Ingroia contro la Corte costituzionale: un magistrato non può

di Antonio Buttazzo
Pubblicato il 6 Dicembre 2012 8:07 | Ultimo aggiornamento: 7 Dicembre 2012 19:27
antonio ingroia

Antonio Ingroia

ROMA – Dovrebbe spiegarla meglio il Procuratore Antonio Ingroia il senso della sua presa di posizione a proposito della sentenza della Corte costituzionale con la quale è stato risolto il conflitto di attribuzione tra il Presidente della Repubblica e la Procura di Palermo sulla vicenda delle intercettazioni del Capo dello Stato.

“Sentenza Politica”,  il dottor Ingroia ha definito il provvedimento della Corte Costituzionale, una affermazione forte, che lascia trasparire un livore nei confronti della Alta Corte che invero non ci saremmo aspettati da un Procuratore della Repubblica, seppure fuori ruolo e pronunciate dal lontano Guatemala.

È evidente che il dott. Ingroia o si sente investito di un compito superiore, dall’alto del quale sferzare ogni decisone che non condivide o si sente in campagna elettorale.

Non si può non rilevare una inquietante similitudine tra questo giudizio e quelli che a più riprese ha reso Berlusconi nei confronti delle Corti di Giustizia che a vario titolo intervenivano sulle sue molteplici vicende giudiziarie.

Ma appaiono molto più gravi quelle odierne, sia perché provenienti da un uomo delle istituzioni, che dovrebbe sapere che le sentenze politiche non dovrebbero esistere, pena la fine della giurisdizione cui lui, almeno fino ad oggi, appartiene, sia perché pronunciate dall’estero, mentre è in missione rappresentando l’Italia con incarico di grande prestigio, in una sede di eccezionale importanza politica e con lo status diplomatico che è attribuito a chi ricopre quell’incarico.

Insomma, dall’alto di quel seggio, era inopportuno criticare l’Italia e la sua Corte di giustizia più alta, denunciando “sentenze politiche”.

Inoltre, le ragioni del conflitto esistevano e sulla necessità che, nel vuoto normativo, si pronunciasse la Corte Costituzionale, istituzionalmente preposta alla risoluzione di questo genere di conflitti , vi era un generale consenso.

Con la decisione, presa a quanto sembra all’unanimità e fermo restando che le motivazioni non sono state ancora rese pubbliche, l’Alta Corte molto semplicemente ha dato una lettura costituzionalmente orientata dell’art. 271 3 co. Cpp, dalla quale ha dedotto le ragioni del conflitto, indicando le possibili soluzioni. Che già si trovano nel codice.

Infatti, la norma prevede un generale divieto di utilizzazione di intercettazioni eseguite fuori dai casi previsti dalla legge e al 2 co. del citato articolo preoccupandosi anche di indicare specificamente quali esse siano attraverso un richiamo all’art. 200 cpp.

Tale norma individua i soggetti tenuti al segreto professionale ed attraverso questo rimando legislativo, l’art. 271 cpp. sancisce l’inutilizzabilità delle conversazioni intercorse, in ragione del loro ministero, tra questi soggetti ed altri interlocutori, prevedendo che il Giudice ne disponga la distruzione.

Ha quindi assimilato il Presidente della Repubblica agli altri soggetti non intercettabili, ritenendo in più che, per il ruolo ricoperto, il divieto di intercettazione fosse assoluto ed immediato.

Come è noto , la Procura di Palermo non contestava il fatto che le intercettazioni dovessero essere distrutte, ma sosteneva che a farlo dovesse essere il giudice all’esito di una udienza aperta a tutte le parti, sostenendo quindi che il Presidente è intercettabile salva la valutazione dell’organo giurisdizionale sulla utilizzabilità delle captazioni.

Le ragioni del Quirinale risiedevano nella necessità di segretezza, la cui mancanza lede un interesse nazionale e dalla quale deriva una “menomazione non solo delle attribuzioni del Presidente della Repubblica, ma ancor più dei supremi interessi nazionali affidati alla sua cura”,  una immunità insomma “diretta ad assicurargli la libertà di azione, di comunicazione e la riservatezza connesse allo svolgimento delle sue funzioni”.

Queste le ragioni del conflitto, queste le ragioni giuridiche.

E francamente non si capisce perché la risoluzione di queste problematiche debbano essere definite frutto di motivazioni politiche, risolvendosi in decisioni “politiche”.