Esodati, una proposta: pensioni subito (più magre), danno ripartito nel tempo

di Warsamè Dini Casali
Pubblicato il 2 Novembre 2012 11:45 | Ultimo aggiornamento: 2 Novembre 2012 12:13
Esodati, la proposta: il danno concentrato nella zona limbo dei senza stipendio e senza pensione sia ripartito invece nel tempo

ROMA – Esodati, una proposta e una provocazione. La provocazione, come premessa: quello degli esodati non è un problema o perlomeno, se lo è, è facilmente risolvibile, a meno che la matematica e le scienze attuariali non siano diventate un’opinione. La proposta: stabilito che gli esodati non sono più danneggiati degli altri ma che lo sono nel cruciale spazio temporale tra l’uscita dal lavoro e l’attesa della pensione, la soluzione non sta nell’eliminazione del danno ma in una sua più corretta ripartizione nel corso della pensione.

La provocazione/proposta è stata lanciata dall’economista Alberto Bisin e pubblicata sul sito NoisefromAmerika. Un semplice calcolo algebrico consentirebbe il superamento dell’impasse, è convinto Bisin che, a questo punto, si interroga maliziosamente sul perché nessuno ci abbia pensato al Governo, all’Inps ecc… Più utile, ci sembra, soffermarci sull’esempio portato da Bisin, un confronto tra due lavoratori, uno, A, che va in pensione più tardi per effetto della riforma e uno, B, che invece la riforma lo ha trasformato in esodato.

Il problema: A andrà in pensione al tempo T con 100 monete l’anno fino a quando muore, B è uscito dal lavoro  al tempo T-1 confidando che sarebbe andato in pensione al tempo T con 100 monete l’anno fino alla morte. E’ intervenuto il Governo: chi aveva diritto alla pensione al tempo T potrà beneficiarne invece al tempo T+1 sempre con 100 monete all’anno fino a fine pensione. Con la riforma, A lavora un anno in più e mantiene le 100 monete annuali e percepirà la pensione per un anno in meno: non avrà problemi di sussistenza. B, andrà in pensione al tempo T+1 con 100 monete annue per tutta la pensione: se non ha risparmiato, non ha altre fonti di reddito o non troverà un altro lavoro, potrebbe avere problemi di sussistenza nell’intervallo tra T e T+1. Come ovviare a questo reale problema? Concedendogli tutte le 100 monete annuali o solo una parte? Non è chiaro, fra l’altro, quanti tra gli esodati potrebbero lavorare un anno in più, come del resto fa A, che potrebbe ricevere un sussidio per un anno anche lui invece di lavorare.

La soluzione di Bastasin è questa: “A lavora e va in pensione al tempo T+1 con 100 monete l’anno; B va in pensione al tempo T ma a 100-x monete finché campa; x è determinato attuarialmente in modo da rappresentare il costo di un anno in più di pensione (viene preso in esame un tasso attuariale del 2%, più alto è il tasso minore è x)”. A livello di metodo empirico, svolgimento e soluzione del problema sembrano ineccepibili per raggiungere l’auspicata equità fra i trattamenti e l’esigenza di non mettere sul lastrico nessuno.

L’obiezione più forte, e che motiva certe “dimenticanze” del Governo, è come al solito fondata sulle risorse disponibili, in pratica un problema di conti pubblici immediato. Alla alla soluzione Bastasin risponde su NoisefromAmerika, un lettore (nickname Amadeus) che chiarisce il punto: “La questione non è di natura solamente attuariale bensì è un problema di ‘cassa’ [ …] L’aspetto attuariale (il totale dei debiti previdenziali non cambia) è rilevante per lo Stato Patrimoniale ma non lo è ai fini del bilancio annuale per cassa che redige lo Stato (che invece non redige lo Stato Patrimoniale). Mi spiego meglio: il risultato della riforma Fornero, ovvero il risparmio per il bilancio pubblico, è stato raggiunto in gran parte procrastinando le uscite, attraverso il rinvio dei pensionamenti, senza modificare gli impegni futuri – attualizzati – di bilancio”. Non dimentica nemmeno, Amadeus, che una soluzione abbastanza congeniale all’impostazione Bastasin fu avanzata nella “proposta Damiano”, del Partito Democratico. La discussione è aperta.