Renzi a Di Maio: governo fattelo da solo. Ma è mezza rivolta nel Pd

di Lucio Fero
Pubblicato il 6 marzo 2018 10:07 | Ultimo aggiornamento: 6 marzo 2018 11:50
Elezioni 2018, Renzi a Di Maio: governo fattelo da solo. Ma è mezza rivolta nel Pd

Renzi a Di Maio: governo fattelo da solo. Ma è mezza rivolta nel Pd (foto Ansa)

ROMA – Renzi a Di Maio: il governo fattelo da solo. No, un secco e invalicabile no quello di Renzi all’ipotesi di fare con il Pd da sponda e stampella a un governo M5S cui serve alleato e voti in Parlamento per nascere. Un no che nasce e poggia, ricorda Renzi, su evidenti e conclamate diversità culturali e programmatiche tra Pd e M5S. Come infatti ha mostrato non solo la campagna elettorale, la visione dell’Italia e anche del mondo di M5S e Pd sono non solo diverse ma obiettivamente inconciliabili.

Eppure nel Pd sconfitto e ridotto ai minimi termini elettorali c’è chi vuole, vuole qualsiasi cosa, qualsiasi alleanza, intesa pur di restare nell’ambito della governabilità, area di governo, gestione del paese. Nel Pd c’è chi la via tracciata da Renzi dell’opposizione senza se e senza ma non la vuole imboccare. E tra le intese più o meno ad ogni costo nel Pd c’è chi vede come la più praticabile o la meno peggio proprio quella con M5S. Non sono forse andati a M5S mare di voti ex Pd? Non è forse il populismo M5S comunque una cosa di popolo?

A questo si oppone Matteo Renzi. E lo ha fatto con chiarezza, pubblicamente, fermamente. Ma, come spesso gli capita, Renzi ha assunto una condivisibile posizione politica in modalità tali da farla apparire sbagliata. Devono essere andati da Renzi in svariati dei “governisti” Pd. Nelle ore successive al voto, a dirgli: dimettiti, facciamo un reggente, andiamo a trattare con Di Maio.

Renzi ha visto il carattere disperato, la natura auto umiliante della disponibilità Pd a sostenere governo M5S, l’assurdità politica di un partito riformista ed europeo che così facendo direbbe: scusate, ci siamo sbagliati, avevano ragione loro. Ha visto anche la sostanziale immoralità politica di questa alleanza anche se mascherata da responsabilità verso il paese. Ma non ha fatto quel che doveva fare.

Ha detto Renzi che si dimette da segretario del Pd ma, siccome non si fida dei “governisti” ad ogni costo del Pd, resta a vigilare che durante elezione dei presidenti delle Camere e formazione del nuovo governo il Pd non vada a servizio M5S-Di Maio. Quindi si è dimesso e non dimesso. Dimissioni a scoppio ritardato. Dimissioni per la sconfitta-tracollo. Ma dimissioni che scattano solo dopo che si è formato il governo. Renzi ha comunicato che non si fida dei “governisti” Pd pronti a togliere Di Maio dall’imbarazzo-problema di trovare una maggioranza e farselo il governo dopo aver vinto. E che quindi, non fidandosi, si dimette ma anche no.

Questa mossa troppo, davvero troppo astuta, ha scatenato una mezza rivolta nel Pd. Rivolta fatta di genuina critica al dimettersi-non dimettersi. Ma fatta anche di una voglia matta di mettersi in orbita a M5S governante. Quel che Renzi avrebbe potuto e dovuto fare forse era: mi dimetto a partire da questo momento, ma avverto che combatterò nel partito questa voglia matta, gregaria e in fondo liquidatoria di parte del Pd di andare a soccorrere il vincitore.

Il risultato rischia fortemente di essere quello che il risultato elettorale in fondo contiene in se stesso: sotto il 20 per cento e sotto il 20 per cento il Pd sta, il Pd rischia la vaporizzazione. E’ già successo ad altre forze politiche e partiti in Italia ed Europa di praticamente sparire, l’ultimo il partito socialista francese. Ora tra disfatta elettorale, avversione personale a Renzi, clamorosi errori di postura tattica-comportamentale dello steso Renzi, illusione-auto illusione che M5S sia in qualche modo sinistra, subalternità culturale al populismo e voglia matta di starci dentro (maggioranza-governo) e paura panica di stare fuori  (opposizione) il Pd rischia forte appunto di essere non spaccato ma vaporizzato. Da se stesso.