Ritratti: Scajola, dalle profezie di Taviani al Cavaliere talent scout

di Sergio Carli
Pubblicato il 4 Maggio 2010 10:12 | Ultimo aggiornamento: 14 Marzo 2011 3:36
Claudio Scajola

Claudio Scajola

Quando negli anni Settanta si chiedeva all’allora onnipotente ministro democristiano genovese Paolo Emilio Taviani, chi avrebbe fatto carriera in politica nella sua regione, così avara di talenti, il leader rispondeva senza tentennamenti: Scajola.

«Scajola chi?», replicavano i suoi interlocutori, un po’ stupiti perché di Scajola ce ne erano tre, tutti fratelli, imperiesi, tutti impegnati in politica e dintorni, figli di un ex sindaco della città rivierasca, ovviamente democristiano, fedelissimo di Alcide De Gasperi. E il più importante dei fratelli era, allora, il maggiore, Alessandro, anche lui diventato sindaco di Imperia e poi deputato Dc, brillante e con stile un po’ kennediano.

Alessandro Scajola

«Alessandro?», chiedevano allora a Taviani, che aveva fatto una pausa di suspense. «Macché Alessandro, quello più piccolo, il più giovane», replicava il ministro, quasi infastidito, fingendo di avere dimenticato il nome o dissimulando provocatoriamente l’amnesia.

Come era possibile che non si capisse chi era il più sveglio?

Nessuno allora poteva intuire che Claudio Scajola, allora giovanissimo dipendente dell’Inail, terzo maschio della nidiata, un po’ in ombra pubblicamente, anche se appassionato di politica come nessuno, tavianeo di ferro, maniaco già allora delle organizzazioni di partito, fosse una sorta di delfino segreto del grande capo.

Buon studente, discreto campione di corsa campestre, ben inserito nella bianca società imperiese, “Scajolino” appariva, soprattutto, l’eminenza grigia del suo fratello maggiore, chiamato a superiori destini politici.

Paolo Emilio Taviani

Paolo Emilio Taviani

E neppure Taviani, all’apice della sua gloria, poteva prevedere che il giovane Scajola sarebbe diventato, dopo di lui, l’uomo politico più importante della Liguria, perfino titolare del dicastero più delicato, e per molti anni proprio il suo, di Taviani, quello dell’Interno e sarebbe andato a sedersi esattamente su quella poltrona, al Viminale: carriera sì, ma non fino a quel punto per Scajolino.

Scajolino era il più piccolo, non solo di età, ma anche di statura, un po’ mingherlino, primo della classe, vivace, fresco sposo di una ragazza della buona società imperiese, Maria Teresa Verda, storica dell’arte, figlia di un solido avvocato, quindi con matrimonio strategico per le amicizie nell’imprenditoria straricca tra olio, vino e spaghetti dell’estrema provincia ligure, Olio Carli, Olio Berio, Spaghetti Agnesi e via con la dieta mediterranea e i suoi boom.

Benedetto e profetizzato, lo Scajola numero tre aveva incominciato quella sua segreta scalata al potere ligure da un piccolo posto di sottogoverno ultrademocristiano: la presidenza dell’Ospedale di Costarainera, un gioiellino tra Sanremo e Imperia, una specie di sanatorio tra palme, ulivi e la dolce scogliera ligure di Ponente. Fu quello il grimaldello per entrare nei potentati Dc della provincia più bianca della Liguria e forse d’Italia, dove dominavano personaggi come Manfredo Manfredi, sottosegretario al Tesoro, centrista erede di un altro padre fondatore della Dc ligure, Roberto Lucifredi, un costituzionalista austero e severo e Benvenuto Ravelli, un imperiese di montagna.

Facile, sotto la protezione di Taviani-principe, trovare le scorciatoie per il potere: Claudio Scajola aveva le spalle protette anche dal fratello Alessandro, che ne copriva le aspirazioni e dall’altra fratello, Maurizio, burocrate di ferro della Camera di Commercio e grand commis della piccola ma pimpante imprenditoria imperiese, tra costruttori edili, floricultori, operatori turistici. Tutti svegli e attenti alle brezze di business che soffiavano dalla vicina Cote d’Azur.

Si racconta che ai primi passi della sua carriera Scajola fosse tanto pio da sconvolgere i suoi commensali, anche quelli riuniti per pratici pranzi di lavoro, imponendo a loro di dire una preghiera in piedi davanti alla tavola, prima di cominciare il pasto. Quel rito, che a volte lasciava sbigottiti i meno dc, si interruppe più avanti nella sua carriera, quando avvenne lo sbarco a Roma, deputato eletto nelle fila di Forza Italia, con nuovo grande capo, il quale, nonostante periodiche vanterie di zie monache, risultava invece iscritto a una loggia massonica e, nonostante vistosi e poco laici baci all’anello del Papa, aveva un odore laico ben diffuso in usi, costumi e frequentazioni.

Scajola e Berlusconi a Genova nel 2000

Si può dire che Claudio Scajola abbia avuto tre vite politiche, ma sempre lungo lo stesso binario fieramente centrista. Taviani sicuramente non avrebbe potuto includere nella sua profezia che il giovane rampollo degli anni Settanta quella grande carriera l’avrebbe consumata in un altro partito, allora inimmaginabile, sotto l’ala di un satrapo (ai severi e un po’ bigotti occhi tavianei, per altro cattolico non integralista) come Silvio Berlusconi.

La via maestra era la Dc, dove Scajola III si incamminò scalando rapidamente dall’Ospedale di Costarainera agli incarichi di partito, fino al trionfale ingresso nel comune di Imperia: il terzo Scajola sindaco del Dopoguerra: altro che dinasty. Ma qui finì anche un po’ troppo bruscamente la prima vita politica del virgulto tavianeo.

Imperia è ancora oggi una terra di grandi rischi politici e di scandali, quasi eruttati continuativamente dal Casinò di Sanremo. Malgrado tutti gli ombrelli protettivi, il sindaco Scajola finì mani e piedi in uno di questi scandali per l’appalto della casa da Gioco, contesa anche dal famoso conte Borletti e da un gruppo un po’ più equivoco di affaristi mafiosi. Lo arrestarono, ingiustamente, facendogli subire l’onta di ammanettarlo nel suo ufficio di primo cittadino. Pochi ricordano che l’inchiesta che portò a lui aveva la firma di un dirigente di polizia che avrebbe fatto una grande carriera e che lo stesso Scajola si sarebbe trovato al Viminale, come capo della polizia: De Gennaro.

Si era schiantata una delle carriere politiche più promettenti e si era incenerita la profezia tavianea e questo ben prima dei fuochi artificiali di Tangentopoli? Neppure per sogno. Scajola era innocente e lo dimostrò appena gliene diedero l’occasione, dopo una detenzione-incubo nelle guardine della caserma dei carabinieri di via della Moscova, a Milano.

Per venti giorni non gli dissero neppure di cosa era accusato. Poi l’istruttoria finì con un proscioglimento totale. Però, anche se assolto del tutto, Scajola era, comunque, fuori gioco.

L’ala viscida del sospetto lo aveva emarginato. Perfino Taviani, a Genova e a Roma, taceva.

Scajola e Berlusconi a Imperia

Doveva cominciare un’altra vita. E qui venne fuori quel carattere che solo Taviani aveva visto. Silenzio e lavoro, l’ex sindaco si riconquistò la sua poltrona, ma fuori dall’alveo democristiano, con una lista autonoma. Lungimirante. Eravamo alla vigilia della rivoluzione nel sistema politico e Berlusconi era alle porte. Tanto alle porte che un bel giorno il Cavaliere si presentò a Imperia, dove Scajola era di nuovo in sella e controllava ogni centimetro del suo territorio. «Tu che sei così bravo, mi organizzeresti un bel comizio a Sanremo», gli chiese, in quel primo, fatale, contatto. Il teatro del comizio era strapieno, la manifestazione un successo, il Cavaliere euforico e Scajola, promosso sul campo, pronto a incominciare la sua terza vita politica.

Alle famose elezioni del 1994, quelle della discesa in campo di Berlusconi, chi poteva essere candidato a Imperia per Forza Italia? Nessuno meglio di Scajola, che , quindi, sbarcò a Roma, dove forse aveva immaginato di arrivare in altro modo e sotto altre bandiere, quando il suo padrino Taviani era in auge.

Scajola a Roma era solo un peone del Parlamento e quando ricevette una fatidica telefonata dal Cavaliere, che lo invitava a casa sua perché trasferiva la residenza da via dell’Anima a Palazzo Grazioli e invitava un po’ di amici cari, cascò dalle nuvole. Ci cascò di più dalle nuvole, entrando nel palazzo, diventato poi così centrale nelle vicende italiane, quando scoprì che non c’era nessun ricevimento, nessun banchetto, nessuna tartina servita su vassoi d’argento e gruppi di invitati intorno al presidente.

Intorno a un tavolo, in una saletta da pranzo, c’era, invece, il tout Berlusconi, bello schierato: Gianni Letta, Adriano Galliani, Fedele Confalonieri, Marcello Dell’Utri, Cesare Previti, perfino l’avvocato Dotti, insomma, tutti quelli della prima ora.

«Questo è il mio amico Claudio di Imperia, lo presentò Berlusconi, è un grande conoscitore delle macchine organizzative dei partiti. Ora vi spiegherà come si può costruire la macchina di Forza Italia».

Scajola è un freddo e un secchione. Sapeva a memoria lo Statuto fondativo della vecchia Dc, come il grande partito era organizzato sul territorio. E aveva già capito che il Berlusca aveva colpi di intuito e amava sorprendere e mettere alla prova.

Scajola recitò la sua lezione, come se fosse in un’aula della Bocconi e uscì da palazzo Grazioli con in tasca l’incarico di coordinatore di Forza Italia e la prelazione per diventare uno dei fedelissimi.

Lo è rimasto, con tutte le sue distanze un po’ democristiane, molto visibili in questa lunga estate di escort e scandali. Ma prima del 2000 ha messo in piedi il partito nuovo di plastica, sfidando anche gli intellettuali dei primi entusiasmi berlusconiani o i vecchi concorrenti come l’ex superdc Giuseppe Pisanu.

Scajola in Parlamento il giorno dopo l'omicidio Biagi

Ha superato, leccandosi in silenzio le ferite, l’incidente di Cipro che costò le sue dimissioni da ministro dell’Interno per quella terribile frase sul “martire” Marco Biagi, da lui improvvidamente definito «un rompicoglioni».

Frase che, in verità, lui disse che si era limitato a citare da un altro ministro del governo di Berlusconi e che i giornalisti gli appesero addosso, catapultandolo fuori dal governo e dalla cerchia dei potenti..

Ma Scajola è un certosino e da ogni sberla riesce a ricostruire una base di partenza. Inghiottì l’arresto per lo scandalo del Casinò, ha inghiottito il siluro del caso Biagi e il suo “distacco” dal G8 genovese, cui in parte almeno fu imputato che la polizia di De Gennaro avesse dato così pessima prova di se stessa.

È risalito da ministro dell’Attuazione per il Programma, ruolo secondario, ma ben sfruttato per stare vicino al capo, a presidente del Copaco, quando il Berlusca è stato sconfitto da Prodi, e ora fa il ministro dello Sviluppo Economico, scontrandosi un giorno sì e uno no con Tremonti.

Vorrebbero mandarlo di nuovo al partito a occuparsi di riorganizzare il Pdl e lui non vuole, vorrebbero esiliarlo a fare il presidente della Regione Liguria per levarselo dai piedi e, magari, conquistare al centro destra la sua terra. Ma nessuno sa cosa voglia veramente il Capo, che gli aveva posato sulla spalla la spada dell’investitura.

Lui intanto continua a spolverare la sua provincia di Imperia, dove sta facendo costruire il più grande Porto Nautico del Mediterraneo con un colossale business, affidato a un Caltagirone. In pista intanto c’è un altro Scajola per fare il sindaco, Marco, figlio di suo fratello Alessandro, che ora è vicepresidente di Carige, diventata la ottava banca italiana. Marco è già vicesindaco e, quindi, il controllo del territorio è garantito. L’altro fratello, Maurizio, potrebbe diventare presidente di UnionCamere…

Taviani aveva azzeccato la profezia, ma come nelle quartine di Nostradamus, c’è qualche vuoto o qualche difficile interpretazione sui prossimi passaggi. Forse l’ex capo partigiano, ex fondatore della Dc, ministro sempre, non aveva immaginato, per il suo delfino, un ritorno verso il centro dello schieramento politico. Oppure lo aveva dato per scontato.