Pino Nicotri

Papa Francesco verso la Terra Santa, eviterà l’incidente di Ratzinger?

>>>ANSA7 PAPA: MUSULMANI NOSTRI FRATELLI, CON CRISTIANI MUTUO RISPETTOROMA – Riuscirà Papa Francesco a far fare un passo avanti all’unità dei cristiani senza fare un passo indietro verso i musulmani? In particolare, riuscirà a evitare che i musulmani ricordino troppo l’affronto che affermano di avere subito dal suo predecessore il 13 settembre 2006? Quel giorno Papa Ratzinger in un discorso all’Università di Ratisbona citò quanto disse nel 1391 ad Ankara l’imperatore bizantino Manuele II Paleologo in uno dei 27 dialoghi su cristianesimo e islam che ebbe con il dotto persiano Mouterizes, equivalente all’arabo Mutarrif, direttore di una madrassa, cioè di una scuola coranica:

“Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo, e vi troverai soltanto cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere per mezzo della spada la fede che egli predicava”.

Dopo quell’infelice citazione, resa ancor più grave dal citare la Jihad, concetto che comunemente viene tradotto con “guerra santa”, il 26 novembre dello steso anno Ratzinger incontrò il patriarca ecumenico ortodosso Bartolomeo I a Istanbul, l’antica Costantinopoli.

E proprio Bartolomeo incontrerà Francesco a Gerusalemme, in una delle tre tappe (le altre due saranno ad Amman e Betlemme) del pellegrinaggio che il pontefice compirà nella cosiddetta Terra Santa dal 24 al 26 del prossimo maggio per ricordare il 50mo anniversario del viaggio di Paolo VI, avvenuto il 5 gennaio del ’64. E il 5 gennaio scorso Francesco ha annunciato il suo viaggio alla fine della consueta preghiera dell’Angelus, in modo da celebrare in qualche modo l’esatta ricorrenza. Quella volta papa Montini incontrò Patriarca ortodosso Atenagora. Francesco ha annunciato che a maggio “presso il Santo Sepolcro celebreremo un Incontro Ecumenico con tutti i rappresentanti delle Chiese cristiane di Gerusalemme, insieme al Patriarca Bartolomeo di Costantinopoli”.

 Il viaggio di Papa Montini ebbe come frutto un paio di anni dopo la rimozione simultanea delle scomuniche reciproche tra la Chiesa cattolica rappresentata dal Vaticano e la Chiesa ortodossa rappresentata dal Fanar, il Vaticano ortodosso a Istanbul. Finivano così ben dieci secoli di separazione, dissapori e guerre tra cristiani occidentali e orientali. “Ci siamo abbracciati una prima volta, poi una seconda e di nuovo e di nuovo. Come due fratelli che si ritrovano dopo una lunga separazione”, commentò Atenagora. Per parte sua Paolo VI alla prima udienza generale tenuta in S. Pietro ebbe a dichiarare con maggiore enfasi: “Avete tutti compreso che il mio viaggio non é stato soltanto un fatto singolare e spirituale: é diventato un avvenimento che può avere una grande importanza a livello storico, il punto di partenza di nuovi, grandi avvenimenti, che possono essere altamente benefici per la Chiesa e l’Umanità”. Lo scorso 5 gennaio Francesco dopo l ‘annuncio ai fedeli in piazza S. Pietro ha aggiunto: “Fin da ora vi domando di pregare per questo pellegrinaggio”, che molti sperano diventi storico come quello di Papa Montini.

Il rischio però è che al probabile passo avanti nell’unità di tutte le componenti della religione cristiana corrisponda se non un passo indietro comunque un rinfocolarsi delle polemiche per l’infelice uscita di Ratzinger a Ratisbona. All’epoca, il portavoce del Vaticano, don Federico Lombardi, cercò di correggere il tiro dichiarando:

“Non era certo nelle intenzioni del Santo Padre svolgere uno studio approfondito sulla Jihad e sul pensiero musulmano in merito, e tanto meno offendere la sensibilità dei credenti musulmani”.

Ma le reazioni furono comunque pesanti.

La massima autorità religiosa turca, Ali Bardokoglu, presidente del Dipartimento affari religiosi della Turchia, in vista dell’annunciata visita di Ratzinger in Turchia ebbe a dite che le parole del Papa mostravano

“un odio nel suo cuore, allora siamo davanti ad una situazione pericolosa. Non mi aspetto niente di buono da una visita nel mondo islamico da parte di chi pensa così del Profeta”,

e chiese, sia pure invano, l’annullamento della visita in Turchia.

 “Il Papa del Vaticano ha offeso il Profeta”, titolarono i siti islamici che ospitavano i video e i comunicati di Al Qaeda. “Dove sono quelli che parlano di dialogo tra le religioni? In realtà questa non è altro che una guerra crociata che lo si voglia o no”. Mohammed Mahdi Akef, guida spirituale dei Fratelli musulmani, il principale gruppo d’opposizione in Egitto, disse che le parole di Ratisbona “gettano olio sul fuoco” e “creano un grave danno all’Islam”, motivo per cui chiese al pontefice di scusarsi.

Per fortuna non si sono avverate le fosche previsioni di Fawi Zefzaf, presidente della Commissione del Parlamento egiziano per il dialogo interreligioso, che dopo avere definito “bugiardo” Papa Ratzinger ebbe a dire: “Semplici caricature (di Maometto, ndr) hanno scatenato la risposta furiosa delle masse musulmane, quale sarà la reazione a simili dichiarazioni?”. Una reazione rabbiosa era paventata anche da Al Arabiya, il secondo canale satellitare nel mondo arabo, che infatti dopo avere lamentato che “Il Papa rivolge critiche all’Islam a pochi giorni dalla sua attesa visita in Turchia” ebbe ad aggiungere: “Ci si attende che provochi la rabbia islamica”. 


Inviti a una maggiore riflessione e critiche pesanti vennero anche dal mondo islamico europeo. Il Consiglio francese per la religione musulmana diramò un comunicato per invitare a “non confondere l’Islam, che è una religione rivelata, con l’islamismo, che non è una religione ma un’ideologia politica”. Molto più duro Aiman Mazyek, presidente del Consiglio centrale musulmano in Germania:

“Dopo le sanguinose conversioni dei popoli latinoamericani, le crociate, le coercizioni imposte da Hitler alla Chiesa, e perfino dopo che Urbano II coniò per primo il termine Guerra Santa non credo che la Chiesa Cattolica possa puntare il dito contro gli estremismi di altre religioni”.

Memore anche dell’incidente di Ratisbona e dei suoi pesanti strascichi, Francesco ci ha tenuto a pubblicare a ridosso del 26 novembre, anniversario della visita in Turchia del suo predecessore, la “Esortazione apostolica Evangelii Gaudium”, nella quale detta le nuove e più concilianti regole dei rapporti con la religione musulmana in due appositi paragrafi, il 252 e il 253.

 Paragrafo 252 – “In quest’epoca acquista una notevole importanza la relazione con i credenti dell’Islam, oggi particolarmente presenti in molti Paesi di tradizione cristiana dove essi possono celebrare liberamente il loro culto e vivere integrati nella società. Non bisogna mai dimenticare che essi, “professando di avere la fede di Abramo, adorano con noi un Dio unico, misericordioso, che giudicherà gli uomini nel giorno finale”. Gli scritti sacri dell’Islam conservano parte degli insegnamenti cristiani; Gesù Cristo e Maria sono oggetto di profonda venerazione ed è ammirevole vedere come giovani e anziani, donne e uomini dell’Islam sono capaci di dedicare quotidianamente tempo alla preghiera e di partecipare fedelmente ai loro riti religiosi. Al tempo stesso, molti di loro sono profondamente convinti che la loro vita, nella sua totalità, è di Dio e per Lui. Riconoscono anche la necessità di rispondere a Dio con un impegno etico e con la misericordia verso i più poveri”.

 Paragrafo 253 – “Per sostenere il dialogo con l’Islam è indispensabile la formazione adeguata degli interlocutori, non solo perché siano solidamente e gioiosamente radicati nella loro identità, ma perché siano capaci di riconoscere i valori degli altri, di comprendere le preoccupazioni soggiacenti alle loro richieste e di fare emergere le convinzioni comuni. Noi cristiani dovremmo accogliere con affetto e rispetto gli immigrati dell’Islam che arrivano nei nostri Paesi, così come speriamo e preghiamo di essere accolti e rispettati nei Paesi di tradizione islamica. Prego, imploro umilmente tali Paesi affinché assicurino libertà ai cristiani affinché possano celebrare il loro culto e vivere la loro fede, tenendo conto della libertà che i credenti dell’Islam godono nei paesi occidentali! Di fronte ad episodi di fondamentalismo violento che ci preoccupano, l’affetto verso gli autentici credenti dell’Islam deve portarci a evitare odiose generalizzazioni, perché il vero Islam e un’adeguata interpretazione del Corano si oppongono ad ogni violenza”.

Ma a mettersi di traverso è un gesuita come Papa Francesco, l’esperto islamologo Samir Khalil Samir, che insegna a Beirut, Roma e Parigi ed è autore di libri e saggi sull’Islam nonché dei rapporti con il cristianesimo e l’intero Occidente. L’ultimo suo libro si intitola “Quelle tenaci primavere arabe”. Forse per le sua origini arabe è diventato più realista del re ed è probabile ci sia lui all’origine dell’infelice citazione di Ratisbona. Samir infatti nel corso del pontificato di Ratzinger è stato uno degli esperti più ascoltati dallo stesso Papa.

Il 19 dicembre scorso, vale a dire pochissimi giorni dopo la pubblicazione dell’Evangelii Gaudium di Papa Francesco, Samir sull’agenzia “Asia News” del Pontificio Istituto Missioni Estere ne ha commentato i paragrafi dedicati all’Islam. Dopo averne passato in rassegna “le tante cose positive”, Samir passa a mettere bene in luce quanto a suo avviso è bene chiarire con il capitolo intitolato “Punti della Evangelii Gaudium che richiedono chiarimento”. Pubblicato per intero da Sandro Magister nel suo blog sul sito de L’Espresso, ecco tutti i punti del capitolo critico:

 “1. I musulmani “adorano con noi un Dio unico, misericordioso” (n. 252)

Io prenderei con cautela questa frase. È vero che i musulmani adorano un Dio unico e misericordioso. Ma questa frase suggerisce che le due concezioni di Dio sono uguali. Invece nel cristianesimo Dio è Trinità nella sua essenza, pluralità unita dall’amore. È un po’ più che sola clemenza e misericordia. Abbiamo due concezioni abbastanza diverse dell’unicità divina. Quella musulmana caratterizza Dio come inaccessibile. La visione cristiana dell’unicità trinitaria sottolinea che Dio è Amore che si comunica: Padre-Figlio-Spirito, oppure Amante-Amato-Amore, come suggeriva Sant’Agostino.

Poi, anche la misericordia del Dio islamico cosa significa? Che Lui fa misericordia a chi vuole e non la fa a coloro a cui non vuole. “Dio fa entrare nella Sua misericordia chi Egli vuole” (Corano 48:25). Queste espressioni si trovano in modo quasi letterale nell’Antico Testamento (Esodo 33:19). Ma non si arriva mai a dire che “Dio è Amore” (1 Giovanni 4:16), come si esprime san Giovanni.

La misericordia nel caso dell’islam è quella del ricco che si china sul povero e gli concede qualcosa. Ma il Dio cristiano è Colui che scende verso il povero per innalzarlo al suo livello; non mostra la sua ricchezza per essere rispettato (o temuto) dal povero: dona se stesso per far vivere il povero.

 2. “Gli scritti sacri islamici conservano parte degli insegnamenti cristiani” (n. 252)

È vero in un certo senso, ma può essere anche ambiguo. È vero che i musulmani riprendono parole o fatti dei vangeli canonici, ad esempio il racconto dell’Annunciazione si ritrova quasi letteralmente nei capitoli 3 (la famiglia di ‘Imr?n) e 19 (Mariam).

Ma più frequentemente il Corano s’ispira ai pii racconti dei Vangeli apocrifi, e non ne tirano il senso teologico che ci si trova, e non danno a questi fatti o parole il senso che hanno in realtà, non per cattiveria, ma perché non hanno la visione globale del messaggio cristiano.

 3. La figura di Cristo nel Corano e nel Vangelo (n. 252)

Il Corano si riferisce a “Gesù e Maria [che] sono oggetto di profonda venerazione”. A dir il vero, Gesù non è oggetto di venerazione nella tradizione musulmana. Invece, per Maria, si può parlare di una venerazione, in particolare da parte delle donne musulmane, che volentieri vanno ai luoghi di pellegrinaggio mariano.

L’assenza di venerazione per Gesù Cristo si spiega probabilmente per il fatto che, nel Corano, Gesù è un grande profeta, famoso per i suoi miracoli a favore dell’umanità povera e malata, ma non è uguale a Maometto. Solo da parte dei mistici, si può notare una certa devozione, essi lo chiamano anche “Spirito di Dio”.

In realtà, tutto ciò che si dice di Gesù nel Corano è l’opposto degli insegnamenti cristiani. Egli non è Figlio di Dio: è un profeta e basta. Non è nemmeno l’ultimo dei profeti perché invece il “sigillo dei profeti” è Maometto (Corano 33:40). La rivelazione cristiana è vista solo come una tappa verso la rivelazione ultima, portata da Maometto, cioè l’Islam.

 4. Il Corano si oppone a tutti i dogmi cristiani fondamentali

La figura di Cristo come seconda persona della Trinità è condannata. Nel Corano si dice in modo esplicito ai cristiani: “O Gente della Scrittura, non eccedete nella vostra religione e non dite su Dio altro che la verità. Il Messia Gesù, figlio di Maria, non è altro che un messaggero di Dio, una Sua parola che Egli pose in Maria, uno Spirito da Lui [proveniente]. Credete dunque in Dio e nei Suoi messaggeri. Non dite ‘Tre’, smettete! Sarà meglio per voi. Invero Dio è un dio unico. Avrebbe un figlio? Gloria a Lui” (Corano 4:171). I versetti contro la Trinità sono molto chiari e non hanno bisogno di tante interpretazioni.

Il Corano nega la divinità di Cristo: “O Gesù, figlio di Maria, sei tu che hai detto alla gente: ‘Prendete me e mia madre come due divinità all’infuori di Dio’?” (Corano 5:116). E Gesù lo nega!

Infine, nel Corano è negata la redenzione. Addirittura si afferma che Gesù Cristo non è morto in croce, ma è stato crocifisso un suo sosia: “Non l’hanno ucciso, non l’hanno crocifisso, ma è sembrato loro” (Corano 4:157). In tal modo Dio ha salvato Gesù dalla cattiveria dei giudei. Ma così Cristo non ha salvato il mondo!

Insomma, il Corano e i musulmani negano i dogmi essenziali del cristianesimo: Trinità, Incarnazione e Redenzione. Si deve aggiungere che questo è il loro diritto più assoluto! Ma non si può allora dire che “Gli scritti sacri dell’Islam conservano parte degli insegnamenti cristiani”. Si deve semplicemente parlare del “Gesù coranico” che non ha niente a che vedere con il Gesù dei Vangeli.

Il Corano cita Gesù perché pretende di completare la rivelazione di Cristo per esaltare Maometto. Del resto, vedendo quanto Gesù e Maria fanno nel Corano, ci si accorge che essi non fanno altro che applicare le preghiere e il digiuno secondo il Corano. Maria è certamente la figura più bella tra tutte quelle presentate nel Corano: è la Madre Vergine, che nessun uomo ha mai toccato. Ma non può essere la Theotokos; anzi, è una buona musulmana.

 

I PUNTI PIÙ DELICATI

 1. Etica nell’Islam e nel cristianesimo (252)

L’ultima frase di questo paragrafo della “Evangelii gaudium” dice, parlando dei musulmani: “Riconoscono anche la necessità di rispondere a Dio con un impegno etico e con la misericordia verso i più poveri”. Questo è vero e la pietà verso i poveri è un’esigenza dell’Islam.

C’è però una doppia differenza, mi sembra, tra l’etica cristiana e quella musulmana. La prima è che l’etica musulmana non è sempre universale. Si tratta spesso di aiuto dentro la comunità islamica, mentre l’obbligo di aiuto, nella tradizione cristiana, è di per sé universale. Si nota per esempio, quando c’è una catastrofe naturale in qualche regione del mondo, che i Paesi di tradizione cristiana aiutano senza considerare la religione di chi è aiutato, mentre Paesi musulmani ricchissimi (quelli del Penisola Arabica per esempio) non lo fanno in questo caso.

 La seconda è che l’Islam lega etica e legalità. Chi non digiuna durante il mese di Ramadan commette un delitto e va in prigione (in molti Paesi). Se osserva il digiuno previsto, dall’alba al tramonto, è perfetto, anche se dopo il tramonto mangia fino all’alba del giorno seguente, più e meglio del solito: “si mangiano le cose migliori e in abbondanza”, come mi dicevano alcuni amici egiziani musulmani. Sembra non esserci altro significato nel digiuno se non ubbidire alla legge stessa del digiuno. Il Ramadan diventa il periodo in cui i musulmani mangiano di più, e mangiano le cose più prelibate. L’indomani, dato che per mangiare nessuno ha dormito, nessuno lavora. Però, dal punto di vista formale, tutti hanno digiunato per alcune ore. È un’etica legalista: se fai questo, sei nel giusto. Un’etica esteriore.

Il digiuno cristiano è invece qualcosa che ha come scopo l’avvicinarsi al sacrificio di Gesù, alla solidarietà con i poveri e non c’è il momento in cui si recupera quanto uno non ha mangiato.

Se qualcuno applica la legge islamica, tutto è in ordine. Il fedele non cerca di andare oltre la legge. La giustizia è richiesta per legge, ma non è superata. Per questo, non c’è nel Corano l’obbligo del perdono; invece, Gesù nel Vangelo chiede di perdonare in modo infinito (settanta volte sette: cfr. Matteo 18, 21-22). Nel Corano la misericordia non arriva mai all’amore.

 Lo stesso vale per la poligamia: si può avere fino a quattro mogli. Se voglio averne una quinta, basta ripudiare una di quelle che ho già, magari la più vecchia, e prendermi una sposa più giovane. E avendo sempre e solo quattro mogli sono nella perfetta legalità.

C’è anche l’effetto contrario, per esempio per l’omosessualità. In tutte le religioni, è un peccato. Ma per i musulmani, è anche un delitto che dovrebbe essere punito con la morte. Nel cristianesimo è un peccato, ma non un crimine. Il motivo è ovvio: l’Islam è religione, cultura, sistema sociale e politico; è una realtà integrale. Ed è chiaramente così nel Corano. Il Vangelo invece distingue chiaramente la dimensione spirituale ed etica dalla dimensione socio-culturale e politica.

Lo stesso vale per la purezza, come lo spiega in modo chiaro Cristo ai Farisei: “Non ciò che entra nella bocca contamina l’uomo, ma è quel che esce dalla bocca che contamina l’uomo” (Mt 15, 11).

 2. “I fondamentalismi da entrambe le parti” (n. 250 e 253)

Ci sono infine due aspetti che vorrei criticare. Il primo è quello in cui il papa mette insieme tutti i fondamentalismi. Al n. 250 si dice: “Un atteggiamento di apertura nella verità e nell’amore deve caratterizzare io dialogo con i seguaci delle religioni non cristiane, nonostante i vari ostacoli e difficoltà, particolarmente i fondamentalismi da entrambe le parti”.

L’altro è la conclusione della sezione sul rapporto all’Islam che termina con questa frase: “Di fronte ad episodi di fondamentalismo violento che ci preoccupano, l’affetto verso gli autentici credenti dell’Islam deve portarci ad evitare odiose generalizzazioni, perché il vero Islam e un’adeguata interpretazione del Corano si oppongono ad ogni violenza” (n. 253).

Personalmente, non metterei i due fondamentalismi sullo stesso piano: i fondamentalisti cristiani non portano le armi; il fondamentalismo islamico è criticato, anzitutto proprio dai musulmani, perché questo fondamentalismo armato cerca di riprodurre il modello maomettano. Nella sua vita, Maometto ha fatto più di 60 guerre; ora se Maometto è il modello eccellente (come dice il Corano 33:21), non sorprende che certi musulmani usano anche loro la violenza ad imitazione del Fondatore dell’Islam.

3. La violenza nel Corano e nella vita di Maometto (n. 253)

Infine, il papa accenna alla violenza nell’islam. Nel paragrafo 253 si legge: “Il vero Islam e un’adeguata interpretazione del Corano si oppongono ad ogni violenza”.

Questa frase è bellissima, ed esprime un atteggiamento molto benevolo del papa verso l’Islam. Mi sembra però che essa esprima più un desiderio che una realtà. Che la maggioranza dei musulmani possa essere contraria alla violenza, può anche darsi. Ma dire che “il vero islam è contrario ad ogni violenza”, non mi sembra vero: la violenza è nel Corano. Dire poi che “un’adeguata interpretazione del Corano si oppone ad ogni violenza” ha bisogno di molte spiegazioni. Basta ricordare i capitoli 2 e 9 del Corano.

È vero comunque quanto il pontefice afferma sul fatto che l’islam ha bisogno di una “adeguata interpretazione”. Questa strada è praticata da alcuni studiosi, ma non è abbastanza forte da contrastare quella che va per la maggiore. Questa minoranza di studiosi cerca di reinterpretare i testi coranici che parlano della violenza, mostrando che essi sono legati al contesto dell’Arabia dell’epoca ed erano nel contesto della visione politico-religiosa di Maometto.

Se l’islam vuole rimanere oggi in questa visione legata al tempo di Maometto, allora ci sarà sempre violenza. Ma se l’islam – e vi sono parecchi mistici che l’hanno fatto – vuole ritrovare una spiritualità profonda, allora la violenza non è accettabile.

L’islam si trova davanti a un bivio: o la religione è una strada verso la politica e verso una società politicamente organizzata, oppure la religione è un’ispirazione a vivere con più pienezza e amore. Chi critica l’islam a proposito della violenza non fa una generalizzazione ingiusta e odiosa: mostra delle questioni presenti, vive e sanguinanti nel mondo musulmano.

In Oriente si comprende molto bene che il terrorismo islamico è motivato religiosamente, con citazioni, preghiere e fatwa da parte di imam che spingono alla violenza. Il fatto è che nell’islam non vi è un’autorità centrale, che corregga le manipolazioni. Ciò fa sì che ogni imam si creda un muftì, un’autorità nazionale, che può emettere giudizi ispirati dal Corano fino a ordinare di uccidere.

 

CONCLUSIONE: UNA “ADEGUATA INTERPRETAZIONE DEL CORANO”

Per concludere, il punto davvero importante è quello della “adeguata interpretazione”. Nel mondo musulmano, il dibattito più forte – che è anche il più proibito – è proprio quello sull’interpretazione del libro sacro. I musulmani credono che il Corano sia sceso su Maometto, completo, in quella forma che conosciamo. Non c’è il concetto d’ispirazione del testo sacro, che lascia spazio a un’interpretazione dell’elemento umano presente nella parola di Dio.

Facciamo un esempio. Ai tempi di Maometto, con tribù che vivevano nel deserto, la pena per un ladro era il taglio della mano. A cosa serviva? Qual era lo scopo di questa pena? Non permettere che il ladro rubasse più. Allora dobbiamo chiederci: come possiamo oggi salvaguardare questo scopo, cioè che il ladro non rubi? Possiamo usare altri metodi al posto del taglio della mano?

Oggi tutte le religioni hanno questo problema: come reinterpretare il testo sacro, che ha un valore eterno, ma che risale a secoli o millenni fa.

Quando incontro amici musulmani, io metto in luce il fatto che oggigiorno bisogna interrogarsi sullo “scopo” (maqased) che avevano le indicazioni del Corano. I teologi e i giuristi musulmani dicono che si deve ricercare gli “scopi della Legge divina” (maq?sid al-shar?’a). Questa espressione corrisponde a ciò che il Vangelo chiama “lo spirito” del testo, in opposizione alla “lettera”. Occorre cercare l’intento del testo sacro dell’islam.

Diversi studiosi musulmani parlano dell’importanza di scoprire “lo scopo” dei testi coranici per adeguare il testo coranico al mondo moderno. E questo, mi sembra, è molto vicino a quanto il Santo Padre intende suggerire parlando di “una adeguata interpretazione del Corano”.

Samir evita di ricordare che Maometto la sua religione la finanziò anche per mezzo di rapine alle carovane che attraversavano il deserto arabo e la affermò anche per mezzo di guerre, riuscendo infine vittorioso con la battaglia del 15 marzo 624 a Badr, dove appostò le sue truppe su un’altura dopo avere avvelenato i pozzi nella pianura in basso onde impedire che i nemici si dissetassero. Cionondimeno accusa di violenza l’intero Corano. Stranamente però Samir dimentica che nella Bibbia c’è di molto peggio, c’è la descrizione di Dio che ordina più volte la distruzione di intere città, non solo delle comprese Sodoma e Gomorra, e di passare a fil di spada interi popoli. Definire quindi il Dio cristiano “amore” tout court appare temerario. Anzi, smentito dall’affermazione bimillenaria che a molti viene riservata la dannazione eterna con le pene dell’inferno.

Negli stessi vangeli non manca un’allarmante affermazione guerriera di Gesù Cristo, fatta propria nei secoli da non pochi fanatici cristiani anche per giustificare le crociate, il colonialismo e non solo: ““Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra. Non sono venuto a portare la pace, ma la spada. Perché sono venuto a dividere il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera; e i nemici dell’uomo saranno i suoi famigliari” ( Vangelo di Matteo: 10, 34-38).

Per quanto riguarda l’insistenza di Samir sulla differenza tra il Dio unico dei musulmani e il Dio Trinitario dei cristiani, in particolare dei cattolici, si tratta dello stesso ostacolo messo sulla strada del dialogo con l’ebraismo, religione basata sul Dio unico esattamente come l’islam. Non a caso le parole per indicare Dio e la pace sono identiche in ebraico e in arabo, nonostante gli odi feroci che separano questi due mondi: l’Elòhah ebraico è chiaramente identico all’Allàh arabo (oltretutto entrambe le parole derivano dalla divinità fenicia e cananeica El, ma tralasciamo), così come la parola araba salam che significa pace è identica alla parola shalom che significa pace in ebraico. Mi è capitato più volte nella basilica di S. Agostino a Roma, dove ogni volta che posso vado a contemplare la Madonna dei Pellegrini del Caravaggio, ascoltare il sacerdote officiante la messa affermare durante la predica: “I nostri fratelli ebrei non sanno che Dio è unico sì, ma trinitario”. Concetto che nella basilica di S. Agostino – non a caso il santo le cui parole ” Amante-Amato-Amore” Samir ha ricordato per criticare l’islam – è declamato da una scultura che rappresenta il profeta ebraico Elia che parla alla Madonna madre di Gesù: un modo ben preciso di saldare direttamente Cristo, e quindi il Dio trinitario, alla tradizione ebraica del Dio unico. Che, si noti nuovamente, è lo stesso Dio unico dell’islam.

Che certe divisioni siano oziose, anzi pretenziose e presuntuose, lo dimostra l’assurdità del voler definire quanto è per definizione indefinibile, vale a dire Dio. Voler “ritrarre” Iddio per assegnargli una fisionomia che di fatto lo imprigioni e gli leghi le mani imprigionandolo nel perimetro di tale fisionomia, del ritratto da noi assegnato, è assurdo anche sotto il profilo per così dire logico. E’ la stessa matematica a insegnare che un infinito lo si può suddividere quante volte si vuole, ma le parti così ottenute sono anch’esse ognuna un infinito. Se Dio quindi è infinito, come sempre si afferma, il dividerlo o no in trinità, cioè per tre, o altro non cambia assolutamente nulla: si tratta sempre di infinito e di infiniti. Le diversità ci possono essere solo dal punto di vista per così dire storico: ma da quando in qua sono uno o più fatti storici o presunti tali a potersi intromettere nella fede annacquandola così a feticismo?

In particolare è oziosa l’antica querelle centrata sullo Spirito Santo. Che chiaramente esiste anche nell’ebraismo e nell’islam, dal momento che spirito significa vento, soffio, alito, tant’è vero che del vento ancora oggi si dice che “spira”. E all’inizio dei tre monoteismi non c’è forse il Verbo, espresso con l’alitare da parte di Dio su Adamo per dargli la vita? La stessa parola “anima” altro non significa che soffio, vento, respiro, tant’è vero che ancora oggi si chiama anemometro, cioè misuratore dell’”anemos”, lo strumento che misura il vento.

Può apparire strano, ma si chiama Pneumologia non solo la scienza che studia i polmoni, organi addetti appunto al respirare, ma nella dottrina cristiana anche la “scienza” che si occupa dello Spirito Santo, cioè la parte della teologia ad esso dedicata

Ma la cosa più curiosa è che, anche se i relativi cleri non vogliono farci caso e rendersene conto, sia la lingua araba che la lingua ebraica non scrivono le vocali per un motivo ben preciso. Quale? Il motivo è che il suono delle vocali si pronuncia per l’appunto solo con l’alito, la bocca infatti quando pronunciamo le vocali resta aperta, si limita a un soffio, per quanto minimo. Ma il “soffio”, “l’alito”, “l’anemos”, cioè lo “spirito”, “l’anima”, sono prerogative di Dio, vengono da lui: noi creature umane NON possiamo e NON dobbiamo avere l’immodestia di riportarle nel nostro alfabeto….

Il gesuita Samir forse dovrebbe studiare e riflettere di più. Con maggiore modestia. E non solo quando pronuncia vocali…

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