioni di bilancio del governo, compresa quella di pareggio nel 2013. Sei mesi però sono passati, e quota 300 è lontana. Complice il nuovo scenario greco, l’elezione di Hollande e la sconfitta della Merkel, qualche che ne sia la causa, e stavolta sembra non essere una causa italiana, fatto sta che il nostro Paese non può sostenere uno spread così altro, non può permettersi di pagare il denaro così caro.

L’economia e il sistema bancario al momento sopravvivono a questo stato di cose grazie ad un artificio: i prestiti fatti dalla Bce. La banca centrale europea sta infatti foraggiando gli istituti bancari del continente con denaro prestato all’1%. Così facendo le banche sono in grado di reperire denaro da immettere nel sistema e di poterlo a fare a tassi tutto sommato alti ma non insostenibili per i cittadini. Senza i prestiti della banca centrale le banche dovrebbero anche loro cercare denaro a costi molto più elevati, esportando l’aumento anche sui clienti finali con tassi che volerebbero al 7, 8%. Ma per quanto questo artificio potrà durare, per quanto tempo la Bce potrà permettersi di prestare denaro sottocosto? Verosimilmente per poco, certamente non all’infinito.

Altro discorso invece per lo stato Italia che non può certo finanziarsi tramite la Bce. Uno spread intorno a 400 punti significa che siamo costretti a pagare il 5.5% circa di interessi sul denaro che ci serve. E non ci serve per fare la Tav o simili, serve per pagare gli stipendi e far andare avanti il Paese. Denaro a cui quindi non possiamo rinunciare. Con questi tassi però, saremo costretti a rivedere i conti che saranno destinati a saltare a breve. Quota 400/450 non è sostenibile. L’abbiamo rimosso, è spread rimosso nell’attenzione e percezione collettiva ma se la gran paura di perdere i propri soldi porta tutti gli investitori stranieri fuori Europa e se tutti gli euro fuggono in Germania, l’Italia si ritrova con spread a 500 e Imu già pagata. E allora? Allora che dio ce la mandi buona.