Che Presidente sarà Sergio Mattarella? Per Berlusconi e Renzi silenzioso e scomodo

di Sergio Carli
Pubblicato il 30 gennaio 2015 12:24 | Ultimo aggiornamento: 30 gennaio 2015 12:24
Che Presidente sarà Sergio Mattarella? Per Berlusconi e Renzi silenzioso e scomodo

Sergio Mattarella quando era ministro della Difesa. Da Presidente della Repubblica come sarà? Per Berlusconi e Renzi silenzioso e scomodo

ROMA – Sergio Mattarella, se diventerà Presidente della Repubblica, sarà un presidente silenzioso ma non comodo per Matteo Renzi. Non sono molti, nella storia d’Italia, i politici che hanno lasciato la carica di ministro per propria scelta e motivazione politica.

Lo fece Sergio Mattarella, nel 1990. Era ministro della Pubblica Istruzione, Andreotti, che era Presidente del Consiglio, aveva aderito alla legge Mammì sulla televisione e per farla passare aveva imposto la fiducia. All’epoca, ricorda Amedeo La Mattina sulla Stampa, la legge Mammì era considerata dalla sinistra e dalla sinistra Dc in particolare come il cadeau di Bettino Craxi alle reti tv di Berlusconi. Berlusconi non la pensava alla stessa maniera e infatti le successive leggi in materia di tv costituirono continui recuperi di Berlusconi. Ma allora si pensava il contrario e

“Mattarella fu il più convinto sostenitore della rottura” dimettendosi da ministro insieme con “altri quattro ministri della sinistra Dc”.

Con lui, per la cronaca, si dimisero Martinazzoli, Fracanzani, Misasi e Mannino. 

L’episodio è ricordato con varie sfumature nei ritratti scritti che i giornali di venerdì 30 gennaio dedicano a Sergio Mattarella. Ma il suo valore politico è emblematico e fa intravvedere, nel futuro, un ruolo non di tappetino del candidato Presidente. Meno che mai disponibile verso Berlusconi. Mattarella ha parlato al telefono con Berlusconi, intermediario Gianni Letta, a quanto riferisce su Repubblica Tommaso Ciriaco. Si può immaginare la telefonata: freddo, compassato Mattarella, falsamente cordiale, a denti stretti, come un venditore brianzolo che ha perso l’affare” Berlusconi.

Si è letto che Sergio Mattarella non è la scelta ideale di Matteo Renzi. Vien quasi da pensare che Renzi lo abbia evocato come un fantasma degli incubi di Berlusconi, salvo forse restarci intrappolato anche lui. Per questo da venerdì mattina a sabato o domenica quando il Presidente della Repubblica sarà davvero eletto sono d’obbligo il se e il condizionale.

Dicono che quando Renzi ha indicato a Berlusconi il nome di Mattarella ha trovato una feroce opposizione. Sono passati 25 anni ma ancora il pensiero di un uomo libero, non accomodabile, coerente con le proprie convinzioni dà l’orticaria a Berlusconi. Quando era in grado di farlo, ai tempi di Pierluigi Bersani segretario del pd, Berlusconi escluse il nome di Mattarella dalla terna dei candidati Pd. Berlusconi si vendicò di Mattarella anche nell’agosto del 2010, quando Mattarella era stato indicato come presidente del Csm, il Consiglio superiore della Magistratura e Berlusconi disse anche quella volta no.

Un uomo così non può certo essere gradito a Berlusconi che non può aspettarsi da Mattarella le aperture che Giorgio Napolitano gli concesse. Ma anche Renzi potrebbe sognare qualcosa di meglio, dal punto di vista dello zerbino. Tutto fa pensare che Sergio Mattarella, se lo sarà, sarà un presidente realista come un politico non può non essere, ma non uno zerbino. Amedeo La Mattina lo descrive come

“una persona tutta d’un pezzo. Cattolico, riservato, prudente, capace però di battute taglienti ma pronunciate sempre con garbo e sottovoce. Quando prende una decisione è difficile fargli cambiare idea”.

Nato a Palermo nel 1941, Sergio Mattarella, aggiunge sul Corriere della Sera Fabrizio Roncone

“è un uomo mite fino a quasi ad apparire fragile: ma non bisogna farsi imbrogliare dalla timidezza”.

Alla Camera lo additano con queste parole:

“Guardate che quello, dentro, ha il fil di ferro”. 

Però all’esterno l’immagine è di compostezza e pacatezza. Fabrizio Roncone:

“Tutte le biografie concordano: coltiva le virtù della pacatezza e dell’equilibrio, della prudenza (l’altra sera ha preferito non partecipare alla festa di congedo del suo amico Francesco Maria Greco, il nostro ambasciatore presso la Santa Sede) e del dialogo. È, forse, l’ultimo moroteo”.

Per una coincidenza con risvolto di dolore, informa ancora Fabrizio Roncone,

“Sergio Mattarella già abita sul Colle del Quirinale. Nella foresteria che è a disposizione dei giudici della Corte costituzionale. Osservando il palazzo dove andrà a risiedere il nuovo Capo dello Stato, la foresteria è sulla destra. Se davvero l’incarico toccherà a Mattarella, egli non dovrà che attraversare la strada. Meno di cento passi. Poi, lo accoglieranno i corazzieri sull’attenti. 
Il suo appartamento è spartano. Pieno di libri e faldoni, e molto caldo: un caldo simile a quello di un centro benessere, poiché Mattarella è assai freddoloso. Ha deciso di trasferirsi lì un anno fa, dopo la scomparsa della moglie Marisa (la coppia, prima, viveva in affitto)”.

La notizia della candidatura ha un po’ scombussolato quella routine, scrive Tommaso Ciriaco su Repubblica:

“Attraversa il cortile della foresteria del palazzo della Consulta [dove ha sede la Corte costituzionale] poco dopo le dieci. Ad attenderlo c’è un autista. Sergio Mattarella monta su un attimo prima di essere catturato da una telecamera. Da tre anni il giudice costituzionale percorre a piedi i centocinquanta metri che lo separano dalla Consulta e non gli capita spesso di cambiare abitudini. In questa giornata, però, è impossibile non stravolgere il programma [per] tenere lontani flash e cronisti.
La candidatura al Quirinale mette sottosopra la vita di un giudice riservato. «Sono tranquillissimo – assicura a chi lo contatta nelle ore più intense della sua carriera – E ho l’anima in pace perché non ho fatto nulla per arrivare fino a questo punto ».
Il pranzo assomiglia a una missione impossibile. Il cellulare non smette di squillare. Centinaia di sms, decine di chiamate. Fra i primi c’è proprio Renzi. Lo squillo politicamente più importante è però quello di Gianni Letta. Arriva da Palazzo Grazioli e permette al candidato di scambiare qualche parola con Silvio Berlusconi. Telefonano Angelino Alfano, Massimo D’Alema, Dario Franceschini, Pierluigi Bersani e un’affettuosissima Rosy Bindi. Con tutti Mattarella mostra cautela, come sempre. E a tutti affida soprattutto un pensiero: «Se andrà bene, sarà un onore. E il mio impegno sarà massimo».
La vita di Mattarella è racchiusa in un fazzoletto di sampietrini e palazzi alle spalle di piazza del Quirinale. In questi cinquanta metri quadrati il giudice fa ritorno ogni sera, intorno alle 21. Da quando il suo nome è entrato prepotentemente nella lista dei papabili per il Colle, ha scelto un profilo ancora più basso, se possibile. Niente più cena al Santa Cristina, il ristorante che confina con la foresteria. E addio anche al Caffè del Quirinale, dove pranzava con una pizzetta prosciutto e formaggio, occhio di bue o pasticcini, yogurt e Pocket Coffee. Sobriamente”.
Un viveur, osserva su Repubblica Sebastiano Messina, Sergio Mattarella
“non lo è mai stato. A cena, da sempre, va con gli amici di una vita. Come il magistrato Pietro Sirena, presidente della IV sezione penale della Cassazione. Come il ginecologo Michele Ermini, suo compagno di scuola al San Leone Magno. O come l’ex presidente del Monte dei Paschi (ed ex ministro del Tesoro) Piero Barucci, che conobbe quando suo fratello Piersanti frequentava la Svimez di Pasquale Saraceno.
Qualche volta accetta gli inviti di Giuliano Amato o di Sabino Cassese, suoi colleghi alla Corte Costituzionale. Altre volte – più raramente – va a pranzo con i vecchi compagni di partito che vengono a trovarlo, a cominciare da Pierluigi Castagnetti (al quale viene attribuita la paternità dell’idea di candidarlo al Colle), ma anche Rosy Bindi (che lo ha sempre trattato come un fratello maggiore) e Rosa Russo Jervolino (collega di governo ai tempi di Goria e compagna di battaglie nel Ppi buttiglioniano).
Non ci sono più, da tempo, i vecchi amici di una volta, come Benigno Zaccagnini che gli diede il primo posto in lista, Leopoldo Elia con cui passava intere serate a discutere di diritto costituzionale, Pietro Scoppola che condivideva con lui la passione per la storia del popolarismo sturziano, o il cardinale Achille Silvestrini con cui discettava di diritto canonico”.
Dopo un elenco di nomi e relazioni in Sicilia, Sebastiano Messina produce un nostalgico flash back. Sergio Mattarella, scrive, ama discutere di politica con
“il catanese Giovanni Burtone, deputato del Pd e allievo di Rino Nicolosi, uno dei tre democristiani che nella primavera del 1980 lo convinsero a fare politica raccogliendo l’eredità del fratello appena assassinato dalla mafia. Poi, tre anni dopo, De Mita gli affidò le redini del partito a Palermo, sconvolgendo tutti gli equilibri delle correnti.
La politica è stata sempre importante in casa Mattarella. Suo padre Bernardo, che si vantava di essere stato il primo a entrare in contatto con don Luigi Sturzo, esule in America, dopo lo sbarco degli Alleati, ospitava nella sua casa i big della Dc. «Papà, chi è quel signore che cammina con il rosario in mano come un prete, ma non ha il saio?» domandò una volta la figlia maggiore, Marinella. «E’ un mio amico, si chiama Giorgio La Pira» rispose il padre.
A Roma, i fratelli Piersanti e Sergio – che avrebbero sposato due sorelle, Irma e Marisa Chiazzese – giocavano con i figli di De Gasperi e con quelli di Moro, e qualche volta il padre invitava a cena un monsignore che avrebbe fatto strada: Giovanni Battista Montini, il futuro Papa Paolo VI. Ma la famiglia, per Mattarella, forse viene prima della politica. Ha fatto da padre ai figli di Piersanti (Bernardo e Maria) e trova sempre il tempo per giocare con i sei nipotini che gli hanno dato i suoi tre figli (Laura, Bernardo Giorgio e Francesco). È per loro che torna sempre a Palermo, tutti i fine settimana, anche se appena arriva va da Franco Alfonso, il mitico barbiere di via Catania: la sua chioma bianca, Mattarella se la fa tagliare solo da lui”.