Giovanni Di Stefano, l’avvocato che aveva fregato il Diavolo

di Antonio Sansonetti
Pubblicato il 2 Aprile 2013 17:00 | Ultimo aggiornamento: 2 Aprile 2013 17:00
Giovanni Di Stefano, l'avvocato che aveva fregato il Diavolo

Giovanni Di Stefano (Ap-LaPresse)

LONDRA – Giovanni Di Stefano, “l’avvocato del diavolo”, è stato condannato da un giudice inglese a 14 anni di carcere per 25 capi di imputazione: fra gli altri frode, truffa, riciclaggio, esercizio abusivo della professione. Non si era mai laureato eppure era arrivato a difendere (riuscendo a far credere di essere un avvocato) gente come Saddam Hussein, suo cugino Ali Hassan al Majid detto “Alì il chimico” e Tareq Aziz; Slobodan Milosevic e Zeljko Arnatovic ovvero la “tigre” Arkan; il dittatore dello Zimbabwe Robert Mugabe; il serial killer Jeremy Bamber; l’ex star del glam-rock Gary Glitter.

Tutti avevano creduto a Giovanni Di Stefano, nato da Petrella Tifernina (Campobasso) il 1° luglio 1955, e poi trasferitosi all’età di sei anni in Inghilterra con il padre, operaio in un calzaturificio. Nonostante abbia passato praticamente tutta la vita all’estero, Giovanni-John si è sentito sempre italiano e soprattutto sempre laureato.

Processato per frode una prima volta nel 1986, disse di aver preso un dottorato in legge a Cambridge, poi rivelatosi inesistente. Mai si è avvicinato ad un’università, né in Gran Bretagna né in Italia. Invece era riuscito ad avvicinarsi a clienti famosi, riuscendo a coglierli in un momento di vulnerabilità e alleggerendoli di migliaia, milioni di sterline.

Un uomo fatto da solo, che una volta arrestato ha raccontato: “Ho imparato il diritto da solo, ho pieno titolo per presentarmi come avvocato”. Nel 2003 – a un giudice che gli chiedeva di dimostrare le lauree e il curriculum che vantava – disse che non era possibile perché un terremoto a Campobasso aveva distrutto tutti gli archivi.

Voleva comprarsi il Campobasso – inteso come squadra di calcio – ma non gli riuscì. Quando si trasferì a Los Angeles, fra il 1989 e il 1992, voleva comprarsi gli studios della Metro Goldwyn Mayer. Anche questo colpaccio non gli riuscì. In compenso andò in Jugoslavia, in piena guerra dei Balcani, conquistandosi la fiducia di Milosevic e della tigre Arkan.

Iniziò a difendere un dittatore dietro l’altro (sul suo profilo Twitter, 80 mila follower, inneggia a Mussolini) e a guadagnarsi il soprannome di “avvocato del Diavolo”, quello che difendeva gli indifendibili. Gli piaceva ripetere: “Anche Hitler e Satana hanno bisogno di un avvocato e io sarei pronto a difenderli”. Non proprio un amante del basso profilo. Voleva trascinare Tony Blair sul banco degli imputati per aver scatenato la guerra in Iraq. Intervistato dal Giornale nel 2005 dichiarò: “Non esistono mai cause perse perché il diritto di ogni uomo di difendersi è sacro. Se Gesù Cristo avesse avuto un legale la storia del mondo sarebbe stata diversa”.

Fra i suoi clienti tanti Satana e pochissimi Gesù, tutti raggirati da Di Stefano. Uno che non ha fatto sconti a nessuno. Il giudice Alistair McCreath, per esempio, ha trovato proprio “un reato malvagio” quello di intascare i 175 mila euro di indennizzo destinati a un cliente del finto avvocato molisano che aveva perso un braccio in un incidente.

Aveva raggirato tutti, ma non la persona che vedeva ogni giorno guardandosi allo specchio. Sempre al Giornale, alla domanda “Chi non difenderebbe mai?” Rispose: “Me stesso. Un legale che ha se stesso come cliente è un pazzo. O un avvocato…”