Matteo Renzi: “Mi dimetto, ma congresso dopo insediamento del nuovo governo”

di redazione Blitz
Pubblicato il 5 marzo 2018 18:36 | Ultimo aggiornamento: 6 marzo 2018 10:32
Matteo Renzi: "Mi dimetto, ma congresso dopo insediamento del nuovo governo"

Matteo Renzi: “Mi dimetto, ma congresso dopo insediamento del nuovo governo”

ROMA – “Dopo questo risultato è ovvio che io mi dimetta”. Così il segretario del Pd Matteo Renzi conferma le voci che si sono rincorse per tutta la giornata. Lascerà la guida del partito dopo la deblacle dei democratici alle urne. Ma allunga i tempi: aspetterà l’insediamento del nuovo governo prima di aprire il congresso.

“E’ ovvio che io lasci la guida del Pd – ha detto in conferenza stampa dopo oltre un’ora di ritardo – Ho chiesto ad Orfini di convocare assemblea Pd per aprire la fase congressuale: questo però accadrà dopo l’insediamento del governo”. Fino ad allora Renzi resterà in carica, quindi sarà lui a guidare la delegazione del Pd per le consultazioni prima della nascita del nuovo esecutivo.

Renzi riconosce la “sconfitta che ci impone di aprire una pagina nuova all’interno del Pd”. Si dice “orgoglioso del lavoro di questi anni. E’ un lavoro strepitoso quello che abbiamo fatto, ma è una sconfitta altrettanto chiara ed evidente”. Fa una rivendicazione identitaria: “Saremo all’opposizione, il Pd non sarà mai il partito-stampella di un governo di forze anti-sistema”. Perché “con Di Maio e Salvini ci dividono tre elementi chiavi: il loro anti-europeismo, la loro anti-politica e l’odio verbale che hanno avuto contro i militanti democratici”.

Poi Renzi non può fare a meno di puntare il dito contro l’ingovernabilità: “Oggi in Italia chi ha vinto le elezioni non ha i numeri per governare e chi è intellettualmente onesto dovrebbe riconoscere che questo problema nasce dal referendum di un anno fa. Coloro i quali che si sono opposti a quella riforma, oggi sono vittime di quel rifiuto per non aver permesso di semplificare il sistema”.

La più grande bugia di questa campagna è stata: “Non faremo accordi”. E infine si sofferma pure su quello che definisce uno “stridente contrasto”, il risultato del collegio di Pesaro: “Minniti ha saputo cambiare la percezione e anche la sostanza della soluzione di uno dei problemi simbolo di questi anni, l’immigrazione. Eppure il candidato M5s, che per definizione degli stessi grillini era impresentabile, Cecconi, è riuscito ad avere la meglio contro ogni valutazione di merito”.

La decisione di Renzi spacca il partito. Scontenti anche parte dei suoi.

Sul ‘come’ lasciare la segreteria Pd  si consuma uno strappo che ridisegna gli equilibri nel partito. Renzi annuncia infatti che gestirà la fase di insediamento delle Camere e formazione del governo, per evitare ogni possibile accordo con il M5s. Ma i “big” di maggioranza e minoranza insorgono e prendono le distanze dal leader. Luigi Zanda firma una nota durissima, il cui contenuto sarebbe condiviso da Dario Franceschini, in cui accusa Renzi di “manovre” per “prendere tempo”.

“Le dimissioni si danno, non si annunciano”, attacca Anna Finocchiaro. E in ambienti Dem trapela il disappunto anche di renziani di rango come Graziano Delrio e Maurizio Martina, che va in pressing per un percorso chiaro e collegiale, senza rotture. Il premier Paolo Gentiloni, che ha vinto superando di gran lunga le medie del Pd nel suo collegio di Roma, trascorre la giornata al lavoro a Palazzo Chigi e non commenta le parole del segretario.

Ma il pensiero di Zanda, con cui il legame si è stretto ancor più negli ultimi mesi, sarebbe da lui condiviso. “Le dimissioni sono verissime”, della gestione della prossima fase si parlerà “lunedì in direzione”, interviene dal Nazareno Lorenzo Guerini. Ma non basta a calmare le acque: la resa dei conti, rinviata dopo i dissidi sulle liste, è in pieno corso. Per tutta la giornata, raccontano fonti non renziane, vanno avanti i contatti con il segretario.

La richiesta dei “big” della maggioranza è lasciare al vicesegretario Maurizio Martina, come a suo tempo fecero Veltroni e Bersani, la guida del partito fino al congresso. Renzi ipotizza una reggenza di transizione – ma i renziani negano sia così – per Matteo Orfini. Il punto è chi gestirà la fase che si apre da subito, per l’elezione dei presidenti delle Camere, la guida dei gruppi, la formazione del governo. Serve una gestione “collegiale”, dicono i “big” a Renzi. Ma lui intende avere voce in capitolo: formalizzerà le dimissioni in assemblea solo dopo la nascita di un governo. “Niente reggenze o caminetti – dichiara – serve un congresso con un confronto vero e un segretario eletto con le primarie“.

Il momento dell’annuncio delle dimissioni (video Agenzia Vista di Alexander Jakhnagiev) ed alcuni momenti salienti della sua conferenza stampa: