Il gioco delle tre riforme, la destra bluffa, la sinistra passa

di Mino Fuccillo
Pubblicato il 7 Gennaio 2010 16:31 | Ultimo aggiornamento: 21 Ottobre 2010 15:33

Massimo D'Alema

Il gioco delle tre riforme, la destra bluffa, la sinistra passa. Ogni volta che sente la parola “riforma” la sinistra si sente obbligata ad alzarsi in piedi compunta, come accadeva agli scolari di una volta all’ingresso dell’insegnante in aula. Se poi si aggiunge a riforma l’aggettivo “istituzionale”, la sinistra fa come Wanda nel film dell’omonimo pesce: si eccita come la protagonista quando sentiva un uomo parlare una lingua straniera, spagnolo o russo che fosse…

La destra di oggi, la destra che c’è, la destra di Berlusconi vuole una riforma dello Stato davvero “grande”, anzi enorme. Vuole sia stabilito in Costituzione che c’è un potere “principe”, quello del governo, e poteri ancillari: tutti gli altri. La riforma della destra stabilisce che c’è una sola fonte di sovranità, quella che deriva dal voto elettorale e che questa sovranità, per essere piena e vera, ha bisogno di collaboratori istituzionali e non di controllori istituzionali. Chiaro ed esplicito, la destra non ne fa mistero, anzi lo proclama. Non è dittatura ma non è certo neanche democrazia liberale e parlamentare, è un’altra cosa, diversa dai regimi delle democrazie occidentali.

La sinistra sta e resta invece al comandamento primo della democrazia occidentale, della democrazia parlamentare e delegata: nessun potere che non abbia nella Costituzione e in altri poteri i suoi argini e controllori. Non è il sistema perfetto ma è il più usato e custodito nel mondo occidentale. L’uno è un cerchio, l’altro è un quadrato: non possono essere ridotti l’uno all’altro. O c’è una “forma”, oppure c’è l’altra “forma” dello Stato. Quel che non c’è e non ci può essere è una “riforma” che assembli pezzi di Costituzione l’uno in contraddizione con l’altro.

E allora di che parlano? Dicono che possono parlare del “resto”. E il resto sarebbe la riduzione del numero dei parlamentari, la fine del Senato doppione legislativo della Camera e viceversa, la legge elettorale, il federalismo fiscale. Meno parlamentari e Senato e Camera che fanno mestieri diversi sarebbero buona ma piccola cosa. Sono decenni che ne parlano senza far nulla. Non solo pigrizia o resistenza, anche consapevolezza che di piccola cosa si tratta.

Legge elettorale e federalismo fiscale sono invece “tanta roba”. Ma per fare una riforma ci vogliono i riformatori. Scarseggiano. Abbondano invece gli “ottimizzatori”. Una riforma è qualcosa in cui le “parti” rinunciano a parte dell’interesse di parte (non è un gioco di parole) avendo individuato una “forma” più utile non alle “parti” ma allo Stato che è tutt’altro che la somma delle parti. Ad esempio una legge elettorale che mescoli governabilità e rappresentatività. Da tempo in Italia le leggi e riforme elettorali si fanno secondo altra logica: la “parte” in quel momento più forte si fa la legge elettorale che le conviene. In questo la destra è campione. Anche la sinistra prova a fare leggi elettorali di parte, poiché però la sinistra è fatta di tante “parti”, le sue leggi elettorali sono di “convenienza plurale”. Sempre però di convenienza.

E il federalismo fiscale è una grande riforma alla sola condizione che la regola del far da sé in materia di entrate e spese sia accompagnata dalla rinuncia ad essere finanziati dallo Stato centrale indipendentemente dalla quantità di spesa. Altrimenti si diventa “autonomi” nel gestire i propri soldi e “solidali” con i soldi altrui, cioè pubblici, cioè di nessuno.

L’Italia che considera deficit, debito e spesa pubblica una variabile indipendente, un diritto acquisito, un’integrazione al reddito, un diritto storico e naturale, se somma a questo il federalismo fiscale è un’Italia che raddoppia e triplica la spesa. La destra, quella leghista in primo luogo, non lo dice neanche sotto tortura che federalismo è insieme prendere e lasciare. La sinistra che una riforma possa modificare il flusso della spesa pubblica non osa neanche pensarlo.

La destra quindi bluffa e si vede pure. Parla di riforme istituzionali ma vuole altra e diversa Costituzione. Parla di poteri del premier ma vuole il premier come “un solo potere al comando”. Parla di federalismo fiscale, ne illustra i vantaggi, ne occulta i costi. E la sinistra non va a “vedere” il bluff.

Talvolta urla che il gioco è truccato (con Di Pietro se Di Pietro può dirsi sinistra) con i suoi giornali, movimenti e blog e popoli… Ma il gioco delle tre riforme non è truccato, è che la sinistra ha in mano carte da tre soldi. Pensa con i suoi dirigenti e la sua gente che esista, per forza debba esistere nel mondo del possibile una riforma che fa funzionare. Pensa che il mondo funzionerebbe se solo si trova la “forma” giusta.

Non ha più il coraggio civile di leggere il “legno storto” che nessuna riforma può mai raddrizzare. La riforma istituzionale è la corazzata Potemkin della sinistra, più o meno una “boiata pazzesca” a volerla fabbbricare e usare come sostituto, anzi levatrice della riforma della società.

Riforma della società che non fanno i Parlamenti ma la storia e più modestamente la politica. Ma, quando fa politica, la sinistra gioca al “Gioco dei tre voti”. Un clic sulla formula e vedremo come la sinistra ci gioca.