Cambia il mondo. Italia che fa?

Pubblicato il 21 Aprile 2009 12:06 | Ultimo aggiornamento: 21 Aprile 2009 17:49

di Alessandro Duchi

Gli scenari mondiali stanno cambiando. Anche se il presidente americano Barack Obama è accusato, da sinistra come da destra, di essere troppo poco pronto a fare la faccia feroce, di subire troppo i legami dei suoi consiglieri finanziari con Wall Street e la grande finanza, in realtà ha messo parecchia carne al fuoco.

  • Ha aperto all’Iran, da trent’anni nemico pubblico numero uno degli Usa.
  • Ha aperto a Cuba, da mezzo secolo spina letteralmente nel fianco degli Stati Uniti.
  • Ha avviato, o accelerato, il processo di uscita dall’Iraq.
  • Ha dato nuovo impulso all’azione in Afghanistan e Pakistan

Tutto questo Obama lo ha fatto mentre lo scenario in cui opera si è molto complicato. La crisi economica, globale e mondiale, è un cataclisma che vale una grande guerra. Le elezioni in Israele hanno mandato al ministero degli esteri l’ultrarazzista Lieberman, che ha un’impostazione opposta a quella americana rispetto alla formazione di uno stato palestinese indipendente.

Obama ha anche dichiarato guerra ai pirati che infestano l’Oceano Indiano per centinaia di miglia davanti alla Somalia, forse tirato un po’ per la giacca dai repubblicani, che lo accusavano di pavidità. Il tema dei pirati è una bomba a orologeria, che rischia di scoppiare in mezzo alle gambe degli occidentali con i devastanti risultati già verificatisi vent’anni fa.

Ai governi, a breve, conviene starne fuori: costa meno il riscatto, che pagano gli armatori delle navi sequestrate, che non una giornata di navigazione di colossi del mare impegnati nella caccia a barchine che, col mare un po’ increspato, i radar rischiano di non intercettare nemmeno.

Obama è stato costretto quando c’era in ballo la vita di un comandante american0. A quel punto era diventato un problema di politica interna.

Ma in tutto questo, vien da chiedersi, l’Italia che fa?

L’ultima volta che l’Italia ha avuto una politica estera che fosse una politica è stato quando, dopo il caos del G8 di Genova e le dimissioni dell’allora ministro Ruggero, l’interim fu assunto dal primo ministro Silvio Berlusconi.

Poi, ben poco o peggio, sia da destra sia da sinistra.

A parte dilettare gli italiani con le sue vicende sentimentali in una specie di Abelardo & Eloisa dell’epoca degli sms, l’attuale ministro degli esteri Franco Frattini prende pubbliche posizioni di sostegno a quanto già fatto e deciso dagli americani.

Intanto lascia che i pirati si imboschino in terra ferma con dieci italiani in ostaggio (più altri cinque romeni), coprendo col suo silenzio (la sua omologa Hillary Clinton ha una sua posizione autonoma rispetto a Obama) il mancato intervento della marina come scelta accorta e comunque ineluttabile.

Così oggi i somali, il cui paese è dominato dall’illegalità suprema, possono anche accusare quei poveretti nelle loro mani di attentato all’ambiente (scaricavano rifiuti tossici) per alzare il prezzo.

Premesso che, se anche fosse vero, due barili di liquidi inquinanti i mezzo all’oceano e lontano dalle acque territoriali somale non giustificano il sequestro di un equipaggio; premesso anche che all’origine della pirateria ci può essere la difesa di poveri oppressi contro lo strapotere delle nazioni forti: resta il fatto che la nostra gente che va per mare deve essere innanzi tutto difesa, nell’interesse loro e anche delle migliaia che mettono a rischio la loro vita sulle rotte oceaniche.

Se anche i pirati hanno iniziato a fare i pirati per raddrizzare dei torti, oggi sono solo dei criminali, che vivono di soprusi e prepotenze e che capiscono, a breve, solo il linguaggio della forza.

L’Italia paga sempre. Se ci scappa il morto, come in Iraq, è sempre colpa degli altri. Ma nessuno potrà accusarci di avere sbagliato per avere fatto o provato a fare qualcosa di attivo.