Lega e ‘Ndrangheta. “Quella volta che rubammo le ceneri di Versace…”: un racconto pubblicato su Metastasi

Pubblicato il 2 Dicembre 2010 20:27 | Ultimo aggiornamento: 2 Dicembre 2010 20:30

I “tentacoli” della ‘Ndrangheta sono arrivati fino alla Lombardia. Esponenti della Lega Nord intrattengono rapporti con i boss delle ‘ndrine. Ma anche il furto delle ceneri di Gianni Versace. Nel libro Metastasi, scritto dai due giornalisti di Libero Gianluigi Nuzzi e Claudio Antonelli, sono raccolti i racconti di Giuseppe Di Bella, pentito che ha parlato dei legami tra il Carroccio e la malavita. Il magazine del Corriere della Sera, Sette, ha pubblicato delle anticipazioni del libro in un articolo firmato da Cesare Fiumi.

Ecco l’estratto relativo alla vicenda di Versace.

Dopo la morte di Versace a Miami | Beach, nell’estate del 1997 – racconta Di Bella – la ‘ndranghe­ta, con un anticipo di 150 milioni di lire, ci aveva ordinato di rubare l’urna con le ceneri dello stilista, solo che la tomba era protetta da catene, telecamere, allarmi e guardie giurate. Siamo andati al camposanto con due macchine la notte di San Silvestro del ’97. Eravamo cinque, tutti uomini di fiducia di Franco Coco Trovato. Con me c’era Agostino Rusconi, uno che non si ferma di fronte a niente e nessuno; se c’è da ammazzare, Agostino ammazza senza pro­blemi. Nell’altra macchina c’era Tonino Lo Cocco, compare di Corsico [nell’hinterland di Milano, nda], e due fratelli che non avevo mai visto. Nel baule Lo Cocco portava mazze e martelli. «Il cielo era nero, nuvoloso. E Agostino face­va casino con gli anfibi sulla ghiaia bianca. Gli dicevo di fare piano, che ci sentivano, ma lui niente, mi mandava a quel paese. Era la prima volta che ci trovavamo assieme in una situazione cosi. Chi aveva mai messo piede in un cimi­tero? Nemmeno ai funerali dei ragazzi nostri andavamo, per evitare le macchine fo­tografiche di quelli dell’Anti­mafia.

Un lavoro cosi non mi era mi capitato. «Cosi quella notte gli dissi di stare calmo. Misurammo i muri. Era un lavoro rumo­roso, pericoloso. Control­lammo ancora se c’erano altre strade per entrare, ma non ce n’erano. Bisogna­va per forza tirare fuori le bare, passare di là». «Nel cimitero ci muoviamo lenti. Sono ossessionato dalle telecamere, dagli allarmi. Perché se ci riconoscono, se la polizia riesce a individuare uno di noi, è finita, scoppia il finimondo. All’improvviso piomba una guardia giurata. Non so se sta facendo il giro di controllo per la storia di Versace; sta di fatto che passa e ripassa davanti alla tomba che ci interessa. Per poco non ci scopre. Cosi ci nascondiamo in un piccolo corridoio tra il muro esterno del cimitero e quello di un’altra tomba. La guardia con la pila fa il giro e se ne va. Ci è andata bene, un colpo di fortuna, ma dobbiamo tornare. Dobbiamo stu­diare meglio gli orari dei controlli. Oppure pedi­nare la guardia giurata durante il lasciamo perdere e ce ne andiamo tutti a casa mia, dove abbiamo lasciato le mogli, per festeggiare Capodanno. Arriviamo alle tre, mia moglie porta le bottiglie di spumante e brindiamo. «L’incarico lo avevo ricevuto poche settima­ne prima da Alfa [nome in codice di soggetto che potrebbe essere sottoposto a nuove indagini, nda], uno che ha un figlio nella moda e lavora per Franco. Ufficialmente fa il procacciatore di affari, compra alimentari, vino; in realtà fa l’usuraio di fiducia della “famiglia”. «Vive tra Caslino d’Erba e Canzo in una villa della madonna. E uno dritto. Ha le cono­scenze, sa scegliere gli uomini. Ci conoscia­mo da vent’anni. Non l’ho mai indicato alla magistratura per paura: vive libero, è poten­te, ha influenze tra Milano, Lecco e Como. Ho fatto diversi lavoretti per lui, mille volte sono andato a recu­perare i soldi che prestava in giro e non gli tornavano indietro. Una sera mi convoca, vado a trovarlo e mi dice: “Vuoi guadagnare qualche soldo?”. “Su cosa?” gli chiedo. “C’è da fare un lavoro particolare, cioè andare a prendere le ceneri di Versa­ce”. “E cosa ne devi fare?”.

Se me l’avesse chiesto Coco Trovato avrei obbedito senza fare doman­de, ma con Alfa non era la stessa cosa. E poi, ripeto, cose di cimiteri, tombe e messe nere mi fanno venire i brividi. «Non è che vado volentieri in un camposanto a scoper­chiare i morti. Ma mi propose una cifra astronomica, un miliardo di lire. Mi misi subito a pensare ai miei soliti soci, ad altra gente che poteva aiutarmi, ma la situazione non era chiara. “Perché vuoi queste ceneri?” gli doman­dai. “Ascolta, parliamo chiaro perché sai che se dopo vengo a conoscenza di cose che non sono giuste, io vengo da te”. Siccome avevamo già avuto discussioni, e una volta gli avevo pure quasi messo le mani addosso, non volevo che mi vendesse qualche balla».