Il Governo rinuncia a parte dei 14,5 miliardi di prestiti per il riarmo (foto Ansa) - Blitz Quotidiano
Il Governo ha scelto di non spendere tutti i fondi del Safe, il maxi-strumento finanziario dell’Unione Europea del valore complessivo di 150 miliardi di euro che serve a finanziare progetti congiunti nel settore della difesa. La decisione è maturata dopo una riunione tenutasi mercoledì a Palazzo Chigi e a pochi giorni dal termine, fissato il 30 maggio ma non perentorio, per la sottoscrizione dell’accordo sul prestito necessario a dare piena esecuzione al piano di investimento presentato da ogni nazione. Nell’esecutivo si smentiscono voci su liti furionde e su un’impuntatura di Crosetto: la decisione è stata presa perché in questo momento di difficoltà economica nessuno vuole passare per il “partito delle armi”.
La premier, nella giornata di ieri lo ha detto a Mattino 5: “Non possiamo dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa”. In serata Antonio Tajani su Rete 4 ha spiegato quanto verrà speso del programma Safe: “chiederemo meno” dei 14,9 miliardi previsti, “soltanto per realizzare progetti per i quali ci sono già contratti firmati e non si possono non realizzare”. La cifra che l’esecutivo chiederà si aggira intorno ai 5 milardi con una rinuncia quindi di circa 10 miliardi.
Per Meloni la priorità è l’energia
Meloni ha più volte chiarito che la priorità è il capitolo energia. “Quando chiedi a qualcun altro di occuparsi della tua difesa poi lo paghi”, ha sottolineato nell’intervista a Mattino Cinque, ribadendo che “se di fronte alle crisi non siamo in grado di dare risposte ai cittadini e alle imprese rischiamo che non ci sia più niente da difendere in questa nazione. E quindi bisogna cercare un equilibrio”. Quell’equilibrio potrebbe essere rappresentato anche dalla decisione sul Safe “che ha preso tutto il governo e tutta la coalizione del centrodestra”, come spiegato da Tajani a Dritto e Rovescio: “Dobbiamo rispettare alcuni impegni presi con la Nato però non è questo il momento per accedere a quel prestito in maniera così consistente”.
L’impressione è che la partita non sia chiusa, e che sia in corso una trattativa serrata sui margini di ricorso al Safe nell’esecutivo: c’è chi fa notare che ancora l’Italia “non ha chiesto nulla”, e chi ipotizza che alla fine chiederà all’Ue circa metà dei quasi 15 miliardi di prestito a tassi favorevoli. Da qui si intuisce il disappunto di Crosetto, che da settimane è in pressing, soprattutto sul Mef, per sbloccare gli accordi sul tavolo. Ma leggendo le dichiarazioni della premier, da Singapore commenta secco: “Meloni ha ragione”.

L’Ue: “Usate i fondi della Coesione per l’energia”. L’ira delle regioni
Ursula von der Leyen lo aveva detto alcuni giorni fa, Raffaele Fitto lo ha scritto nero su bianco: contro la crisi energetica i Paesi membri potranno usare i fondi della Coesione. In una lettera di tre pagine, indirizzata a tutti e 27, Fitto ha certificato il surplus di flessibilità che Bruxelles ha intenzione di dare alle capitali contro i rincari. Non fondi in più, ma riprogrammazione di quelli esistenti. “Usiamo con urgenza tutti gli strumenti disponibili: l’Unione ha le risorse per rispondere e dobbiamo mobilitarle adesso”, ha sottolineato l’ex ministro di Fratelli d’Italia.
Che a scrivere la lettera sia stato il membro italiano della squadra dei commissari è solo un caso. Fitto è titolare del portafoglio della Coesione, il più ricco da quelli a disposizione dell’Ue. È lì, innanzitutto, che la Commissione vuole attingere per dare respiro ai governi alle prese con la crisi dell’energia.
Nella missiva Fitto ha individuato tre fondi sui quali puntare: il fondo generale della Coesione, il Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr), e il Just Transition Fund, creato per aiutare i Paesi in ritardo sulla transizione.
“Per accelerare l’utilizzo di queste risorse, gli Stati membri e Regioni possono agire su più fronti: creare nuovi strumenti finanziari per anticipare i pagamenti e adottare tutti gli adeguamenti programmatici necessari”, ha spiegato l’ex governatore della Puglia. In fondo, ha puntualizzato, è già accaduto con la revisione intermedia delle politiche di coesione. Con quella riprogrammazione di 34,6 miliardi di euro su competitività, difesa, edilizia, acqua ed energia, ha ricordato, “abbiamo dimostrato che è possibile agire con flessibilità e rapidità”.
La proposta però non è piaciuta a tutti. Di certo non all’ungherese Kata Tutto. “Indicare i fondi di coesione come bancomat di emergenza, ancora una volta, trasforma la politica di investimento in un’aspirina”, è stato il tweet al vetriolo pubblicato dalla presidente del Comitato delle Regioni. “Si chiama flessibilità. L’hanno chiesta le Regioni. Bruxelles ha risposto. Non c’è nessun bancomat. E soprattutto non obblighiamo nessuno”, ha controreplicato Fitto.
Ma Kata Tutto potrebbe non essere l’unica a lamentarsi. Italia Viva, non a caso, ha dipinto l’iniziativa come una “beffa”. Frontale l’attacco del M5S: “E pensare che Fitto è nato nel Sud Italia, dove quei fondi, lo sanno anche i muri, sono indispensabili”. E protestano anche le regioni italiane con il governatore dell’Emilia Romagna Michele de Pascale che a Repubblica ha spiegato che la proposta è “una presa in giro”: i fondi di coesione sono soldi gli impegnati.
In realtà, un Paese come l’Italia ha avuto sempre problemi nello spendere tutti i fondi della Coesione, e il ciclo 2021-27 non fa eccezione. Ma tutto potrebbe non filare liscio. Un esempio? Parte dei fondi di coesione il governo li ha promessi per la costruzione del Ponte sullo Stretto.
A Bruxelles, allo stesso tempo, non si sono fatte illusioni. Difficilmente la lettera ai ministri della Coesione dei 27 azzererà il dibattito sulla necessità di una deroga al Patto di stabilità, o almeno di estendere quella prevista per la difesa all’energia. La lettera di Fitto non sostituisce quella che, nei prossimi giorni, dovrebbe inviare von der Leyen alla premier italiana. Ma serve a delineare il quadro in cui si vuole muovere la Commissione, che continua a non coincidere con quello richiesto da Roma.
