Lotta al cancro: la scienza ha fatto progressi con le statistiche

di Pino Nicotri
Pubblicato il 3 settembre 2012 7:46 | Ultimo aggiornamento: 3 settembre 2012 8:42

cancro_sondaggiTra il 27 e il 30 agosto, oltre 4.000 ricercatori, operatori sanitari e di organizzazioni per la lotta contro il cancro, politici, amministratori pubblici, ecc., presenti a Montreal,  in Canada, all’edizione 2012 del Congresso Mondiale sul Cancro, organizzata dall’Unione Internazionale per il Controllo del Cancro (UICC), hanno dovuto prendere atto che: negli ultimi 50 anni i costi dei trattamenti per il cancro sono aumentati di ben 100 volte;  che in mezzo secolo il cancro nel mondo ha provocato un costo totale tra ricerche, medicinali, cure e ore di lavoro perse per oltre 25.000 miliardi di euro, mentre oggi si viaggia alla velocità di 1.100 miliardi di euro all’anno; che negli ultimi 50 anni i morti a causa del cancro, nella fascia di età 55-74 anni, sono stati 200 milioni, mentre oggi la media annuale è salita a 6,5 milioni persone. e avanti di questo passo nel 2030, cioè tra meno di 20 anni, saranno il doppio, 13 milioni.

Soprattutto hanno dovuto prendere atto che la riduzione del 5% della mortalità conseguita in questi 50 anni non è dovuta a nuovi modi di cura, ma solo alla diminuzione dei fumatori e al cambiamento di stile di vita per la diffusione di miglioramenti nell’alimentazione, delle pratiche sportive e dalla maggiore frequenza degli esami di controllo.

Al congresso di Montreal è stato molto applaudito il ciclista Lanche Armstrong. Ha evitato di parlare di doping e ha preferito presentarsi così: “Il mio nome è Lance Armstrong, sono un sopravvissuto al cancro. E, sì, ho vinto sette volte il Tour de France”. Parole e applausi che seminano ottimismo, ma purtroppo non cambiano la realtà. La grancassa nella lotta contro il cancro è iniziata nel 1980, quando il presidente degli Stati Uniti Richard Nixon dichiarò guerra al male del secolo, promettendo traguardi ambiziosi. E’ dal 2008 che l’UICC proclama a portata di mano per il 2020 una forte riduzione della mortalità da cancro e dei relativi costi, ma la realtà dimostra che se non si mettono in campo progetti specifici, caratterizzati da obiettivi a tappe, e modalità diverse da quelle odierne, anche il traguardo del 2020 verrà mancato.

Secondo vari esperti, per poter parlare di strategia di successo si dovrebbe centrare l’obiettivo di ridurre il tasso della mortalità prematura, nel 2012, 2016 e 2020, misurato sulla medesima fascia di età, rispettivamente a 410, 320 e 250 casi per ogni 100.000 abitanti; e di ridurre il costo pro-capite annuale per ogni cittadino per cure, medicinali e monte ore di lavoro perse a $580, $460 e $350.

Purtroppo però a conti fatti la famosa affermazione dell’ex direttore dello statunitense National Cancer Institute (NCI), Andrew Von Eschenbach, “desidero guidare il NCI in una missione che prevenga la malattia per diagnosticarla abbastanza precocemente da poterla eliminare”, è rimasta una desiderio. E se nel 1985 in un articolo su “Fortune” un personaggio come Clifton Leaf annunciava risultati miracolosi dovuti a nuove medicine, lo stesso Leaf già in un suo articolo del 22 marzo 2004 ha dovuto far marcia indietro. Ha infatti ammesso che nonostante gli enormi investimenti stanziati a partire dal 1971 negli USA per la lotta contro quello che definisce “il Nemico Pubblico Numero Uno”, questa malattia sembra destinata ad aumentare. Leaf concludeva il suo articolo riconoscendo già allora che, nonostante decenni di scoperte abbiano continuamente alimentato speranze, le aspettative di miglioramenti significativi sono andate deluse. Delusione rafforzata dalla constatazione che si è riusciti invece a ridurre notevolmente i casi di morte dovuti a malattie cardiache.

Negli Usa come in Europa, Italia compresa, si è verificato un fenomeno che aveva già notato Leaf. La ricerca ha fatto progressi notevoli per quanto riguarda le malattie cardiache, ma non per il cancro. Infatti, mentre per le prime negli Usa le morti premature ogni 100.000 persone sono state ridotte da 791 a 393,9, cioè di circa la metà, per quanto riguarda il secondo la mortalità nello stesso periodo e fascia d’età è solo diminuita da 583,5 a 530,7.

Il merito però, come detto, va attribuito più ai cambiamenti di stile di vita e alimentazione che ai medicinali. Per la fascia di età tra i 60 e i 75 anni la mortalità è addirittura aumentata, sia pure di poco, passando nel ventennio 1980-2000 da 800 a 802 casi. Dieci anni dopo, nel 2010, negli Usa il costo complessivo dei decessi prematuri da cancro è stato di 263,8 miliardi di dollari. Per l’esattezza, 102 miliardi per il costo diretto delle medicine e cure e 20,9 miliardi per la perdita di lavoro dovuto alla malattia. La spesa pro capite per ognuno dei 302 milioni di cittadini Usa viaggiava quindi verso i 900 euro, cifra oggi sicuramente superata.

Come stanno le cose in Italia? Per saperlo bisogna rivolgersi a ricercatori volenterosi come Dario Crosetto, collaboratore di Università e laboratori di ricerca (CERN, FERMILAB e altri) in tema di fisica delle alte energie nonché pioniere dei sistemi di acquisizioni di immagini biomediche tramite il rilevamento delle particelle elementari anziché tramite raggi X, possibile causa di cancro. Crosetto, reduce dal congresso di Montreal, spiega: “Il costo per ogni singolo cittadino italiano del flagello chiamato cancro è certo non inferiore a quello degli Usa, oggi stimabile sul livello di 1.000 euro l’anno per ogni abitante”. Poiché in Italia siamo oltre 60 milioni di abitanti, se ne deduce che il cancro tra ricoveri, medicine, cure e perdita di ore di lavoro ci costa complessivamente 60 miliardi di euro l’anno: quanto tre manovre fiscali.

Le periodiche dichiarazioni sulla riduzione del 50% delle morti per cancro sono dunque fasulle? Le statistiche ufficiali mentono? Francesco Bottaccioli, membro dell’Accademia delle Scienze di New York, docente di Psico-oncologia presso la facoltà “ La Sapienza ” di Roma, risponde così: “Il 50% di cui parlano gli oncologi non è effettivamente la metà del numero in valore assoluto di malati di tumore, come si è indotti a credere, ma la media delle varie percentuali di guarigione dei diversi tipi di cancro”. Come sarebbe a dire? Bottaccioli spiega: “Si somma, per esempio, l’87% di guarigione del cancro al testicolo con il 10-12% di quella del polmone e si fa la media delle percentuali di guarigione, non calcolando che i malati di carcinoma al testicolo sono solo 2000 l’anno, mentre le persone che si ammalano di tumore al polmone sono attorno alle 40.000”.

Le statistiche sono alterate anche da un particolare che pare assurdo: le terapie oncologiche usate nelle statistiche hanno una durata di 5 anni, perciò se una persona muore entro il 5° anno viene conteggiata come caso negativo, ma se il decesso avviene per esempio il 5° anno più un giorno, non viene calcolato come caso negativo, ma rientra come guarigione. C’è anche un altro particolare: alcuni medici di base di Milano mi hanno segnalato che per non compromettere le loro ottime statistiche i centri famosi per la cura del cancro di solito rifiutano il ricovero per i casi che ritengono di difficile guarigione.

Il padre dell’ecologismo, Edward Goldsmith, ha spiegato da tempo le ragioni dell’atteggiamento ostruzionistico nei confronti della verità sulle morti premature da cancro – e annessi costi economici – da parte di quello che definisce “l’establishment del cancro”. Vale la pena di riportare alcune sue affermazioni:

“La patologia neoplastica colpisce oggi una persona su tre e più o meno tutti ne conoscono, anche grazie alla diffusione di innumerevoli studi sull’argomento, le cause principali: l’esposizione a sostanze chimiche cancerogene presenti nel cibo che mangiamo, nell’acqua che beviamo e nell’aria che respiriamo; le radiazioni ionizzanti, dai raggi X usati per scopi medici alle emissioni radioattive prodotte dagli esperimenti atomici e dagli impianti nucleari. 
Tuttavia le istituzioni del cancro, il “Cancer Establishment”, capeggiato negli USA dal National Cancer Institute e nel Regno Unito dall’Imperial Cancer Research Fund, non lo ammetteranno mai. Né lo ammetteranno le industrie chimiche, farmaceutiche e nucleari che finanziano quasi tutta la ricerca sul cancro e si dicono certe che l’attuale “epidemia” sia attribuibile a tutto fuorché all’esposizione a sostanze chimiche o alla radioattività, ciò le porta fino al punto di non pubblicare i risultati degli esperimenti che rivelano la cancerogenicità delle sostanze chimiche prodotte dalle stesse industrie, come ha recentemente rivelato l’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente negli USA”.

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