Alfano avverte i finiani: “Berlusconi non si dimette”. Fini: “O lo fa o votiamo la sfiducia”

Pubblicato il 9 Dicembre 2010 11:52 | Ultimo aggiornamento: 9 Dicembre 2010 13:46

Silvio Berlusconi

A cinque giorni dal voto di fiducia è ancora muro contro muro tra Pdl e Fli. I finiani vorrebbero che il premier si dimettesse e hanno dato la propria disponibilità ad appoggiare un Berlusconi bis, ma la maggioranza non ci sta. A ribadirlo è il ministro della Giustizia Angelino Alfano che lancia un messaggio chiaro: Berlusconi non si dimette. Intanto Gianfranco Fini riunisce i vertici di Fli e dalla riunione esce un altro messaggio altrettanto chiaro: o Berlusconi si dimette “al buio” (ovvero prima del voto del Parlamento, ndr) e prima del 14 dicembre oppure saremo compatti nel votare la sfiducia.

”L’ipotesi di dimissioni di Berlusconi – dice Alfano – non è tra quelle contemplate ne’ immaginate e conseguentemente l’ipotesi di un Berlusconi bis non esiste. L’ipotesi delle dimissioni di Berlusconi non è tra quelle contemplate, nè immaginate e conseguentemente l’ipotesi di un Berlusconi bis non esiste, anzi siamo convinti che da qui al 14 i famosi 317 si assottiglieranno per una ragione politica: perché 317 è una addizione tra Casini, Bersani, Fini, Di Pietro, gli addendi sono incompatibili e la somma non regge”. Dunque ”Berlusconi non si dimette e abbiamo ragioni di ottimismo per dire che il 14 ci sara’ la fiducia anche alla Camera”. Il premier non lascia, aggiunge, perché ”è stato votato da 13 milioni e 600 mila cittadini e tra questi molti che non hanno proposto la mozione di sfiducia”. ”Sarà interessante vedere come finisce il 14 – conclude – e noi siamo convinti che andra’ bene per il governo”.

Gianfranco Fini ha intanto convocato da questa mattina i vertici del partito e i coordinatori regionali per fare il punto in vista del 14 dicembre. Nel corso dell’incontro, al quale hanno partecipato tutti gli esponenti di punta di Fli, da Italo Bocchino a Carmelo Briguglio, a Fabio Granata, Adolfo Urso, Benedetto Della Vedova, Vincenzo Consolo, Di Biagio, Viespoli, Moffa, Raisi e Barbareschi, il presidente della Camera Gianfranco Fini ha ribadito la linea dura in previsione del voto di sfiducia. Fini ha confermato la richiesta di ”dimissioni del premier Silvio Berlusconi” per poi ”aprire un ragionamento sul da farsi”.

“Non è cambiato nulla. Si va alla sfiducia e chi in queste ore si fa prendere dai dubbi è solo un pazzo irresponsabile” afferma l’attore e deputato finiano Luca Barbareschi lasciando la sede di Farefuturodopo il vertice con Gianfranco Fini dello stato maggiore di Futuro e Libertà. “Siamo tutti coesi – aggiunge comunque Barbareschi – Se esiste un calcio mercato? C’è ed è una cosa vergognosa. Berlusconi manca di serietà, pensa di avere a che fare con un gruppo di persone in vendita e invece di riflettere e fermarsi va avanti con la logica ‘muoia Sansone con tutti i filistei'”.

“Siamo assolutamente compatti. Seguiamo Fini ma non è che non ragioniamo”, sotttolinea il finiano Giuseppe Consolo. “Nel nostro movimento c’è chi la pensa più in un modo o più in un altro, ma poi saremo compatti”, aggiunge. “Dal punto di vista politico Moffa ha ragione – precisa sul fatto che secondo che le dimissioni del premier non siano indispensabili – perchè non sono indispensabili se viene offerto un patto di legislatura che rimetta in moto il Paese. Sono d’accordo con Moffa: e come me, lo sono in molti”.

“È più saggio – prosegue – evitare le elezioni perchè non servono, anche se Fli potrebbe farle anche domani. Tutti dovrebbero fare un passo indietro. Le dimissioni di Berlusconi sarebbero la strada maestra, ma anche un patto di legislatura purché articolato”.

”Non mi pare che ci siano trattative avanzate in corso – dice Bocchino – E comunque nelle prossime ore potremo dire qualcosa di piu”’: lo dice Italo Bocchino lasciando il vertice di Fli, confermando che ”o Berlusconi apre una nuova stagione politica dando le dimissioni e aprendo una nuova fase con un programma socio-economico e la legge elettorale o non si puo’ che votare la sfiducia”.

”Secondo noi non ha la maggioranza – afferma il capogruppo Fli alla Camera – e se comunque la dovesse avere con qualche acquisizione dell’ultima ora, non sarebbe una soluzione politica. Ma comunque noi non ci occupiamo di calciomercato. Siamo fuori dalla stagione degli acquisti e delle vendite”.ù

La convinzione dei finiani “Berlusconi vuole le elezioni”. Silvio Berlusconi vuole andare al voto ed è stato il suo entourage a far filtrare la notizia della trattativa in extremis imbastita da Italo Bocchino (chiedere al premier di dimettersi con la proposta di un reincarico entro 72 ore) per bruciarla e dividere Fini da Casini, che del contatto era all’oscuro. Di questo si sono convinti i finiani e l’argomento e’ servito a compattarli, nella riunione di tre ore di questa mattina con Gianfranco Fini, sulla linea sintetizzata poi nella nota ufficiale: ”Se Berlusconi non prendera’ atto della necessita’ di aprire, attraverso le sue dimissioni, una nuova fase politica, Fli votera’ la sfiducia”. Di fatto l’ultimo episodio – sintetizza uno dei presenti – e’ stato visto da Fli come ”l’ennesima prova di irresponsabilita’ da parte del premier, che ha dimostrato chiaramente di puntare al voto”.

Ai finiani non e’ piaciuto il tentativo di spaccare l’asse Fli-Udc. ”La nostra ricerca di un’intesa – spiega ancora uno dei presenti alla riunione – presupponeva comunque un’intesa con Casini e il passaggio formale dalle dimissioni”. Berlusconi ha definitivamente respinto l’ipotesi di dimettersi e ottenere magari lui un reincarico – hanno ragionato questa mattina con Fini gli esponenti di Fli – e allora, dopo la sfiducia alla Camera della quale i finiani si dicono certi, non potra’ che esserci una crisi al buio.

La bozza di intesa targata Gianni Letta. Cresce quindi la tensione all’interno della maggioranza. A tramare “nell’ombra” è Gianni Letta che sta mettendo su una vera e propria “bozza” di accordo tra ex alleati. Dentro ci sono molti punti già fissati: da un accordo sulla politica economica, all’approvazione del federalismo fiscale, alla riforma del sistema elettorale. A quest’ultima sta lavorando Claudio Scajola: una riforma che, come scrive Verderami, prevede la soglia al 45% per ottenere il premio di maggioranza alla Camera; l’introduzione del premio calcolato su base nazionale al Senato; il ritorno della preferenza. Quello che manca all’accordo tra Pdl e Fli, però, e che è chiaro anche in queste ore, sono le reciproche “garanzie” e, soprattutto, un’intesa sull’iter della sfiducia.

Per quanto riguarda le “garanzie reciproche”, la questione è questa: Berlusconi, e quindi Letta, vorrebbero che i finiani firmassero una specie di accordo siglato tra “ex” che metta nero su bianco la lealtà dei finiani a un nuovo governo targato Berlusconi e garantisca il percorso della crisi. Ma Gianfranco Fini ancora ieri, come scrive Verderami sul Corriere, è stato chiaro: “La precondizione è che Silvio si dimetta. Per il resto, niente documenti, deve giocare a fidarsi. Altrimenti il 14 si vota. E se non ha i numeri, o riesce ad ottenere le elezioni o si va a un nuovo governo”. E’ questo, infatti, il nodo cruciale. I finiani vorrebbero che il premier presenti in Parlamento il suo programma, ottenga l’apertura dei finiani, e prima del voto di fiducia salga al Colle per dimettersi, in modo che entro 72 ore riceva il reincarico. Su questo punto, però,  non c’è accordo. Ed è proprio qui che si è arenata la bozza di accordo di Letta. Perché Berlusconi ha un altro piano in mente: vuole il voto delle Camere, la prova di lealtà dei finiani, almeno la loro astensione, per poi solo dopo passare da Napolitano e ottenere semmai un rimpasto, non un nuovo esecutivo.

La distanza su questo punto sembra quindi insanabile. Ma Letta continua a essere ottimista. Forse perché sa che Berlusconi vuole evitare a tutti i costi le urne e poi perché entrambi sperano di inserirsi nelle vistose crepe che animano Fli. Quelle, ad esempio, prodotte dalle parole del finiano Moffa, secondo cui “non è indispensabile che Berlusconi si dimetta” per dar vita a “un patto che porti l’Italia fuori dalla crisi”. Il premier, infatti, non cede alle pressioni per dimettersi perché “bisognava tenere la posizione per far esplodere le contraddizioni nel Fli, e far saltare sul nascere il terzo polo”.