Processo Mafia capitale in video? Se il diritto di difesa…

di Antonio Buttazzo
Pubblicato il 22 Ottobre 2015 - 15:02 OLTRE 6 MESI FA
Processo Mafia capitale in video? Se il diritto di difesa...

Massimo Carminati, sarà figura centrale nel processo

ROMA – Avrà inizio il 5 Novembre a Roma il processo “Mafia Capitale” ma già non mancano le polemiche per le modalità dichiaratamente eccezionali con cui si intende celebrarlo.

Esse nascono dalla decisione del Tribunale di Roma di calendarizzare il processo con tempi strettissimi ed a ritmi serrati, 4 udienze a settimana, ma soprattutto da quanto disposto per gli imputati che, per motivi di sicurezza, parteciperanno al processo solo in video conferenza.

Il provvedimento, ha indotto la Camera Penale di Roma, con il sostegno della Unione delle Camere Penali Italiane nonché delle singole Camere Penali di tutta Italia, ad una dura presa di posizione sfociata con la proclamazione di 4 giorni di astensione dalle udienze, dal 9 al 12 Novembre.

Le ragioni dell’agitazione, esposte nel corso di una affollata riunione della Camera Penale di Roma dal Presidente, avv. Francesco Tagliaferri, sono serissime e suggeriscono qualche riflessione.

Anzitutto, la partecipazione dei detenuti al processo per il tramite della video conferenza, è una modalità prevista come obbligatoria solo nei processi con imputati ristretti in regime di art 41bis, negli altri casi è possibile solo per comprovate e motivate ragioni di sicurezza, quindi modalità eccezionali. Nel processo “Mafia Capitale”, solo Carminati soffre tale misura e non anche gli altri 33 imputati, reclusi in varie carceri d’Italia.

In secondo luogo, la distanza fisica dell’imputato dal processo e soprattutto dal suo difensore, si traduce in una oggettiva difficoltà di approntare una adeguata difesa, viste le trasferte cui il difensore sarebbe costretto per i colloqui con il suo assistito, difficoltà aumentate dal fatto che le udienze, come da provvedimento del Tribunale di Roma del 28.9.15, sono calendarizzate in numero di circa 4 a settimana almeno fino a Marzo 2016.

A seguito quindi di specifiche istanze difensive, il Tribunale di Roma in data 16.10.2016 inviava al DAP (dipartimento Affari Penitenziari) un nota con la quale si chiedeva di valutare la possibilità di disporre il trasferimento dei detenuti presso la casa circondariale di Roma Rebibbia, adiacente all’aula Bunker presso cui si celebrerà il processo.

Le ragioni di sicurezza, ragionavano i penalisti, sarebbero infatti maggiormente salvaguardate se i trasferimenti dei detenuti potessero avvenire attraverso i percorsi interni Rebibbia/aula Bunker, che furono progettati proprio a questo scopo all’epoca dei processi per terrorismo. Ad oggi, non si hanno notizie della risposta da parte del DAP, ma la nota inviata dal Tribunale suggerisce ancora qualche considerazione.

È mai possibile infatti che le ragioni della Giurisdizione debbano piegarsi a quelle della Amministrazione? In altri termini, quali sono i motivi per cui, il diritto degli imputati a partecipare personalmente al processo debba essere demandato alla valutazione burocratica del Ministero della Giustizia quando in realtà il Tribunale poteva e doveva disporlo autonomamente? I penalisti pensano che il processo “Roma Capitale” altro non sia che un tassello importante di un

“disegno teso all’annichilimento del diritto alla difesa degli imputati, e si propone al tempo stesso come micidiale esperimento in vitro del nuovo modello di processo penale che, “senza più infingimenti, si sta allestendo nel nostro Paese” .

Segnali ve ne erano stati già agli albori della inchiesta, continua il documento della Camera Penale, quando la “elementare regola per cui i processi si celebrano nelle aule di giustizia e non sugli organi di stampa, ha subito in questo processo una sovversione davvero estrema e parossistica”.

Inoltre, ed a proposito dell’eco avuta sulla stampa dalla notizia dell’esposto presentato al Procuratore Pignatone contro 78 giornalisti e 18 direttori di testate, il Presidente Francesco Tagliaferri ha chiarito che il fine era solo quello di portare a conoscenza gli Ordini professionali dei Giornalisti di quanto accaduto con quelle illegittime pubblicazioni, affinché valutassero eventuali profili di correttezza sotto il profilo deontologico, e “perché gli Ordini ponessero un argine al deprecabile fenomeno della pubblicazione del testo degli atti con la violazione sistematica dell’art.114 cpp che è posto a tutela del diritto degli accusati e della neutralità cognitiva del Giudice che non deve subire alcuna forma di condizionamento”.

Questa la posizione della Camera Penale di Roma e qualcosa suggerisce che se ne vedranno delle belle al processo.