La giustizia e Genova: l'incrocio tra G8 e sentenza Morandi (Fonte Ansa) - Blitz Quotidiano
È un luglio infuocato questo del 2026, non solo per un meteo scatenato nella sofferente città di Genova. Si sono casualmente, ma non troppo, incrociate la sentenza per il processo del crollo Morandi con il venticinquesimo anniversario dei fatti del G8.
La sentenza è arrivata quasi alla vigilia dell’ottavo anniversario del crollo del ponte, che uccise 43 vittime innocenti e spezzò in due l’anima della città, il 16 luglio. L’anniversario numero venticinque del G8 si celebra nei fatidici giorni del 20 e 21 luglio, quando scade un quarto di secolo da quelle giornate epocali per la città. In ambedue i casi incrociati oggi c’entra la Giustizia, quella con la maiuscola che deve essere esercitata in nome del popolo italiano e a sua tutela.
Nel caso del Morandi la sentenza che chiude il primo grado ha dato sostanzialmente ragione all’accusa, che aveva costruito un teorema giudico tecnico perfetto nel delineare le ragioni della tragedia, individuati i responsabili nelle figure dei leaders delle società concessionarie e in quelle dei “controllori”, i dirigenti del Ministero dei Trasporti, addetti a verificare se erano adempiuti gli obblighi di manutenzione.
Trentadue condanne e venticinque assoluzioni con in testa i 12 anni a Giovanni Castellucci, il responsabile numero uno dell’Aspi la società principale di controllo, all’epoca proprietà Benetton, sembrano un verdetto chiaro. Si riconoscono quelle responsabilità e l’imponente costruzione accusatoria, un vero monumento contenuto in qualcosa come 52 faldoni di verbali, dopo un processo durato quattro anni e mezzo e nel quale sono stato sentiti quasi trecento testimoni, oltre agi imputati, ovviamente.
Ma questo è il processo di primo grado. Se Castellucci non fosse già detenuto per l’accusa passata in giudicato in un altro processo “autostradale” a Orvieto, che lo ha riconosciuto definitivamente colpevole, oggi non andrebbe in carcere a scontare la condanna genovese. Come non andrà in carcere Donferri Mitelli, l’imputato numero due, condannato a otto anni.
“Giustizia è stata fatta” per il Morandi, se questa frase può valere solo come inizio e tenendo conto che questo processo monstre, il più grande in Italia insieme a quello contro la mafia a Palermo negli anni Novanta, arriva tanti anni dopo e sottolineando anche che l’appello si terrà non prima del 2030 e la Cassazione arriverà ancora dopo, intorno al 2032, a una distanza abissale dai fatti. In linea con i tempi di una giustizia che non si riesce a riformare.
Dopo di che la sentenza che Genova attendeva come una tappa chiave di un percorso ineluttabile e decisivo, colma solo una piccola parte del debito che si è accumulato lasciando cadere quel ponte. Restano infatti incolmabili le sofferenze e le mancanze per le 43 vittime che sono cadute nel vuoto di quelle campate i cui parenti e amici oggi possono solo dire: ci sono dei colpevoli, è riconosciuto che quella tragedia è frutto di errori umani, i cui responsabili sono stati individuati e condannati.
Inoltre, l’altro aspetto che la sentenza non colma e non poteva colmare è la responsabilità politica amministrativa di avere lasciato quel ponte in quelle condizioni, a consumarsi anche oltre alle mancate manutenzioni. Nessuno a Genova e nella politica si è messo una mano sul cuore e ha confessato di avere almeno provato rimorso per non avere fatto nulla, mentre il ponte Morandi diventava da un punto di vista infrastrutturale qualcosa di ben diverso dal suo progetto.
E cioè uno snodo chiave nel sistema delle comunicazioni, caricato di un traffico decuplicato rispetto alla sua costruzione e dal peso infinitamente più gravoso. Avevano studiato di sostituirlo, di raddoppiarlo, di cambiarlo. Non hanno fatto nulla, mentre la concessionaria lo lasciava andare in malora. Questa è giustizia?
Per il G8, invece, le sentenze ci sono state, e tante, a parte quella decisiva sulla morte del ragazzo Carlo Giuliani, il cui processo è stato sepolto da un decreto di archiviazione. E qui abbiamo dei dubbi che giustizia è stata fatta.
Sono arrivati i verdetti per le violenze dei black bloc, per le distruzioni e le devastazioni commesse durante le manifestazioni al termine di processi complicati. Sono arrivate le sentenze per le violenze commesse dalle forze dell’Ordine alla Caserma di Bolazneto, alla scuola Diaz, fatti indelebili nella loro atrocità.
Non è stato fatto un processo politico complessivo, quello che una commissione d’inchiesta parlamentare avrebbe dovuto assolutamente fare, davanti allo scenario generale, davanti a un quadro di violazioni dei principi cardine della nostra democrazia, del nostro diritto. E anche in questo caso la giustizia non si può dire che sia stata fatta.
I processi “giudiziari” sono andati fino in fondo, contro i black bloc, contro i responsabili delle forze dell’ordine, che avevano violato il nostro codice più generale, salvo poi restare al loro posto e essere anche promossi di grado. Ma anche qui la politica non si è presa le sue responsabilità. Questa è la lezione del luglio infuocato di Genova, sospesa oggi tra anniversari e verdetti e ieri, quando la città bruciava veramente.
