Genova avvisata ma non salvata: il Big One dell’acqua assassina

di Franco Manzitti
Pubblicato il 4 Novembre 2011 17:44 | Ultimo aggiornamento: 4 Novembre 2011 18:59

genova alluvione ansaGENOVA – La bomba d’acqua bombarda il cuore di Genova, uccide e devasta come si temeva da quaranta anni, dal fatidico ottobre 1970 dei ventidue morti, e nove giorni dopo il disastro delle Cinque Terre e della Lunigiana, dei dieci morti. La aspettavano come il big one dell’acqua assassina, della pioggia che uccide, così come la California aspetta il big one dei terremoti e la bomba d’acqua è arrivata, annunciata da uno stato di Allerta 2, inutilmente lanciato dalle istituzioni e dalla Protezione Civile per tutta la Liguria.

E il big one, la maledizione dell’acqua, non poteva non colpire l’ombelico della città di Genova, i quartieri asserragliati tra la collina cementificata e il centro, verso la Foce di un fiume che si chiama Bisagno e il cui alveo era fino a ieri una foresta amazzonica di piante non tagliate.

Quando il cielo è ancora gonfio e nero e quell’ombelico della città sotto già metri di acqua, fango e detriti, alle quattro di un pomeriggio infernale i morti sono sette, tra cui anche un fratellino e una sorellina. Bimbi annegati come topi in uno scantinato riempito d’acqua e fango, mentre intorno il bilancio della sciagura è ancora incalcolabile, bimbi e mamme uccisi da un rio inesistente 364 giorni all’anno, che si chiama Fereggiano, abituato a scorrere sotto le case, tra muri di cemento, palazzi di dieci piani costruiti uno addosso all’altro e che la bomba d’acqua, 450 millimetri in tre ore di pioggia selvaggia, la stessa micidiale misura di nove giorni fa nel Parco delle Cinque Terre sopra Vernazza e Monterosso, ha innescato, facendolo esondare.

E’ uscito dai suoi argini secchi da quasi quaranta anni, salvo rare e brevi eccezioni anche il Bisagno, la cui onda di piena è attesa per il tardo pomeriggio del venerdì da una folla sbigottita che non sa come abbandonare la zona. Non è il Tevere delle ultime paure, non è l’Arno di quella tragedia fiorentina del fatidico novembre 1967, proprio un altro 4 novembre indimenticabile, è un fiume “morto” ingabbiato negli ultimi chilometri del suo percorso fino alla Foce, che sta nel cuore del water front genovese.

E’ un fiume che dal 1970 si è svegliato sul serio solo una volta nel settembre del 1992. Innescato da quella bomba d’acqua molto più veloce a formarsi per via delle rivoluzioni climatiche, è uscito dagli argini insieme al killer Ferreggiano nelle strade e nelle piazze dei quartieri della Valbisagno che a Genova chiamano la valle dei rifiuti, perchè ospitava le centrali della nettezza Urbana, i macelli ed anche il monumentale cimitero di Staglieno e quell’ombelico genovese, si è trovato assediato da due onde violente e impreviste, quasi ritmiche nella loro sequenza.

Il Fereggiano ha ucciso quei bimbi e quelle donne nella stessa strada che porta il suo nome con un’ondata di tale forza da accartocciare centinaia di automobili posteggiate nelle strade che stanno ai piedi della collina cementificata, intorno allo stadio di Marassi, il famoso Galileo Ferraris che per l’altro lato è circondato dal Bisagno.