Cancro al pene scambiato per fungo: amputazione non lo salva e muore

di Redazione Blitz
Pubblicato il 23 Gennaio 2015 10:49 | Ultimo aggiornamento: 23 Gennaio 2015 10:49
Cancro al pene scambiato per fungo: amputazione non lo salva e muore

Cancro al pene scambiato per fungo: amputazione non lo salva e muore

CAMPOBASSO – I medici pensavano fosse un fungo e come tale l’hanno trattato. Ma purtroppo si trattava di un cancro al pene. E quando hanno proceduto all’amputazione era troppo tardi: le metastasi si erano sviluppate e diffuse e il paziente è morto. E’ la storia che arriva Campobasso, la vittima aveva 64 anni. Scrive Il Mattino:

È il contenuto di una querela presentata dalla figlia della vittima, assistita dall’avvocato Chiara Rinaldi, del Foro di Bologna, alla Procura di Larino, comune in provincia del capoluogo molisano, dove è stato aperto un fascicolo di indagine sulla vicenda e affidato al Pm Luca Venturi. I dolori cominciarono a fine 2011, quando il medico di base prescrisse farmaci, che non ebbero effetto, relativi ad una micosi. Successivamente l’uomo si rivolse ad un urologo che dapprima optò per una terapia antibiotica, ma i sintomi non regredivano.

A febbraio 2012, ci fu il ricovero all’ospedale di Termoli, dove una biopsia evidenziò il carcinoma e lo specialista indicò l’operazione chirurgica di amputazione parziale del pene come l’unica percorribile per aggredire la neoplasia. Il 3 marzo il paziente fu dimesso con l’unica prescrizione di sottoporsi a controlli dopo qualche mese e l’urologo prospettò una prognosi favorevole. Ma a maggio una tac evidenziò tumefazioni nella zona inguinale e a fine estate l’uomo stava di nuovo male. Il 22 ottobre fu nuovamente ricoverato a Termoli, fu fatta una nuova biopsia e i medici consigliarono di rivolgersi ad altro ospedale, visto che il tumore, molto voluminoso, si era radicato attorno all’arteria femorale. I dolori erano fortissimi e fu sottoposto a San Giovanni Rotondo a chemioterapia, ma si trattava solo di trattamenti palliativi: l’uomo morì pochi mesi dopo.

La denuncia, che allega una consulenza medico-legale del dottor Pietro Occhialini, fa riferimento, tra l’altro al ritardo con cui nel periodo febbraio-ottobre 2012 i sanitari dell’ Urologia del ‘S. Timoteò di Termoli giunsero alla diagnosi di una diffusione metastatica. Si ritiene che sul punto ci siano state «inadeguatezze tecnico-comportamentali, tali da configurare elementi di responsabilità professionale», così come ci sarebbero nell’ «eccessiva latenza» (cinque mesi) con cui, dopo la tac di maggio, si è ricorsi ad una nuova biopsia ad ottobre. Un ritardo diagnostico definito «incomprensibile e inammissibile».