Genova, dopo il ponte crollato, la Rinascente chiusa, simbolo dello sfacelo

di Michele Marchesiello
Pubblicato il 28 dicembre 2018 5:55 | Ultimo aggiornamento: 27 dicembre 2018 23:45
Genova, dopo il ponte crollato, la Rinascente chiusa, simbolo dello sfacelo

Genova, dopo il ponte crollato, la Rinascente chiusa, simbolo dello sfacelo

Triste il Natale, senza la Rinascente a Genova. Per quanto non ne fossi da tempo un frequentatore abituale, ero affezionato alle sue vetrine, ai suoi manichini sempre alla moda,alle folate di tepore che ne uscivano e sapevano di nomi esotici o vagamente inquietanti: Shalimar, Black Opium, L’Interdit…

E’ vero: da qualche tempo somigliava molto al duty free di un aeroporto, uno vero voglio dire, non quello di Genova. Da tempo aveva perso quell’appeal che sapeva di perenne, nervosa novità. Ma era pur sempre il mondo di fuori che si manifestava a noi , che viviamo a stento in questo luogo misterioso e appartato, di cui si parla solo in occasione di grandi disgrazie.

La Rinascente, dicevo, ci ha abbandonati proprio nel momento in cui quel nome illustre, ideato da Gabriele D’Annunzio, sarebbe servito a indicarci – con le sue luci, i colori  , le musiche – quella che dovrebbe essere l’imperativo  della Genova del dopo-Ponte: rinascere, finalmente, dopo tanta oscurità , tragedia , depressione.

Voglio pensare – sperare – che ai vertici della società ci si sia pentiti o almeno rammaricati per aver lasciato la città orfana di un così prezioso simbolo, proprio in coincidenza col crollo del ponte Morandi. La Rinascente ci avrebbe consolati, rassicurati, resi un po’ meno tristi in questo Natale genovese che sa di dopoguerra.

E passo allora lungo via XII ottobre, tenendomi dall’altro lato della strada, sforzandomi di non guardare le vetrine cieche, il déhor del bar ‘Cà Puccino’ – anch’esso travolto dalla chiusura del grande magazzino – , divenuto rifugio insperato di senza tetto e vagabondi, loro ora in vetrina con  le proprie povere masserizie, al posto dei manichini che annunciavano il passaggio delle stagioni.

Si accelera il passo, preferendo non vedere il degrado che scende inarrestabile dalle funebri gallerie di Piccapietra , con le serrande perennemente abbassate, quasi un anticipo di Staglieno.

E ricordo – ragazzo – l’euforia dell’inaugurazione della Rinascente, nella città che si apprestava a raggiungere il  milione di abitanti. Milano veniva a Genova, con le scale mobili, le commesse eleganti,  le merci di quel lusso internazionale che ci facevano sentire un po’ cosmopoliti. Lì acquistai  le belle librerie in abete, che mi hanno accompagnato in tutti miei traslochi. Dalla Rinascente vengono le stampe del cane barbino e del gatto sapiente, il tavolo ‘in stile’ su cui ho studiato, le prime ambiziose lampade di design.

 Il benessere ci aveva raggiunto – o lambito – attraverso la Rinascente. Ora, sempre attraverso la Rinascente, sembra abbandonarci.

Se è lecito compararla a un evento così drammatico e luttuoso, la chiusura della Rinascente può essere avvicinata al crollo del ponte. Manifestazione anch’essa di una rottura e di una perdita dolorosa, ma – allo stesso tempo – segnale di una necessità di rinascita, cui tutti noi siamo chiamati a dare al più presto i colori, le luci, i suoni di una nuova realtà.

Rifacciamo il ponte, ma ridiamo a Genova nuove occasioni di rinascita. La Rinascente non sarebbe più, allora, il nome illustre di un grande magazzino, ma il simbolo di una vera ri-nascita – non osiamo chiamarlo Rinascimento –  di questa comunità .